La fiaba, come sosteneva Vladimir Propp, antropologo e linguista russo, ha origini preistoriche riconducibili agli antichi riti di iniziazione affrontati dai ragazzi per diventare adulti. Infatti, le fiabe affondano le loro radici nella nostra memoria e nella nostra società e, da allora, accompagnano silenziosamente le nostre vite. Chi, infatti, anche senza averle mai lette, non conosce le storie di Cappuccetto Rosso, della Piccola Fiammiferaia o di Hansel e Gretel? È quindi più che lecito aspettarsi fiabe moderne in live action. Ma le fiabe possono essere sia bianche sia nere, raccontando le luci e le ombre dell’essere umano.
Due registi eccezionali, che riportano in vita il genere letterario che ci ha accompagnato nelle sere della nostra infanzia, sono Matteo Garrone e Alice Rohrwacher.
Rohrwacher, habitué del Festival di Cannes, si portatrice di una visione per lo più puberale e pastorale delle storie, strada assai poco battuta nel moderno cinema italiano. Racconta con delicatezza e decisione le vite difficili di questi fanciulli: in Corpo celeste (2011), Marta è una ragazzina tanto eterea, pura e incorruttibile da assomigliare a una fata; ne Le meraviglie (2014), Gelsomina è anagraficamente una bambina, ma è già “capo famiglia” di un gruppo di persone irresponsabili; in Lazzaro felice (2018), Lazzaro, per l’appunto, è un ragazzo ingenuo e talmente candido da sembrare stupido.
Tutti questi personaggi sono il diverso della loro storia e, perciò, non sono capiti e vengono emarginati; e non per una caratteristica notoriamente negativa, bensì per quella lodata da tutti: la bontà. Marta vuole cresimarsi, ma senza scendere a patti con una Chiesa corrotta e con l’ipocrisia della comunità, venendo per questo allontanata da tutti e additata come “bambina cattiva”. Molto eloquente il gesto del taglio di capelli che, invece di somigliare all’atto castrante di Dalila ai danni di Sansone, si trasforma in una silente dichiarazione di guerra.
Gelsomina vuole rendere orgoglioso suo padre, ma, al tempo stesso, vuole vivere come la bambina che è e quindi inseguire una purezza che non le è permesso vivere. La ragazzina dovrà prendere l’iniziativa per migliorare la sua vita e quella della sua famiglia, ma il padre, aborrendo le modernità, la disconosce simbolicamente.

Lazzaro in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)
Lazzaro viene sfruttato, ma non sembra esserne consapevole o, forse, semplicemente non gli importa. Infatti, la sua intrinseca bontà si sviluppa fino a diventare quasi una caratteristica cristica. Durante tutto il film, e in particolar modo nel finale, mostra come la sua gentilezza e, di conseguenza, la sua stessa persona vengano in più occasioni derise e calpestate, fino a trasformarlo in una sorta di martire.
La giovane regista si crogiola in questo idealismo categorico, ricordandoci che le fiabe moderne esistono. Attraverso uno spirituale realismo magico, riporta in auge il ragazzo diverso per la sua eccezionale bontà e forza d’animo, per la sua incorruttibilità e l’incredibile tempra morale, nonostante la sua giovane età.
E chi può rappresentare meglio la purezza se non i bambini? Racconta, infatti, protagonisti stoici che, nonostante la loro intrinseca fragilità e le menti ancora manipolabili, dimostrano un’invidiabile volontà di ferro e una caparbia fedeltà a sé stessi.
Le immagini potenti ed evocative mettono in scena un’Italia d’altri tempi, popolata da subdoli orchi e belve fameliche dalle sembianze amichevoli, combattute con l’amore dal solo protagonista: un bambino senza macchia, anche se con molta paura.
In contrapposizione ai santi-bambini della giovane regista, c’è Matteo Garrone con i suoi caliginosi affreschi in movimento. È un autore che ha scelto di fare proprie alcune storie di cronaca nera italiana creando, così L’imbalsamatore (2002), Primo amore (2004) e Dogman (2018) – rispettivamente ispirati ai casi del «Nano di Termini», del «Cacciatore di anoressiche» e al «delitto del Canaro» – e di raccontare, con il suo stile oscuro e avviluppante, tanto storie della tradizione letteraria italiana, come Il racconto dei racconti (2015) e il più recente Pinocchio (2019), quanto la narrativa d’inchiesta, trasponendo sul grande schermo Gomorra (2008) di Saviano.

Matteo Garrone
Racconta le vite di quegli uomini che hanno già superato il rito di iniziazione e che sono diventati adulti ambigui, accecati dal potere o disposti a qualunque cosa pur di ottenere ciò che desiderano.
Ne L’Imbalsamatore, Peppino è un brillante e persuasivo cinquantenne, tanto simpatico quanto viscido, un perfetto antagonista di grimmiana memoria; in Gomorra, Marco e Ciro (detto Pisellino), due dei molti protagonisti, sono ragazzi che vivono nel mito di Scarface e cercano, ingenuamente, di rendersi indipendenti; in Primo Amore, Vittorio è un uomo solo, misogino e sadico: la personificazione del lupo cattivo.
Peppino vuole essere amato, e non da un qualcuno qualunque, ma da Valerio, per il quale ha sviluppato un’ossessione; irretirà e cercherà di comprare il suo amore e la sua fedeltà in ogni modo possibile. Marco e Ciro vogliono dimostrare a tutti di essere grandi uomini, lasciandosi ispirare dalle gesta di Tony Montana, ma in realtà non sono che due Icaro, guidati dalla loro ingenua e arrogante ambizione e sedotti da false lusinghe.

Gomorra di Matteo Garrone (2008)
Vittorio vuole vedere cosa resta di una persona quando della sua materia non rimane quasi più nulla; per questo desidera una relazione con una donna magrissima e farà tutto ciò che è in suo potere per ottenere ciò che lo eccita.
Garrone guarda il mondo attraverso una lente cinica e brutale, tanto affascinante quanto repulsiva, ricordandoci che il mondo è popolato da cattivi che si travestono da buoni. Racconta l’allontanamento dalla zona di comfort, tanto cara alle fiabe, di prove pagate con il sangue e di finali dolceamari.
E quindi, chi si aspetta la fiaba della buonanotte, quella con il principe che uccide il drago salvando così l’amata, rimarrà deluso, perché Garrone racconterà la storia del drago. Il regista non lascia scampo: trascina nelle sinuose spire dei suoi racconti, ammaliando lo sguardo e ferendo l’animo.
L’autore rende protagonisti quelli che normalmente chiameremmo villain, dotandoli di un’abbondante dose di umanità e di un’enorme profondità psicologica, suscitando alternativamente empatia e disgusto nello spettatore. Dimostra di conoscere la natura umana e le sue perversioni, dando vita a bizzarri protagonisti che sguazzano nelle lordure delle proprie ossessioni malate; incolla lo spettatore allo schermo, spingendolo a domandarsi quanta differenza ci sia tra lui e quei mostri affascinanti.
Riesce, inoltre, a mettere in scena storie accattivanti e stratificate: trame apparentemente semplici e lineari nascondono insidie che strisciano melliflue sotto la sottile superficie cristallina.

Marcello in Dogman di Matte Garrone (2018)
Con il suo stile suggestivo e conturbante, Garrone sembra far uscire tutti i suoi lungometraggi da un oscuro libro di fiabe, acquistato per curiosità morbosa, che si farà un po’ odiare e un po’ amare perché lo spettatore, inevitabilmente, vi leggerà le proprie pulsioni e i propri lati più nascosti.
Di una cosa sono sicura: grazie ad Alice Rohrwacher e a Matteo Garrone, al loro enorme talento, riusciremo ad apprezzare in egual misura sia il buono quanto il cattivo delle fiabe.




