«Nulla è più anarchico del potere. Il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economica, che sfugge alle logiche razionali.»
(Pier Paolo Pasolini, 1975)
1944, Repubblica Sociale Italiana di Salò.
Quattro Signori rappresentanti del potere – il Duca, il Vescovo, il Presidente della Corte d’Appello e il Presidente della Banca Centrale -, incaricano le SS e i soldati della Repubblica a prendere in ostaggio un gruppo di ragazzi e ragazze provenienti da una famiglia antifascista. Dopo un’accurata selezione, si rifugiano in una villa di campagna arredata con opere d’arte moderna e presidiata da soldati nazifascisti. Inizia così un gioco: ultima manifestazione perversa del Potere. I Signori sottoscrivono, con un patto di sangue, le norme del Codice che impone ai giovani un regime sessuale e violento, tanto che – nel Girone delle Manie – sono costretti e abbaiare come cani e mangiare una polenta riempita di chiodi; – nel Girone della Merda -, sono obbligati e mangiare la merda dopo aver subito abusi sessuali; e, infine, – nel Girone del Sangue -, i giovani sono traditi e seviziati in rituali di mutilazioni, torture e uccisioni. La narrazione culmina con atti di necrofilia accompagnati dal divertimento isterico dei Signori.

1975, Lido di Ostia.
Pier Paolo Pasolini viene ucciso prima fisicamente, e poi mediaticamente, dall’evoluzione di quel potere anarchico che, arrivato a un tale grado di accumulazione, è divenuto violenza e spettacolo.
«Ognuno odia il potere che subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza il potere di oggi, 1975. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione di Himmler o Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono alienanti e falsi. Sono i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti.»
(Pier Paolo Pasolini, 1975)

1998-2019, Little Saint James – o meglio detta, Isola Epstein.
I più grandi detentori del potere del mondo occidentale – tra un insegnamento morale impartito a qualunque altra civiltà del resto del mondo e l’altro -, talvolta a turno, talvolta insieme, si ritrovano nel Mar dei Caraibi a sfoggiare, sfogare e manifestare l’accumulazione esorbitante del proprio potere.
Nel Paradiso segnato dalla illusoria fine-della-storia di Fukuyama, l’oligarchia finanziaria, vittima anch’essa del proprio amato capitalismo schizofrenico, inizia il suo personalissimo gioco.
È il grottesco e indicibile teatro del più grande marciume morale che ci potessimo meritare, forse riassumibile nell’espressione: “traffico di essere umani minorenni a scopo sessuale”.
O almeno, questo è ciò che, finora, sappiamo.
«Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, l’odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l’intelligenza in stupidità. (…) Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere.»
(K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844)

Da quei 6 milioni di Epstein files – di cui non tutti verranno resi pubblici – emergono nefandezze che vanno addirittura oltre le 120 giornate di Sodoma raccontate da Pasolini e, prima, dal marchese de Sade (da cui si origina il termine sadismo). Per quanto siano in tempi e spazi diversi, le modalità di uso e abuso di potere, la riproduzione della circolarità dello sguardo, le più ignobili forme di nichilismo, la necessità di controllo e manipolazione sembrano congiungersi.
Dall’isola e dai file Epstein emergono casi di pedofilia, traffico di minori, abusi sessuali di gruppo, stupri, manipolazioni psicologiche, condizionamenti politici internazionali, protezione di poteri finanziari, minacce e reti di complicità nella visibilità e cecità più totale.

Ma cosa accomuna i più grandi detentori del capitale contemporaneo, che essi siano di destra e di sinistra, conservatori e progressisti, umanisti e scientisti, artisti e ingegneri, politici e imprenditori, filantropi ideologici e nobili di corte? Cosa accomuna queste personalità, racchiuse in un unico grande palcoscenico, che ci hanno ben insegnato a dividere in buoni e cattivi come le più acerrime tifoserie?
Per rispondere e ricercare le origini di questa falsa coscienza, ci rifacciamo alle parole di Andrea Zhok, filosofo e professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università Statale di Milano, autore de Critica della ragion liberale, testo nel quale si considera il liberalismo come una malattia etica.
«Nella forma di produzione storica al cui interno ci è capitato di nascere e che prende il nome tecnico di “capitalismo”, il denaro non è più primariamente mezzo di consumo, ma Potere.
Le persone normali, quelle abituate a lavorare per vivere, pensano al denaro come a qualcosa che serve per dare sicurezza, per parare i colpi della fortuna avversa, per facilitare progetti, per consentirsi degli agi, per mangiare e bere meglio, e anche per apparire migliori agli occhi altrui. Tutto ciò potrà essere talvolta sacrosanto, talaltra discutibile, a seconda del gusto con cui uno impiega il proprio denaro, ma non accede al livello superiore in cui il denaro si trasforma senza resti in Potere. Quel denaro che consente a un Musk di condizionare le sorti di una guerra in Europa attraverso Starlink, a un Trump di correre per la presidenza statunitense, a un Bill Gates di condizionare l’OMS e di essere ospitato da Mattarella al Quirinale, a un Larry Fink di poter ricattare con deflussi di capitali intere nazioni, e molto moltissimo altro che non appare e non deve apparire alla superficie, quel denaro appartiene ad una categoria qualitativamente differente.
Il Potere del capitale si esercita in forme unilaterali, senza dover essere accolto o riconosciuto da chi vi è soggetto.
Il Potere del capitale può esercitare la sua forza a prescindere dalla sua origine: può essere stato ereditato da un trisavolo brigante, ottenuto attraverso insider trading, la tratta degli schiavi o lo sfruttamento del lavoro minorile, e niente di questo retroterra appare sulla scena dove il denaro si fa Potere. Le grandi patrimonializzazioni capitalistiche sono l’unica forma di Potere davvero assoluto, in quanto non deve ciò che è a nessuna procedura di legittimazione (salvo il funzionamento delle regole giuridiche che tutelano proprietà ed eredità).
Chi manipola un Potere immenso, non correlato se non accidentalmente con le proprie qualità e con i propri meriti, esercita intrinsecamente una violenza sugli altri, una violenza continua con la sua stessa esistenza. Il fatto che il denaro possa esercitare potere sugli altri senza che nessuno lo abbia riconosciuto come potere legittimo ha come antecedente storico soltanto le guerre di conquista o saccheggio. Ma quelle attività si esercitavano verso “gli altri”, le “popolazioni estranee”, mentre questa forma di Potere si può esercitare egualmente al di fuori e all’interno dei propri confini: qui tutti sono “estranei”.
Chi è abituato ad esercitare e pensare il Potere sugli altri come svincolato dalle proprie qualità, capacità o meriti pensa il Potere come arbitrio.
Questa relazione radicalmente unilaterale verso gli altri, per definizione impotenti, produce una forma mentis in cui qualunque cosa è dovuta, senza ragioni.
Al contempo, la consapevolezza profonda del carattere schiettamente arbitrario e infondato del proprio potere produce un costante timore di perderlo, giacché dopo tutto, esso è legato a chi lo detiene solo in modo completamente esteriore, e potrebbe di principio essere trasferito in un istante ad altri.
L’abitudine ad esercitare un potere assoluto, impersonale, arbitrario, e tuttavia contendibile, tende a generare danni morali permanenti.
Li produce sulle persone circostanti, sulla società nel suo complesso, che si abitua all’arbitrarietà del potere-ricchezza e si abitua a confidare sempre meno sulle proprie qualità e sempre di più su spregiudicatezza, opportunismo, piaggeria, viltà.
Ma li produce anche e primariamente in chi esercita quel potere, che finisce per equiparare il mondo circostante e le persone che lo abitano come mezzi a disposizione per l’esercizio arbitrario della propria volontà, a prescindere da buone o cattive ragioni.
Questa è la prima delle ragioni strutturali che connettono l’esistenza di oligarchie finanziarie con forme di scompenso morale, nei casi più estremi, di autentica perversione.
Il potere privo di responsabilità, indipendente da qualità, esercitato in un mondo meccanico su altri esseri che sono semplicemente mezzi tra i mezzi, al fine di suscitare l’unica cosa che fa una qualche differenza, ovvero piacere e dolore, questo è il mondo inaugurato da Sade e realizzato da personaggi come Epstein.
E a questo punto, per chi persegue il piacere privo di significato per sé stesso, e che ha i mezzi per perseguirlo facilmente, subentra necessariamente ciò che prende il nome di “perversione”.
Perversione è l’ampliamento progressivo dell’area del piacere in forme e modi che ne mantengano artificialmente una qualche capacità di suscitare un sussulto, una residua emozione.
E ciò che continua a suscitare qualche sussulto è dapprima ciò che è proibito, poi ciò che è esecrato, infine ciò che è così rivoltante da essere inconcepibile.»

«Il denaro è il potere alienato dell’umanità.»
(K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844)




