Non si mente mai così tanto come prima delle elezioni, durante la guerra e dopo la caccia, dice Otto von Bismarck nel diciannovesimo secolo.
Leopardi, in quello stesso secolo, teorizza, nel suo Zibaldone, la cosiddetta teoria del piacere.

«L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita.»
Leopardi, Zibaldone

La caccia, la guerra, le elezioni: il Cancelliere di ferro compone un campo di battaglia triangolare dove ancora oggi ci troviamo a combattere.
Gli archibugi si son fatti reel di TikTok, i fucili fake news e i cannoni storie di Instagram. E lo schermo del nostro cellulare è scivoloso, levigato, come dice Byung-chul Han. Dunque, ancor più pericoloso.
È qui che, oggi, una triade di film appena usciti si colloca: After the Hunt di Luca Guadagnino, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson e Eddington di Ari Aster.
L’orizzonte è quello contemporaneo della cosiddetta infocrazia, di cui parla Han, nel suo testo omonimo del 2024, con l’eloquente sottotitolo: Le nostre vite manipolate dalla rete.

I tempi sono cambiati, da Bismarck, è vero; eppure, non così tanto. Sì, ci sono i social media e le nuove tecnologie, ora le battaglie si scontano soprattutto in quell’iperuranio della rete ben lontano dalle trincee, anche se gli scontri armati continuano ad imperversare, certamente, però spesso ben distanti dalle nostre sicure case dove scrolliamo assuefatti contenuti ormai prosciugati di ogni capacità di restare. Ma, comunque: le elezioni, la guerra, la caccia, restano. E anche quel tanto agognato piacere di cui Leopardi parla. E, l’essere umano, è rimasto lì. È sempre lì.
Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli, dice Vittorio Alfieri. E anche noi.
Sempre vogliamo. Vogliamo, vogliamo qualcosa che Leopardi chiama un infinito che non comprendiamo.
E, allora, si va a caccia.

After the hunt: dopo la caccia, l’ultimo sforzo di Guadagnino, scritto da Nora Garrett, presentato fuori concorso all’82ª mostra internazionale del cinema di Venezia, si muove con passo felpato e parole taglienti come lancette d’orologio all’interno di quello stesso campo di battaglia triangolare prima delineato dalla citazione del politico tedesco, da cui poi deriva pure il titolo dell’opera.
È un triangolo pure quello dei protagonisti del film: Alma (Julia Roberts), Hank (Andrew Garfield), Maggie (Ayo Edebiri). Ma non è (o forse un po’ sì) un triangolo amoroso. È più un triangolo minato. E il campo è il dipartimento di filosofia di Yale. Dunque, le armi, qui, si fanno parole. E fanno male.

Il dibattito è fittissimo. Tanto che è stato detto essere solo una lunghissima conversazione trita e ritrita non portante a nulla. Il che è probabile, dato che questo è il destino di ogni sollecitazione intellettuale contemporanea. Ed è interessante, allora, come, nonostante sia stato detto che il film non sappia raccontare il nostro tempo o essere coerente con esso o rilevante, invece, a mio avviso, sappia perfettamente rispecchiarci.
Han, nel suo testo sopracitato, ci descrive, oggi, come storditi dalla frenesia della comunicazione a ciclo continuo. E, ancora: le informazioni hanno un ristretto margine d’attualità: manca loro la stabilità temporale, in quanto vivono del fascino della sorpresa. Frammentano la percezione, gettando la realtà in un vortice permanente di attualità. Dunque: non esiste il passato e nemmeno il futuro, ma un eterno effimero presente.

Razza, classe, genere, identità, etica, potere, verità: è una perenne confessione filosofica in tensione.
Ma, dopo tante parole, cosa resta?
Han dice: il nostro modo di pensare e intervenire nel mondo, il nostro rapporto con la verità stanno inesorabilmente cambiando. Siamo apparentemente liberi, ma incapaci di discutere. Immersi nell’infocrazia, nella quale libertà e sorveglianza coincidono, assistiamo al tramonto dell’epoca della verità.

Il cancelliere di ferro lo diceva: non si mente mai così tanto.
È il tempo delle post-verità, i confini si fanno labili, la realtà si fa digitale, lo schermo corpo. E, noi, ci siamo persi là da qualche parte nel mezzo.
Oggi si sta diffondendo un nuovo nichilismo, dice Han. Ed è strettamente legato al depotenziamento dell’idea stessa di verità, alla cosiddetta crisi delle verità. Insomma, Dio è morto direbbe Nietzsche. È la fine della storia.

Non è un caso, allora, che, nel 2025, questa triade di film, tracci una traiettoria quasi balistica attraverso il campo minato del contemporaneo e, che lo faccia, anche se in modo diverso, muovendosi nel thriller.
C’è il thriller psicologico fatto di parola, sulla scia del cinema di Mike Nichols, a detta del regista; il thriller western, ibrido tra il comico e il grottesco, e il thriller action politico pynchoniano.
Ma: perché il thriller? È la nostra tensione. Ed è il tentativo di rappresentare un mondo che abbiamo già perso nello sforzo di afferrarlo.
È la caccia, d’altronde. Ed è spietata.

After the hunt è un gioco di parole scomode che tentano di colmare il nostro horror vacui, per poi inciamparci dentro. Alla ricerca di qualcosa.
Desideriamo, desideriamo. E cacciamo. E poi? Quando si vince? Cosa si fa?
Mangiamo davvero le nostre prede o son loro a mangiare noi? Chi stabilisce il confine?

È sempre un cinema di orli, di piedi, di jeans alla caviglia, di confini violati. Ci troviamo ai margini di un silenzio freddo di una donna senza morale e senza verità eppure insegnante filosofia, di persone a cui non sappiamo credere e di dottori che non rispettano la privacy dei loro pazienti.
E, noi, allora, di chi ci fidiamo? In cosa crediamo? Se Dio è morto?

Pure Guadagnino ci tradisce, fin dai titoli di testa. Ci mente. Si parla di plagio nel film, o forse di omaggi, citazioni di mentori. Woody Allen è nel film già da quei cartelli iniziali, con il suo fedele carattere tipografico, le sue musiche jazz d’ambiente, i salotti borghesi intellettuali dentro cui si parla sempre e solo di vita, d’amore e di filosofia. E ci sono sguardi, carezze, relazioni come fili invisibili tesi tra i mobili e per muovercisi dentro bisogna far attenzione a non inciamparsi. Alma ci inciampa spesso invece, per quanto si senta una vincente, per quanto sia fredda, per quanto voglia solo e soltanto una cattedra, per tutto il film, a qualunque costo. Diventa per lei forse l’immagine della felicità? È solo un gradino della scala, e, poi, ne seguono sempre altri. L’importante è non inciamparci.

Ma, perché la caccia?
After the hunt è un film di caccia senza cacciatori. Come Eddington. Come Una battaglia dopo l’altra.
Ci sono prede e ci sono predatori. E mentono tutti.

Enea mente, dopo la caccia.
Enea e Didone giungono nella stessa spelonca.
Virgilio è preciso, nel libro quarto dell’Eneide, sceglie le parole con cura. Questo sarà l’imeneo, dice. Che per i latini è qualcosa di sacro. Riguarda il vincolo nuziale, il cosiddetto connubio. Anche questa parola echeggia nel cuore di Didone ripetutamente, come preghiera. Copre con questo nome la colpa, dice Virgilio.
È un confine violato, però. Entrambi sanno.
Lei si era promessa di non sposarsi più, dopo la morte del marito Sicheo per mano del fratello.
Lui, pio, aveva altri lidi da fecondare.
Alla fine, mentono tutti. Nelle grotte è buio, e le promesse possiamo tenerle strette tra le pance, e fingere che non facciano rumore.

Robert Baratheon muore, ne Il trono di spade, dopo la caccia; Enea e Didone fanno l’amore.
Dopo la caccia, Giunone getta un temporale sulle balze e sui rivi boschivi cartaginesi. I principi punici, Ascanio e la gioventù troiana cercano ripari diversi tra i rovesci di pioggia. Enea e Didone, invece, per l’appunto, s’incontrano. S’uniscono.
Forse che, anche dopo la caccia, non smettiamo mai di farci male? Abbiamo a lungo cercato il cinghiale schiumante. Ma, ora, ora che l’abbiamo sul piatto, che differenza fa? Lo vogliamo davvero? O è solo la corsa sotto la pioggia per averlo a farci innamorare?
A renderci felici? A renderci veri?

Ma love is a lie, ci ricorda Closer di Mike Nichols. Le campagne elettorali della cittadina di Eddington sono una menzogna. Le teorie del complotto, l’attivismo patinato, il politically correct, il buonismo, le belle etichette sfavillanti al supermercato, la maschera che pian piano sempre più si sgretola della perfetta professoressa di Yale Alma Imhoff, gli incitamenti alla rivoluzione del French75 nel segno della violenza e dei tradimenti, Robert Baratheon e le sue amanti. Enea che dimentica l’amore e parte: nel vento il fumo della pira di lei.

After the hunt respira ansimante delle nostre verità. Ma, in un tempo di post-verità, sappiamo ancora crederci?
Sappiamo ancora distinguere una parola che conti dentro tutto questo brusio?
Han parla di eclissi dell’agire comunicativo. E dice: oggi comunichiamo in maniera così maniacale ed eccessiva proprio perché siamo soli, perché avvertiamo un vuoto. Tale ipercomunicazione non è tuttavia appagante. Non fa che aggravare la solitudine, poiché le manca la presenza dell’Altro.

È la scomparsa dell’Altro.
«Accumuliamo amici e follower senza mai incontrare l’Altro. Così le informazioni generano un modo di vivere privo di tenuta e di durata.»
Han, Le non cose
E ancora: il caos informativo ci scaraventa in una società post-fattuale che pialla la differenziazione tra vero e falso. Ora le informazioni circolano senza alcun appiglio con la realtà, all’interno di uno spazio iperreale. Anche le fake news sono informazioni, probabilmente più efficaci dei fatti comprovati. Ciò che conta è l’effetto di breve periodo.
Ma, la verità, invece, è fatta di durata e di persistenza. Hannah Arendt dice: possiamo chiamare verità ciò che non possiamo cambiare.

La stessa Arendt parla del paradosso di Ulisse. E After the hunt lo dice. Ulisse siede alla corte dei Feaci, in una delle scene più belle dell’Odissea, e un aedo cieco intrattiene i convitati. Canta gesta di eroi. Canta la sua storia. E, Ulisse, finalmente piange. Non aveva mai pianto prima. Soltanto ascoltando il racconto egli acquista piena nozione del suo significato, dice la Arendt. Si riconosce.
Hegel dice nella Fenomenologia dello spirito che scopri te stesso e il mondo solo attraverso l’incontro con l’Altro.
Cosa ci è successo?

Alma è vera solo quando perde tutto, nel finale di After the hunt, e, in ospedale, parla al marito. Finalmente. E dice la sua verità, perché prima l’ha sentita da Maggie. Non si nasconde più. L’horror vacui tanto temuto è lì, in mezzo a loro, quasi si può toccare, è quel vuoto tra le parole impossibili di lui e di lei, senza traduzione. Eppure è vero.
Alma: Io lo amo.
Frederik: E io amo te.

Si staglia un quadro straziante.
Alla fine, dopo tutte quelle parole, quegli spari, cosa ci resta?
Alma, tronfia e algida, Joe Cross, redivivo congelato su una carrozzina elettrica come un vegetale, Bob Ferguson, vecchio e smarrito: hanno tutti vinto, sì.

Eddington si chiude su un’inquadratura aerea della nuova monumentale impresa tech SolidGoldMagikarp.
Poco prima, Joe Cross è stato messo a dormire dalla ex-suocera, grazie a macchinari di ultima generazione, in un silenzio che pare quasi più letale della stessa morte. Nello stesso letto, poi, s’infila lei, e, ancora, l’assistente di lui. E cala la notte su Eddington.
Questa è la vittoria di Joe.
La vittoria di Alma, quella di Bob.

È un triangolo buio, affilato. Forse si scorge un alone di luce? O è forse solo la notifica di un cellulare?

Non piovono rane come nel finale di Magnolia di Paul Thomas Anderson, non c’è miracolo che salvi, qui. Sono persone sole, disperate, spietate, che di quelle vittorie ormai non sanno che farsene.
Come noi.

E, allora, cosa resta dopo la caccia? Abbiamo vinto? Siamo felici?
Happiness only real when shared, scrive McCandless, dopo la caccia.
Ma è solo. Alma è sola. Alice Ayres è sola. Joe Cross è solo.

Dopo la caccia restano corpi morti. È buio.
C’è Didone, c’è Robert, c’è l’amore di Alma, c’è Lockjaw, c’è Ted Garcia. C’è McCandless.

Si combatte davvero da soli? Una battaglia dopo l’altra? Una caccia dopo l’altra? Sappiamo solo mentirci? Love is a lie?
Forse sì. O, forse, qualcosa resta.
E, qualunque cosa sia, basta crederci.

Ritrovarci.
Dopotutto, come una persona saggia mi ha detto, che si vinca o si perda, l’importante è metterci il cuore.




