Il fenomeno di Demon Slayer (Kimetsu no Yaiba) è uno dei più affascinanti nell’industria attuale, sia in termini cinematografici che di animazione.
Il primo film della trilogia finale che concluderà la serializzazione del manga di Koyoharu Gotouge è simbolo di una tendenza sempre più spiccata di determinate opere di animazione a prediligere l’estetica alla narrazione, la forma alla sostanza.
Questa tendenza è rimasta costante durante tutta la produzione dell’anime, a causa di una narrazione solida ma non eccezionale, che dipinge un classico scontro tra bene e male, approfondendo determinati personaggi (soprattutto i “cattivi”) al fine di aggiungere un substrato di complessità ed un coinvolgimento emotivo ad un’opera che altrimenti rischia di apparire un po’ piatta.

Scalata al potere
Infinity Castle è la naturale continuazione della rotta mantenuta nel corso dell’anime, culminata con l’episodio finale della scorsa stagione, una vera chicca nell’animazione contemporanea e forse il più alto momento di scrittura dell’intera serie fino ad ora: il dialogo tra Kagaya e Muzan, in cui però rimane la percezione di una componente visiva di livello superiore. Il comparto tecnico e la qualità estetica sotto ogni aspetto sono colonne portanti di questo lavoro durato anni, e hanno reso senza ombra di dubbio Ufotable uno studio di riferimento per il mondo dell’animazione.
Il film ha battuto ogni record di incassi in Giappone, raggiungendo la soglia dei 10 miliardi di yen in tempi mai visti prima per un anime, e sta facendo lo stesso in altri mercati di tutto il mondo.
È stato distribuito contemporaneamente in decine di Paesi, a cui progressivamente stanno facendo seguito tutti gli altri, con una campagna marketing globale, anteprime in IMAX e svariate collaborazioni con piattaforme streaming o brand internazionali.
Il film è il risultato di un processo produttivo sofisticato, una gestione editoriale solida e una realizzazione tecnica eccellente, ma è anche molto più: è il manifesto dell’industria attuale, è l’ultimo passaggio, pressoché definitivo, dell’animazione giapponese da nicchia a mainstream. Non è un caso la scelta di passare dalla modalità episodica di una serie tv a quella cinematografica del grande schermo.

Il campo di battaglia
In questo primo capitolo assistiamo a tre scontri che si stanno svolgendo nell’infinito regno di Muzan. Nel primo è protagonista la crudeltà della seconda luna crescente, Doma, che per la prima volta entra davvero in azione ai danni di Shinobu.
Un inizio veloce e sconcertante volto a mettere subito lo spettatore in uno stato di tensione, di coinvolgimento emotivo e, soprattutto, di intrattenimento.
In seguito è il turno della rinascita di Zenitsu, personaggio che finalmente sembra aver trovato la propria forza, dopo intere stagioni ad affidarsi al proprio subconscio di guerriero per tirare fuori sé stesso e compagni dalle peggiori situazioni.
Questi due momenti costituiscono sostanzialmente la prima metà del film, e confermano la tensione tra forma e sostanza di Demon Slayer, mostrando come anche una sequenza di eventi sostanzialmente prevedibile può regalarci momenti altissimi di intrattenimento, conditi da approfondimenti umani volti ad aumentare la carica empatica dell’opera, come accade nel rapporto tra Zenitsu e Kaigaku nel secondo combattimento.

Poi arriva Akaza.
Il suo ritorno sul campo di battaglia ad anni di distanza allo scontro con Rengoku, confrontandosi questa volta con il duo composto da Tanjiro e Giyu, incarna alla perfezione l’anima di Demon Slayer.
Assistiamo ad uno scontro meraviglioso dal punto di vista estetico e stilistico, come pochi se ne possono ritrovare nella storia dell’animazione giapponese dalla sua nascita ad oggi, connotato da furia, violenza e vendetta, tutte portate all’estremo.
Ed infine, la storia di Akaza prima di diventare un demone, quel bambino che voleva solo amare, essere amato e proteggere i suoi cari. Colui che è stato stritolato dall’odio e dalla follia altrui, così come accaduto a Tanjiro, ma che invece di resistere si è abbandonato al dolore.
Le loro traiettorie appaiono straordinariamente parallele, opposte nel reagire alla perdita, e che in conclusione ricalcano una visione di bene e male più profonda rispetto a quanto siamo stati abituati nel corso della serie, che riprende più i concetti di ying e di yang che di bianco o nero.
Questi sono i rari momenti di potenza narrativa dell’opera, che agevolano il coinvolgimento emotivo della spettatore e si inseriscono perfettamente nella spettacolarizzazione che troviamo nel resto delle sequenze. Le scene di respiro, riflessione ed empatia, appaiono più come pause tra i momenti di azione che come catalizzatori della storia. Sono delle parentesi, anche di alto livello, a cui però sembra destinata unicamente una funzione ancillare.

Il rapporto rimane sbilanciato, la sostanza rimane subordinata alla forma. La potenza visiva sovrasta la componente narrativa, non assente ma oscurata, nonostante sia da sempre un elemento cardine della narrazione giapponese, sia essa sotto forma di manga o di anime.
Punto di non ritorno?
Questa esaltazione estetica porta a chiedersi: siamo arrivati davvero a un punto di svolta?
Le grandi storie con cui siamo cresciuti stanno definitivamente lasciando più spazio a grandi scene, ad immagini totalizzanti?
È come guardare i fuochi d’artificio, quella magia dura solo qualche istante e non ci rimane addosso, ma in quei momenti permea tutto ciò che ci circonda, ed esiste solo ciò a cui stiamo assistendo.
Questo primo capitolo dell’arco narrativo Infinity Castle non solo si presenta come un prodotto in linea con la qualità della serie nel corso degli anni, ma potrebbe ridefinire sia cosa può essere un film anime, sia il futuro dell’intera industria.
È quindi lecito chiedersi se il percorso, la struttura e i traguardi di questa serie siano una mosca bianca; se siano invece unicamente dovuti ad un impeccabile lavoro produttivo pressoché inimitabile; oppure effettivamente il culmine di un processo di cui questo anime si sta facendo portabandiera e che coinvolge l’industria stessa, in particolare lo spettatore sempre più affamato di grandi opere, ma non necessariamente di grandi storie.
Il successo ottenuto diventerà uno standard di riferimento anche per altri, ma il budget enorme a disposizione, gli animatori di altissimo livello e la possibilità di avere tempistiche di lavorazione anche molto lunghe, sono un lusso che in pochi si possono permettere.

Il rischio è che si crei un divario insanabile tra forze produttive di elite e produzioni minori, non in grado di poter giocare la stessa partita.
Inoltre, va sottolineato come l’aspetto etico delle condizioni lavorative nel settore potrebbe aggravarsi ulteriormente, proprio a causa della pressione di dover raggiungere risultati di questo tipo, da un punto di vista tecnico-qualitativo ma specialmente economico.
Non siamo solo arrivati al culmine della saga di Tanjiro e compagni, bensì in un cruciale ed affascinante momento di mutazione culturale, commerciale e tecnica che ha travolto il mondo dell’animazione giapponese.




