Interviste sul territorio: Enrico Acciani

Andrea Vailati

Maggio 9, 2017

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Enrico Acciani
Enrico Acciani

Enrico Acciani, ventidue anni, di Bari.

Abbiamo incontrato Enrico Acciani in un bar del centro, a Bari. Questo giovane regista sta riuscendo, non senza sforzi, a entrare in quella che viene definita l’élite cinematografica mondiale, attraverso due cortometraggi (Blasé, 2015 e De Horrore Vacui, 2017), entrambi presentati allo Short Film Corner del festival di Cannes. E, a ventidue anni, è un traguardo di assoluto valore.

Da cosa nasce, e come far nascere un progetto, come Blasè, partendo da un backgroung avulso da un certo tipo di palcoscenico?

Dall’esigenza di raccontare qualcosa. Ho studiato per i fatti miei, leggo di cinema e non solo, ricerco in questa direzione autonomamente. Faccio tesoro di ogni cosa che posso osservare, imparo e miglioro. Ad esempio, come un artigiano, parti dal fai da te, dal tuo piccolo, da microfoni fatti a mano, e pian piano arrivi a utilizzare strumenti sempre più complessi e professionali.

Quindi, qual è il primo passo?

La scrittura. Penso che la scrittura di un tema, il suo approfondimento, sia la base. Non mi alzo la mattina con la videocamera e giro, anzi, il mezzo è solamente il punto finale. Per me, un prodotto di qualità deve, per forza, nascere da un idea scritta. In Italia mi sembra si sia perso un po’ questo spirito di ricerca sul tema, ed è un peccato, ne risente la qualità.

Certamente. Ma questo processo è alla portata di tutti? Ad esempio, se un ragazzo è capace e voglioso di mettersi in gioco in questo campo, ha una possibilità pratica di poterlo fare?

Bisogna fare gavetta. Io la sto facendo, ed è fondamentale. Bisogna informarsi su come funziona il lavoro di set, sui lavori di produzione e di post-produzione, costruirsi una conoscenza pragmatica di una serie di dinamiche. Fare esperienza, forse anche prima di lanciarsi a produrre qualcosa di proprio. Io sono uno di loro, un ragazzo che prova a farcela e che fa la sua gavetta.

Con qualche soddisfazione, aggiungerei. Ma vivendo a Bari senti di avere meno possibilità rispetto a un altro posto in Italia?

Direi proprio di no: l’Apulia Film Commission sta lavorando da tempo e bene sul territorio, da Roma in giù, la Puglia è forse il posto in cui si lavora di più.

Parliamo adesso di Blasè, il corto che ti ha permesso di aprirti le porte di Cannes. Come nasce, si sviluppa e viene prodotto?

Sono un studente universitario, e sono rimasto affascinato dallo studio di un sociologo tedesco, Georg Simmel: parla di un atteggiamento metropolitano, dell’uomo, appunto, Blasè, straniato e affaticato dalla realtà circostante. Quindi la ricerca della metropoli perfetta, secondo la mia interpretazione, e la scelta è caduta su Londra. L’idea era quella di fare un prodotto semplice: basato sulla sensazione mentale e istantanea, non c’è trama. Siamo troppo abituati alla trama, il mio sperimento si muove nella direzione opposta. Non c’è parola; l’attrice, tra l’altro bravissima, è riuscita a esprimere con il volto e il fisico espressioni e sensazioni. Il problema, una volta realizzato il prodotto, è la distribuzione: i corti non hanno mercato. L’ho inviato soltanto a Cannes, e per fortuna è andata bene.

Una curiosità, quanti corti vengono inviati a Cannes?

Un’addetta al settore, mi disse che vennero spediti 25.000 cortometraggi da tutto il mondo. Non so se è vero, ma è un numero enorme.

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  • Andrea Vailati

    "Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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