Fight Club è un film del 1999 diretto da David Fincher, basato sull’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. L’opera, originalissima, è considerata un cult del cinema mondiale.
Significativa è la trama del film, in cui ognuno potrebbe ritrovarvi frammenti di vita quotidiana. Dalla sfera delle tentazioni all’incessante ricerca edonistica, affogando nel mare di quella che comunemente definiamo “normalità”, ma che normale non è.

Tutto è maledettamente ciclico nell’estenuante e utopica ricerca del piacere personale, spesso ritrovato nel possesso delle “cose”, che si tratti di un servizio di piatti in vetro verde soffiato a mano, mobili svedesi, tavolini Njurunda a forma di yin color verde ramarro e yang arancione, o di un appartamento lussuoso al quindicesimo piano di un grattacielo.
Fino a svegliarsi in una mattina, guardarsi allo specchio e rivedersi come schiavo delle stesse cose che si posseggono. Osservarsi e non riconoscersi, come se si fosse agli albori di un’inaspettata metamorfosi kafkiana.
Fight Club, un’indagine introspettiva
Avere tutto e niente, odiare la propria dissacrante monotonia e accorgersi di essere un addomesticato sottoprodotto di una società votata al futile consumismo. Questo è quello che accade al protagonista del capolavoro di Fincher. Una routine quotidiana marcata da un prepotente materialismo capace di alienare l’uomo da ogni sua concreta aspirazione, in ogni suo aspetto.
Fino a quando non entra in gioco una delle figure più interessanti della letteratura e della cinematografia moderna, Tyler Durden. Personaggio atipico, rivoluzionario e magnetico.

Tyler è dissacrante, in controtendenza rispetto al pensiero comune e all’indottrinamento globalizzante. Non è politicamente corretto, punta ad un’ascesi individuale capace di liberarlo da ogni imposizione sociale, e non importa se per farlo è prima necessario rinunciare ad ogni cosa.
In altri termini, Tyler rappresenta il compromesso ideale fra le più nascoste paure dell’uomo e l’impellente bisogno di superarle. È lui l’ideatore del Fight Club, un luogo a tratti mistico, in cui ogni partecipante può sfogare la propria tensione mediante il combattimento, per poi all’interno ritrovarvi coraggio e voglia di vivere, e sviluppare una volontà tale da voler rovesciare le regole della società con tutti i suoi cliché per poi riordinarla e ripartire da capo.
Tyler è un vero e proprio Deus ex machina. Entra in scena per stravolgere il naturale andamento della trama, trascinando con sé l’atavico bisogno di una rinnovata ricerca della libertà.
Prima regola del Fight Club: vedere Fight Club
Per immedesimarci meglio nell’introspezione psicologica del personaggio, è necessario immergersi nella filosofia nietzschiana. Un nichilista, è così che potremmo definire Tyler Durden. Secondo il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, può essere definito nichilista attivo colui che, ergendosi al di sopra del caos esistenziale, si pone di fronte al mondo affermando i propri significati e la propria volontà, fino a diventare unico legislatore di se stesso.
Ma per far ciò è necessaria, nella filosofia nietzschiana, il compimento dell’uomo allo status di Superuomo, ovvero di colui che propone un rinnovato senso alla caotica mancanza di significato nel mondo, concepisce il mondo come presenza dell’assenza ed è cosciente del fatto che l’uomo sia al centro e spetti a lui, e a lui soltanto, reinterpretare il tutto.

Fight Club
Il punto di congiunzione fra la teoria del Superuomo di Nietzsche e Tyler Durden si cela nella creazione del Progetto Mayhem (Progetto Caos nel libro di Palahniuk), in cui Tyler, servendosi dei suoi adepti, organizza un plotone di uomini con l’unica finalità di dichiarare guerra al sistema. Oggetto principale della battaglia di Tyler è il consumismo dilagante, reo di essere nuovo strumento di sottomissione dei popoli. Citando il filosofo tedesco:
«Libera è ancora per le grandi anime una libera vita. In verità, chi poco possiede, tanto meno è posseduto: sia lodata la piccola povertà!»
F. Nietzsche
Tali parole risultano un monito che già vie presentato nella eloquente retorica di Tyler Durden: “le cose che possiedi ti possiedono”. Un messaggio semplice ma potente, capace di risucchiare in un noumenico vortice le nostre più delicate certezze.
Seconda regola del Fight Club: vedere Fight Club
La retorica di Tyler non risparmia nemmeno la teologia, considerata come una gabbia dello spirito:
«Stammi a sentire, devi considerare la possibilità che a Dio tu non piaccia, che non ti abbia mai voluto, che con ogni probabilità lui ti odi, non è la cosa peggiore della tua vita? Non abbiamo bisogno di lui!»
La morte di Dio, la trasvalutazione dei valori, toccare il fondo e riemergere in direzione di una nuova palingenesi. Questa incredibile anabasi verso l’alto non è altro che uno strumento di liberazione dalla tiepida e liquida società che ci circonda, un manifesto generazionale che Fight Club e il suo personaggio principale ci trasmettono. E noi, ora consapevoli, non possiamo fare a meno di rendergliene merito.




