La giovane promessa del cinema italiano, Alice Rohrwacher, con la sua maestria ci regala opere di grande sensibilità e complessità. I suoi lungometraggi catturano lo sguardo dello spettatore, trasportandolo in mondo più vero che mai, ma al tempo stesso profondamente onirico. La genuinità degli ambienti rurali che sceglie di rappresentare è l’espressione di verismo ormai superato dall’industrializzazione.
Il contatto con la natura e la realtà anarchica in cui vivono i personaggi della cineasta, in particolare in Le meraviglie (2014) e Lazzaro felice (2018), sembrano fuoriusciti da una novella del grande autore Giovanni Verga, massimo esponente di quella corrente letteraria, figlia del naturalismo francese, che nasce in Italia nella seconda metà dell’Ottocento: il verismo. I veristi rappresentano realtà regionali segnate dalla povertà, dalla miseria e dallo sfruttamento, con l’obiettivo di fotografare la realtà così come si presenta. I personaggi sono spesso contadini, pescatori, minatori e umili lavoratori, dei quali si cerca di restituire l’universo psicologico e linguistico.
Attraverso un’impostazione corale, tipica del verismo, la Rohrwacher racconta vicende di contadini che vivono la tradizione, la famiglia e la fatica del lavoro nei campi. La stessa atmosfera si ritrova nel capolavoro di Verga, I Malavoglia, dove viene espresso al meglio l’ideale dell’ostrica, ovvero il concetto dell’impossibilità di evasione e di emancipazione da parte dei più deboli. Si delinea così un attaccamento alle tradizioni ataviche e alla famiglia, con l’obiettivo di rimanere al riparo dal mondo che sta «al di fuori», quello che rischia di divorare le persone più fragili: il cosiddetto «pesce vorace».
«— Insomma l’ideale dell’ostrica! direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica! e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati ostriche anche noi —.
Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano — forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime anch’esse».
(Giovanni Verga, Fantasticheria in Vita dei campi)
Sembra proprio essere un dialogo tra Gelsomina (Maria Alexandra Lungu), protagonista di Le meraviglie, e suo padre Wolfgang (Sam Louwyck), che difende l’autenticità della sua casa, dei suoi ideali e della sua attività di apicoltura, portata avanti con fatica insieme alla famiglia, di fronte alla grande potenza schiacciante dell’industrializzazione.
Ecco che sembra delinearsi un Padre ‘Ntoni, erede del verismo di verghiana memoria, che si oppone alla partenza dei figli dalla terra siciliana. Gelsomina, però, come molti adolescenti, è attratta dal mondo esterno, dalla finzione della televisione nelle poche occasioni in cui può entrare in contatto con essa, ma soprattutto dalla scoperta dell’amore. Il conflitto che si genera tra padre e figlia si scioglierà in uno sguardo intenso che i due si scambiano nel finale, fissato dalla cinepresa.
Uno sguardo di comprensione, uno sguardo capace di ristabilire un equilibrio nei rapporti, uno sguardo di compromesso, che non sempre si riesce a ottenere tra esseri umani, ma la Rohrwacher vuole esprimere con forza e con coraggio, perché lei ci crede ancora.
La regista sembra trovare una possibile risposta all’ideale dell’ostrica di Verga: non è pessimista come i veristi, ma conserva fiducia nella forza dell’essere umano e dei suoi sentimenti. Una fiducia espressa non solo dalla potenza della sceneggiatura, ma anche da quella delle immagini che impiega.
Se l’impianto, come già detto, strizza l’occhio al verismo, lo sviluppo della storia, attraverso la fotografia, assume caratteri surrealisti. Le immagini sembrano sprofondare nell’inconscio della protagonista Gelsomina, nel pensiero al di fuori di ogni controllo esercitato dalla ragione, oltre ogni preoccupazione estetica e morale. Emblematica è la fuoriuscita delle api dalla narice di Gelsomina: le stesse api che sostengono il lavoro dell’intera famiglia diventano, in questa dimensione visionaria, le rappresentazioni dei fastidi e dei tormenti dell’adolescente.
I suoni e le luci con cui giocano Gelsomina e la sorella minore Marinella (Agnese Graziani), nei piccoli momenti di svago dal lavoro, hanno qualcosa di magico.
Questo senso di irrealtà, di dimensione onirica, si percepisce ancora di più in Lazzaro felice, in cui il protagonista Lazzaro (Adriano Tardiolo) è egli stesso un sogno in carne e ossa: un adolescente che non viene scalfito da nulla, né dal freddo né dalla fatica, neppure dalla malevolenza degli uomini. Non a caso, Lazzaro riesce a credere nei miracoli, nella benevolenza e nella fratellanza; non prova fatica nell’aiutare il prossimo, senza aspettarsi nulla in cambio.
Un uomo che forse non esiste, o forse è esistito solamente duemila anni fa.
Lazzaro non è intaccato in alcun modo dal «pesce vorace» esterno. Anche quando entrerà in contatto con il mondo civilizzato, la sua morale e la sua forza rimangono intatte. È un uomo che non subisce il tempo né il mutare delle stagioni: rimane sempre, miracolosamente, piantato nella sua eterna giovinezza, a differenza di tutti gli altri personaggi, che subiscono il passare degli anni. Manterrà sempre i suoi ideali puri, nati nella campagna e, paradossalmente, nella menzogna della marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi).

Lazzaro in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)
Lazzaro ha dei poteri: quello di saper fare giustizia, anche quando i protagonisti subiscono un ulteriore torto. Dopo essere stati sfruttati per anni nei campi di tabacco dalla marchesa, non viene loro neanche permesso di sostare qualche minuto in una chiesa, presunto luogo di accoglienza, per ascoltare l’esecuzione di un musicista all’organo. È allora Lazzaro a decidere di portare via la musica, di portarla con sé per alleviare la passeggiata notturna dei suoi cari, perché la musica è democratica. Lazzaro è così: sa sempre fare la cosa giusta.
La magia di Rohrwacher sta nel riuscire a rappresentare tutto questo attraverso metafore, suoni e colori che invitano a contemplare il mondo circostante con umiltà e gratitudine. I suoi movimenti lenti ci ricordano che non siamo sulla Terra per partecipare a una gara frenetica. Lasciamo fuggire la fretta e impariamo a godere dei sapori veri, ogni tanto surreali, della vita.




