L’action è il genere la cui definizione risulta più ambigua e abusata, nonché di difficile identificazione. Il primo film d’azione della storia è tendenzialmente considerato Ispettore Callaghan: Il Caso Scoprio è tuo del 1971. Invero, Clint Eastwood anticipa quella transizione che avrebbe visto l’eroe americano per eccellenza, il cowboy dei film western, diventare un tutore della legge.

John Wick 4 – Dal deserto alla strada
Da sceriffi a poliziotti, quindi, gli street cowboys avrebbero invaso le sale nell’America degli anni ’80, quella di Reagan, per intenderci. Saghe storiche quali Die Hard, Arma Letale, Beverly Hills Cop, icone storiche come Sylvester Stallone, Arnold Schwarznegger e Bruce Willis avrebbero (quasi) sempre avuto un distintivo, ignorato le regole alla John Wayne e, così, salvato la giornata.
A onor del vero, un pilastro ed esempio del genere fu 48 ore di Walter Hill. Quest’ultimo fu e rimane un regista i cui guerrieri segneranno profondamente l’immaginario collettivo degli spettatori e mostreranno strade da seguire agli spericolati a venire.
Sceriffi, giustizieri della notte o guerrieri di strada che fossero, tutti dovevano affrontare combattimenti, sparatorie, acrobazie improbabili e tantissimi stunt. Questi ultimi, più di ogni altra cosa, rendono un action movie un buon action, e richiedono spesso stuntman preparati e coordinatori dotati di fantasia.
Proprio negli anni ’80, non a caso, sarebbe ascesa quell’icona del genere d’azione famosa per non fare utilizzo di alcuna controfigura.

Esatto, stiamo parlando di Jackie Chan.
Raccogliendo l’eredità di quel Bruce Lee che già negli anni ’60 diede una via da seguire ai film d’azione proprio introducendovi le arti marziali, Jackie Chan, unendo oriente e occidente, crea e interpreta la saga Police Story.
Così, il suo cinema e quello di Hong Kong in generale diventano un riferimento per chiunque voglia cimentarsi nel genere d’azione e fornire allo spettatore quello che è spettacolo. Niente filosofia o messaggi sensazionali, niente trame cervellotiche: cinema delle attrazioni duro e puro, le fondamenta stessa della Settima Arte.
Tuttavia, per anni i personaggi del lontano Oriente sono stati antagonisti nei film americani. Basti guardare film come Robo-cop 3 o Arma Letale 4, con uno spietato Jet Li, futuro protagonista nel 2010, stavolta insieme a Stallone, de I Mercenari, una delle poche saghe americane post 2000 davvero degne del titolo di action, seppur articolato secondo stilemi ancora molto anni ’80. Gli USA, infatti, forse un po’ temevano il boom tecnologico e l’ascesa economica di paesi come il Giappone. Sul piano artistico, però, si sarebbero dovuti presto ricredere, tornando a cercare ispirazione proprio in quel cinema “distante”.

John Wick 4 – La rinascita dell’Action
Dagli anni ’90, poi, vi è stato un lento ma inesorabile declino del genere, con riproposizioni di seguiti di saghe storiche ormai non più accattivanti. Rambo, John McClane, Terminator non sembrano avere più nulla da dire.
Si salva sicuramente qualche eccezione. Nel ’91 Kathryn Bigelow firma forse l’ultima sacca di resistenza dell’action fatto come si deve, il mitico Point Break. Negli anni più bui, invece, quelli compresi tra il 2000 e il 2014, abbiamo qualche chicca come Jimmy Bobo (2012) o Escape Plan (2013). Tuttavia, non a caso, queste pellicole si legano, proprio come I Mercenari, a un’interpretazione molto anni ’80 dell’action, anche nella comicità. Non è un caso che a farne da protagonisti, infatti, ci siano ancora Silvester Stallone e/o Schwarznegger.
C’è, poi, quell’azione sui generis di Mad Max: Fury Road (2015), ormai comunque alla base della cinematografia internazionale sin dal 1979. Già allora, infatti, George Miller decise di cambiare il cinema per sempre con il primo storico Mad Max (da noi in Italia Interceptor), in un’interpretazione della componente action che avrebbe fatto e continua a fare scuola (e il cui protagonista, comunque sia, era un ex poliziotto).
Naturalmente, quando parliamo di declino del genere, ci riferiamo ai film d’azione duri e puri, poiché ovviamente l’action non ha mai smesso di intrattenerci collateralmente infiltrandosi in The Heat – La Sfida (1995) di Michael Mann (che tuttavia sarebbe riduttivo definire “solo” un film action), così come in Matrix (1999) o nella trilogia di Spider-Man di Sam Raimi, ad esempio, o nei cinecomic in generale.
Tuttavia, si è percepita una grossa mancanza e stagnazione dell’adrenalina vecchio stile, dove protagonisti privi di qualsivoglia superpotere si lanciano da palazzi o macchine in corsa, impugnano armi e mietono vittime in maniera sempre più creativa. Perché l’azione è anche questo, d’altronde: trovare modi sempre più fantasiosi e unici di intrattenere il pubblico.
Bisognerà aspettare il 2014 e l’ascesa dei coordinatori di stunt alla regia per assistere alla vera rinascita del genere. Bisognerà aspettare John Wick.

John Wick 4 – Ci vediamo, John
La saga rispolvera e svecchia tutti i cliché dell’Action. Si propone come parodia e insieme esercizio di stile sul come si propone una sparatoria, un combattimento corpo a corpo, un inseguimento e dei personaggi superficiali ma carismatici e subito memorabili. Niente più eroismo o malriposto senso della legge: solo un uomo che cerca vendetta per il suo cane, per amore insomma.

L’asticella della saga si alza insieme agli incassi e alle pellicole che si accodano seguendo l’esempio, come Le ultime 24 ore, Io sono Nessuno con Bob Odenkrik o il formidabile The Foreigner (2017), proprio con un Jackie Chan in grande spolvero in uno dei ruoli più seri e drammatici della sua carriera da La Vendetta del Dragone (2009).
Una serie di ottime pellicole, con anche un interessante dialogo tra un pilastro del genere quale Chan che si rifà all’erede per eccellenza di quella Hong Kong delle arti marziali, finché arriviamo alla climax, sia per la serie sia per il genere: John Wick 4.
John Wick 4 è un compendio, a suo modo sentimentale, di tutto quello che è stato il cinema action. Si va dai prototipi western ai primi film heroic bloodshed di Ringo Lam e John Woo, passando da Sergio Leone e Bruce Lee (esplicitamente citato in una scena) a Mad Max e con spolverate dell’estetica neon e sonorità synthwave per aggiornare il tutto. Senza escludere, però, dei passaggi di chitarra acustica che ci ricordano che, in fondo, tanto è cambiato, ma che nulla muore per sempre: si trasforma. John Wick è un cowboy, un fuorilegge di strada, il cui destriero è una Mustang.
Le armi stesse, poi, sono un interessante dialogo con il passato (nunchaku, katane, revolver, tutte riconducibili a specifiche sfumature e articolazione del cinema action come i gongfu, i wuxia o i chanbara, oppure i western più tradizionali). Infine, una bella strizzata d’occhio al mondo dei videogiochi con il piano sequenza dall’alto che riprende Hong Kong Massacre (2019).

Non esiste una summa poetica delle possibilità del medium audiovisivo nell’ambito dell’intrattenimento d’azione come l’ultima fatica di Chad Stahelski.
Non gli manca nulla: 3 ore di pura creatività e articolazione fantasiosa degli stilemi del genere, dalle sparatorie agli inseguimenti, dagli sguardi ai cazzotti.
Menzione d’onore, poi, a Donnie Yen, che incarna tutto quel cinema di arti marziali cui la settima arte non può che essere tributaria, e al finale, che chiude il cerchio e fa tornare dove tutto era cominciato. E non parliamo solo dell’inizio della crociata del marito amorevole John Wick nel 2014, bensì dell’archè del genere action: il vecchio e lontano west. Vedrete.




