Ci vuole un mito per Cesare Pavese, Alice Rohrwacher e Lazzaro

Giulio Bonacina

Marzo 21, 2025

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«Andando per la strada del salto nel vuoto, capivo appunto che ben altre parole, ben altri echi, ben altra fantasia sono necessari. Insomma ci vuole un mito. Ci vogliono miti, universali  fantastici, per esprimere a fondo ed indimenticabilmente questa esperienza che è il mio posto nel mondo.»

(Cesare Pavese, Lettere 1924-1944, Einaudi 1966)

Pavese e la necessità del mito nel mondo contemporaneo

Cesare Pavese (1908-1950)

Come poter parlare del contemporaneo se esso sembra svolgersi in un costante presente che si autofagocita nella creazione di significati mutevoli, nati per il consumo, morti sul nascere perché non generati da una creazione condivisa.
Come capire un mondo culturalmente, esteticamente ed economicamente stravolto in un arco temporale brevissimo?
Come guardarlo affinché esso non ci appaia muto? 

Pavese trova la sua risposta: mitopoiesi, creazione mitica e simbolica. Tutto il suo universo letterario infatti si dischiude sotto la luce del mito, all’interno di un orizzonte dentro il quale, finalmente, la storia, il progresso, la dialettica cedono il passo al mistero, al simbolo e alla favola. Pavese trova nel mito un rifugio dalla realtà, un riparo dove esistono ancora appigli per il nostro senso, per il nostro sentire. Il mito però, non è utopia, non è fuga dal reale, ma una lente che permette di leggerlo sotto una luce diversa, svelandone la sostanza e cogliendo una rete di nessi, rimandi e significati. 

«Ma non è da credere che in sé quest’esperienza del mito sia un privilegio dei poeti e, a un grado più discosto, dei pensatori. È un bene universalmente umano, è la religione che sopravvive anche nei cuori più squallidi o più meschini, i quali sarebbero ben stupiti se qualcuno gli spiegasse che dentro di loro è un germe che potrebbe diventare una favola. E occorre dirlo? – la condizione su cui si fonda l’universalità e la necessità della poesia »

(Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi 1952)

Lazzaro felice: la ricerca del mito nel contemporaneo

Proprio da questa necessità poetica, da questo bisogno di trovare significati primi, originari che si facciano mito per spiegare il nostro oggi, sembra muoversi Alice Rohrwacher in Lazzaro felice. Lazzaro è un archetipo di purezza, di bene come valore assoluto. Lazzaro è la bontà incondizionata a tal punto da apparire ingenuità. Lazzaro vive in un microcosmo dove esiste ancora la terra, la miseria agricola, una comunità che vive in armonia con il proprio ambiente grazie alle storie che si racconta, ai riti che crea, ai miti attorno ai quali si costituisce.

Sono sfruttati, sono tenuti nascosti dal nostro mondo, loro non sanno che il mondo in cui vivono è scomparso da decenni. Nonostante questo, la Rohrwacher non guarda con miseria a quel mondo, anzi gli conferisce una assoluta dignità e una nostalgica e ormai estranea visione di stare nel mondo e tra i propri simili, ne cerca significati primi, originari di un modo di vivere la natura e la propria comunità, significati che si fanno mitici, lontani ma recuperabili.

Lazzaro Felice (2018)

Il film di Rohrwacher non si limita a guardare questo mondo con compassione o giudizio, ma ne esalta la dignità e la bellezza, nonostante la sua estraneità rispetto al presente. La regista recupera un senso primordiale e mitico della vita, facendo riscoprire la forza di una connessione profonda con la terra, con la comunità e con i miti che la fondano.

Lazzaro, in questo contesto, diventa un ponte tra il passato e il presente, un modo per riflettere su ciò che è stato perso e su ciò che potrebbe ancora avere valore. La sua bontà, che agli occhi del mondo moderno appare ingenua e fuori posto, è invece una chiave per rileggere la nostra esistenza e il nostro rapporto con la natura, con gli altri e con i simboli che, purtroppo, tendiamo a dimenticare o a non comprendere più.

Lazzaro, come figura mitica, ci invita a un ritorno alla semplicità e alla purezza di significati originari che, seppur lontani, sono ancora recuperabili e significativi nel nostro mondo contemporaneo.

Uno sguardo nuovo

Il cinema di Alice Rohrwacher si fa portatore di un impegno politico: mostrare le origini dimenticate, ma eterne, del mondo civilizzato.
Alice Rohrwacher

Qui la purezza archetipica di Lazzaro è accettata e compresa da chi lo circonda. Ma poi arriva il reale, arriva il cielo grigio e il fumo perpetuo delle ciminiere, la periferia, l’incomunicabilità e la morte. Non ci sono più strumenti per accogliere la gratuita disponibilità di Lazzaro. La morte di Lazzaro è la nostra incapacità di trovare significati puri, originari, staccati dalla logica contemporanea del profitto e dell’utile. La nostra incapacità di leggere i simboli e i miti. Si soffre nel vedere Lazzaro inerme, nel vedere il suo sguardo bambino tingersi di sangue sotto i colpi di una folla cieca ed imbestialita.

Il mito non consola, anzi nel mito viene il lutto della condizione umana. 

Il mito non ripara dal pensiero della morte, come dimostra la vicenda di Pavese, non offre soluzioni né panacee. Racconta, esplora, consola, rende concepibile la morte, rasserena il passaggio finale. Orfeo, per Pavese, non riporta in vita l’amata perché consapevole dell’impossibilità ma, soprattutto, dell’insensatezza di poter recuperare un passato perduto. 

Ma proprio qui Rohrwacher sorprende: Lazzaro diventa lupo, l’archetipo del diverso, del selvaggio, del pericolo. Ma questo lupo non ha più boschi per sé, solo macchine e asfalto. Cammina fra noi, basta guardare. 

Alice Rohrwacher riesce a parlarci dell’oggi con occhi diversi, con uno sguardo favolistico, a volte bambino. Magicamente ci svela un altro modo di leggere e di vivere un contemporaneo scarno e privo di sguardi “altri”, immaginativi, poetici. E in fondo, cos’è fare cinema se non, secondo le parole della regista:

«Proporre uno sguardo, uno sguardo dall’altrove. Un occhio che si estranea, ci estranea. Perciò quando penso a che fare, trovo questa risposta: dobbiamo trovare più modi possibili per rendere straniero il nostro sguardo anche a noi stessi». 

(Alice Rohrwacher)

Leggi anche: Fiabe nere e fiabe bianche – Tra Matteo Garrone e Alice Rohrwacher

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