
Con l’avvento del 21esimo secolo, i blockbuster ad alto budget hanno preso il sopravvento nella produzione cinematografica hollywoodiana: essi sono ormai all’ordine del giorno e, a causa di questa sovrapproduzione e degli scopi puramente commerciali della gran parte di questi prodotti, molti finiscono per diventare film tutt’altro che interessanti e soddisfacenti ma, al contrario, prodotti vuoti e senz’anima. La saga di “Mission: Impossible” però, tenta di sfuggire al destino infausto tipico di troppi blockbuster action di oggi, grazie a sceneggiature non banali, personaggi ben scritti ed interpretati, mise-en-scene sapienti e assenza di pretenziosità.
Il primo capitolo della saga risale al 1996, per la regia del Maestro Brian De Palma, che univa benissimo l’intrattenimento ai suoi vezzi autoriali, creando uno spy movie tra l’action e il thriller, calibrando ottimamente la tensione e l’adrenalina, grazie alla sua regia sempre favolosa fatta di movimenti di macchina fluidi ed eleganti ed inquadrature ben studiate. L’intreccio narrativo coinvolge costantemente lo spettatore, che assiste ad un film costruito con intelligenza e dal comparto tecnico ottimo, a partire dall’ uso delle musiche, incluso il tema originale ideato da Lalo Schifrin per la serie tv , diventate ormai iconiche.
Alcuni difetti di sceneggiatura e pecche nell’ approfondimento dei personaggi, nonostante le interpretazioni di un cast stellare, non impediscono alla pellicola di conquistare il successo internazionale che darà il via al fortunato franchise.

Il secondo capitolo datato 2000 è diretto da John Woo, reduce dall’instant-cult “Face-Off” (1997): questo “M:I 2” non è ai livelli del precedente, a causa di una scrittura abbastanza approssimativa che non approfondisce a dovere diversi aspetti e un’azione eccessivamente esagerata in alcuni frangenti. La tensione cala sensibilmente rispetto al film di De Palma e il coinvolgimento emotivo non è presente in tutta la pellicola. Il film riesce comunque ad intrattenere grazie al carisma del cast, effetti speciali ottimi e scene d’azione dirette con grande abilità da Woo.
“Mission: Impossible 3” del 2006, diretto da J.J. Abrams è sui livelli discreti del capitolo precedente: azione realizzata benissimo, comparto tecnico di alto livello e lo svolgimento della trama risulta senza dubbio interessante, più di quello del secondo film. Philip Seymour Hoffman, nei panni del villain, è straordinario, al contrario del resto del cast che risulta piuttosto spaesato. Sequenze tutt’altro che memorabili e la stanchezza della regia non permettono al film di volare alto come il primo e il successivo capitolo, finendo così sul livello sufficiente del film di Woo.

Nel 2011, con “Mission: Impossible – Protocollo Fantasma” di Brad Bird, torniamo agli ottimi livelli della prima avventura. Nonostante alcune ingenuità ed esagerazioni, una regia solidissima, fotografia e montaggio di alto livello, scene d’azione memorabili, attori convincenti, nuovi personaggi caratterizzati ottimamente e una tensione costante – specialmente nella spettacolare scena sulle vetrate del Burj Khalifa di Dubai – rendono il quarto capitolo uno dei film d’azione più avvincenti visti in tanti anni.
“Mission: Impossible – Rogue Nation” del 2015, per la regia di Christopher McQuarrie, risulta un bel film; buonissimo prodotto d’azione, adrenalinico, divertente, strutturato a dovere, pur non essendo eccellente e dimenticabile sotto alcuni aspetti. McQuarrie ritorna anche per questo sesto capitolo, Fallout, e insieme a lui la storyline del Sindacato del quinto film, capitanato dall’inquietante Solomon Lane.

La trama si concentra come sempre sul protagonista Ethan Hunt, interpretato da un instancabile ed energico Tom Cruise, al centro di un complesso intrigo di minacce internazionali e pericolosi scontri. Deve affrontare una serie di missioni impossibili, come recita il titolo della saga. Qui, Hunt non è infallibile ma anzi, è un uomo con difetti e debolezze, dubbioso sulle scelte di vita compiute. Tutta la saga è caratterizzata da una mobilità interna: dei personaggi sappiamo solo ciò che è necessario, conosciamo il loro carattere ma non le loro vite private. In “Fallout” ciò assume un significato ancora più preciso e la scelta si dimostra ancora una volta coerente: Hunt vive esclusivamente per il suo lavoro, per le missioni che deve e vuole affrontare e anche in questo capitolo la sua dedizione lo porta ai suoi limiti, pur di portare a termine ciò che ha iniziato. Il suo lavoro, la sua missione, diventa una vera e propria droga, la sua unica ragione di vita.
Ogni personaggio, protagonista o comprimario, ha il suo giusto spazio e approfondimento, dal nuovo arrivato Henry Cavill al simpatico Simon Pegg, passando per l’agguerrita Rebecca Ferguson e Ving Rhames nei panni del veterano della serie, Luther; tutti convincenti nella recitazione. Altra nota positiva è Sean Harris nei panni del villain Solomon Lane, già presente in “Rogue Nation”: la prova attoriale, l’aspetto visivo e il carattere del personaggio lo rendono un cattivo temibile e carismatico. Intrigante è anche il leggero approfondimento sul passato di Hunt, che ritroverà una conoscenza importante sul finale.

Ottima l’idea della sceneggiatura di McQuarrie di proporre un continuo ribaltamento degli eventi narrativi, in quanto tutta la pellicola è caratterizzata dalla presenza di molti colpi di scena, aumentando la tensione e a facendo crescere il senso di minaccia che permea la vicenda, grazie a personaggi ambigui e sotto-trame sorprendenti, che fanno vivere i protagonisti in costante pericolo, al limite della paranoia.
La suspense è presente anche nelle numerose scene d’azione, il vero punto di forza di “Mission: Impossible – Fallout”: tutte le scene di lotta o inseguimento sono coreografate alla perfezione e la regia di McQuarrie è matura e asciutta. Memorabili sono specialmente il combattimento nel bagno e l’inseguimento per le strade di Parigi. Il regista utilizza dei movimenti di macchina fluidi e brevi piani sequenza, combinati con un montaggio eccellente e mai troppo veloce, per realizzare sequenze ricche di pathos e adrenalina, come raramente se ne vedono. Da sottolineare l’utilizzo minimo di Cgi, per concentrarsi su un’azione reale e tangibile, realizzata da un incredibile Tom Cruise, senza l’ausilio di uno stuntman.
Pur avendo delle pecche di scrittura, tra cui possiamo citare la prevedibilità del finale sostanzialmente positivo (ma non del tutto, quindi comunque interessante), delle esagerazioni che limitano la credibilità di ciò che viene rappresentato e delle approssimazioni al fine di semplificare il racconto, l’opera porta avanti un’idea di Cinema propria.
La fotografia splendida, dove colori intensi e giochi luce/ombra confermano lo stile contemporaneamente moderno e classico della saga, e delle musiche utilizzate con grande intelligenza, presenti nei momenti giusti e mai ridondanti, chiudono il cerchio di “Mission: Impossible – Fallout”, che è ad oggi il miglior capitolo di una saga che ha lasciato il suo marchio indelebile sul genere dello spionaggio.





