«La tartaruga è lenta ma vince sempre.»
(Vinicio Marchioni in L’isola di Andrea)
“Da tante storie vere” recita la frase di locandina de L’isola di Andrea, il nuovo film di Antonio Capuano presentato all’ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia, fuori concorso.
Dove nasce il disagio? Quali sono le matrici della violenza? Chi genera la prima ingiustizia, quella che poi dà il via all’inevitabile effetto domino del dolore?
Antonio Capuano queste cose, nel suo cinema, se le chiede spesso. Va a mettere il naso e a scavare in ciò che fa nascere le storie. Racconta le vicende ingiuste che generano le disgrazie. Capuano fa i film sulle “cronache di una morte annunciata”, come direbbe Marquez. Pesca dall’ordinario e racconta, con precisissimo realismo intervallato da amarissimo onirismo, quello che c’è dietro. E quello che c’è dietro fa quasi sempre schifo. È doloroso da sapere. Però serve, per onestà. E serve soprattutto perché questo è il cinema, soprattutto il fantomatico cinema d’autore.

«L’umanità è anche quella feroce, quella che fa le guerre, è quella che odia, è uno che ti spara: non è umanità anche quella? Anzi, forse è ancora più interessante di questa umanità facile, no? «L’umanità… La tene in bocca nu cane!», come diceva Angela Pagano, la barbona… Vallo ‘a acchiappa’ nu cane, va’.»
(L’umanità la tiene in bocca un cane. Conversazione con Antonio Capuano, Armando Andria, Alessia Brandoni, Fabrizio Croce)
L’isola di Andrea è una storia semplice.
Il film racconta le vicende di una coppia separata e dei loro incontri davanti ad una giudice per decidere dell’affidamento del figlio di sette anni, Andrea.
Capuano sta sempre dalla parte dei bambini. I guaglioni li sa dirigere e li sa raccontare. Riesce a mostrare l’innocenza senza retorica. Fa capire a chi guarda che cosa significa subire il mondo durante l’infanzia, senza avere una reale possibilità di azione.

I protagonisti, Guido Mels (Vinicio Marchioni) e Marta Diberti (Teresa Saponangelo), sono due personaggi di cui, alla fine dei dieci piccoli capitoli in cui il film è diviso, conosciamo tutto.
L’isola di Andrea è uno spaccato di realtà totalmente quotidiana. Viene scomposto, pezzo per pezzo, il rapporto di una coppia e l’emotività del singolo individuo.
«Io odio la recitazione, ho detto a tutti di non recitare. L’attore non deve essere: l’attore è. E al bambino, che per capriccio non voleva alzarsi da terra… Resta lì, gli ho detto, questa scena la facciamo così. Mi bastava la sua esplosività emotiva.»
(Antonio Capuano al Corriere della Sera, intervista agosto 2025)
È un film drammatico ma anche, a tratti, divertito. È sia spontaneo sia maniacalmente preciso, sia palcoscenico teatrale sia macchina da presa esperta.
È tutto, insieme.
È tutto bello.
«Si ‘nnamurata ‘e me
Ma sienteme, chi t’o fa fa.»(Alunni del sole, ‘A canzuncella)
Eppure Capuano è sempre nell’angolo più nascosto dei riconoscimenti. La storia del cinema italiano gli attribuisce il merito di maestro però snobba i suoi film, superandoli saccentemente. Questo, probabilmente, accade perché ai salottini romani conviene avere una, al massimo due, forme ed immagini narrative di Napoli.
Una storia appartenente a Napoli o ambientata a Napoli, deve seguire un’estetica precisissima. O è una cartolina esotica o una cartaccia decadente, pornograficamente violenta.
Il resto, quello che è nel mezzo perché è in profondità, non conviene a Roma.
Vende meno? Forse sì. È ritenuto impresentabile perché le buone maniere sono necessarie per i borghesi per convivere con altri borghesi? Certo.
Ma dice molto di più, e soprattutto dice meglio.

«E nuie passammo e guaie, nuie nun putimmo suppurtà
E chiste invece e rà ‘na mano
S’allisciano, se vattono, se magnano a città
‘Na tazzulella ‘e cafè, acconcia a vocca a chi nun po’ sapè
E nui tirammo annanz che rulore è panze
E invece e c’aiutà c’abboffano ‘e cafè.»(Pino Daniele, ‘Na tazzulella ‘e cafè)

Capuano, infatti, L’isola di Andrea lo ambienta a Napoli; eppure, noi quasi non ci facciamo caso. Non è importante. Certo, ci sono luoghi iconici della città che vengono nominati, un paio di inflessioni dialettali marcate e una canzone partenopea, ma è per dare dimensione alla storia. Lo sappiamo che siamo a Napoli nel film, ma non ce ne fotte. Perché questa è una storia tratta da tante storie vere.
«Tieniti forte, mamma. C’è una nuvola arrabbiata.
E quando c’è lei si esce fuori di testa.»(Andrea Migliucci ne L’isola di Andrea)

L’isola di Andrea è una tragedia nascosta e crescente che abita qualsiasi luogo. Antonio Capuano la conosce la differenza -perché e un Maestro del cinema- fra quando è necessario che il luogo sia culto e ragione narrativa in un film e quando no. Non farebbe mai della sua terra un palcoscenico bello e inutile.
Lui non le spreca le idee.
E con L’Isola di Andrea ci dà una lezione preziosissima su come si fa e si scrive il cinema.
«E ti prendono in giro se continui a cercarla
Ma non darti per vinto, perché
Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te.»(Edoardo Bennato, L’isola che non c’è)




