VOCE FUORI CAMPO
Se potessero parlare, se potessero esprimere i loro pensieri più profondi, cosa direbbero quei personaggi che silenziosamente subiscono la malvagità del mondo e degli uomini, rendendola più sopportabile e donando speranza e gioia a chi li circonda?
Se solo potessero parlare, cosa direbbero la buona Gelsomina, figlia di Fellini, e il generoso Lazzaro, nato dalla penna di Alice Rohrwacher?
Sono personaggi tanto semplici quanto complessi. Non parlano molto, eppure i loro sguardi e i loro gesti racchiudono un mondo di parole: parole taciute, alle quali abbiamo cercato di dare colore proprio attraverso i nostri eroi dal cuore d’oro.
INT. BANCA – GIORNO
La luce entra dalle grandi vetrate della banca: una luce chiara, quasi accecante, che lentamente si fa più fioca, come se anche il giorno stesse perdendo colore.
Lazzaro è a terra. Un altro calcio. Il ragazzo non reagisce: è stanco, il suo corpo sembra non avere più la forza di rialzarsi. Respira lentamente, poi chiude gli occhi. Sta lasciando questo mondo. Quando li riapre, vede qualcosa accanto a sé.
Un vecchio lupo. È stanco anche lui: maltrattato, cacciato, incapace di trovare un posto nel mondo degli uomini, che non riescono a comprenderlo.
Lazzaro lo guarda, ma non è solo. Accanto al lupo è seduta una ragazza. È biondina, ha i capelli corti e gli occhi grandi; porta uno zaino sulle spalle, dal quale fuoriesce la punta di uno strumento musicale, forse una tromba.

Gelsomina in La Strada di Federico Fellini (1954)
Lazzaro non sa chi sia quella ragazza e la guarda con diffidenza, poiché teme che anche lei sia lì per aggredirlo. Ma la ragazza gli sorride. Lazzaro ricambia lo sguardo: c’è qualcosa, in quel sorriso, che lo rassicura. Capisce che lei non è come gli uomini che lo hanno picchiato senza motivo. Lei è diversa. Odora di bontà.
E in quel momento Lazzaro comprende una cosa soltanto: tra lui e quella buffa ragazza esiste una connessione che non ha bisogno di essere spiegata.
Gelsomina gli tende la mano.
GELSOMINA: «Embè, che fai ancora disteso a terra? Non lo vedi che se ne sono andati tutti? Siamo rimasti soli. Dai, dammi la mano che ti aiuto a rialzarti. A proposito, come ti senti? Ti fa male qualcosa?».
Gli afferra la mano e lo aiuta lentamente a rimettersi in piedi.
LAZZARO: «Grazie. Devo dire che mi sento molto bene, quasi fossi rinato… Ma tu chi sei? Perché non ti ho mai vista prima? Non è che per caso vieni anche tu dall’Inviolata? Perché, anche se non ricordo di aver mai visto il tuo volto, mi sembra di conoscerti da una vita».
Gelsomina lo osserva senza smettere di sorridere.
GELSOMINA: «Allora è proprio vero che tra simili ci si riconosce. Io sono Gelsomina e sono venuta a prenderti per portarti in un posto bellissimo. Un posto giusto, adatto a quelli come noi».
Lazzaro aggrotta la fronte.
LAZZARO: «Che vuol dire “a quelli come noi”?».
GELSOMINA: «Lo capirai da solo, fidati. Ma dimmi, piuttosto: perché sei rimasto accanto a Tancredi? Perché sei andato a chiedere alla banca di fargli riavere ciò che un tempo gli apparteneva?».
Lazzaro abbassa gli occhi. Per un momento sembra cercare le parole.
LAZZARO: «Perché lui è mio amico. Anzi, lo considero un fratello. Lui è così importante per me, anche perché è stata la prima persona che mi ha preso in considerazione. Lui, a differenza degli altri, non mi ha dato degli ordini trattandomi come uno stupido, ma per la prima volta mi ha fatto sentire parte di qualcosa di bello, di grande, come solo l’amicizia sa essere».
Gelsomina ascolta in silenzio.
LAZZARO: «E poi sentivo che dovevo stargli accanto per proteggerlo».

Lazzaro e Tancredi in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)
GELSOMINA: «Proteggerlo? E da cosa?».
LAZZARO: «Dalla gente, sai. Lui crede di poter cambiare il mondo e non lo spaventa nulla, ma non sa che la gente sa essere veramente cattiva e temo che possa accadergli qualcosa. Poi lui è un ribelle, odia seguire le regole e ho paura che, a causa di questo suo modo di fare, possa finire nei pasticci. È un caro ragazzo, ma è troppo impulsivo. E poi, non servono forse a questo gli amici? Non si proteggono a vicenda?».
Gelsomina lo guarda per qualche secondo, quasi sorpresa dalla semplicità della sua risposta.
GELSOMINA: «Ma lo sai che c’hai ragione? E comunque ti capisco, sai? Anch’io, un tempo, ho scelto di stare vicino a un uomo, Zampanò, che tutti consideravano malvagio. Ma io, in fondo, sapevo che non era cattivo. Aveva solo difficoltà a esprimere sé stesso e i suoi sentimenti. Qualsiasi cosa facesse, io ritornavo sempre da lui».

Gelsomina e Zampanò in La Strada di Federico Fellini (1954)
LAZZARO: «E non hai mai pensato di abbandonarlo?».
GELSOMINA: «All’inizio non è stato facile. Gli stavo accanto soltanto per imparare un mestiere. Un giorno, dopo che era stato arrestato per una rissa, avevo pensato di abbandonarlo. Ma un amico, il Matto, mi ha convinto a rimanere al suo fianco».
LAZZARO: «E cosa ti ha detto per convincerti?».
GELSOMINA: «Mi ha fatto capire una cosa bellissima: che tutti siamo importanti, che tutti abbiamo un ruolo in questa vita. Persino un piccolo sasso ha la sua importanza. E in quel momento mi sono resa conto che dovevo rimanere nella vita di Zampanò».
LAZZARO: «Quindi è come se fossimo predestinati a legarci alla vita di qualcuno, con il solo scopo di stargli accanto, per fargli da scudo contro ciò che potrebbe ferirlo».
GELSOMINA: «Esattamente».
LAZZARO: «E da cosa dovevi proteggere Zampanò?».
GELSOMINA: «Dalla solitudine alla quale si stava condannando a causa delle sue maniere rudi e poco gentili».
LAZZARO: «E poi?».
Gelsomina abbassa lo sguardo, per un momento sembra esitare.
GELSOMINA: «E poi lui ha fatto una cosa molto brutta. Non riuscivo a perdonarlo e mi chiedevo se avessi fallito… Solo adesso sono riuscita, in qualche modo, a perdonarlo. Sai, sono riuscita a sentire il suo pianto, anche se non ero volata via… Posso dire di aver percepito le sue lacrime. E spero che, ovunque si trovi ora, abbia trovato un pizzico di gioia e, magari, anche un po’ di serenità».

Zampanò in La Strada di Federico Fellini (1954)
LAZZARO: «Il perdono è proprio una bella cosa. Ti fa sentire una persona nuova. Anch’io ho perdonato tante cose. Ti pare che non capissi che all’Inviolata non avevano nessuna considerazione di me? Nemmeno quando sono arrivato in città e ho ritrovato la mia amica Antonia. Sapevo che voleva abbandonarmi, ma non perché gliel’avessi sentito dire: l’avevo letto nei suoi occhi. Io, per lei, ero solo un peso. E questo mi faceva sentire così inutile».
GELSOMINA: «Ecco cosa ho appena finito di dirti. Ma so come ti senti e posso dirti che tu, mio caro amico, sei nato perché questo mondo doveva conoscere la bontà di un cuore puro, perché ne aveva bisogno… Peccato, però, che non sia stato in grado di capirla, questa immensa bontà. Sai, nei momenti di tristezza, mi chiedo a cosa serva preoccuparsi ed essere sempre disponibili per gli altri».
LAZZARO: «Io, invece, un problema del genere non me lo sono mai posto. Quando faccio del bene, mi sento una persona migliore. Quasi lo facessi non soltanto per gli altri, ma anche perché fa stare bene me. Quando so che qualcuno può giovare del mio aiuto, sento una grande gioia, un grande bene, e anche la notte più buia fa meno paura. Mi sento invincibile e ho la sicurezza che potrei affrontare qualsiasi cattiveria».

Lazzaro in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)
GELSOMINA: «Che belle parole. E che bella persona che sei. Mi piace parlare con te. A proposito, c’è una cosa che non capisco: perché hai visto il lupo accanto a te?».
TOTÒ: «Questo ve lo posso spiegare io».
Al sentire la voce di Totò, il viso di Gelsomina si illumina di felicità.
GELSOMINA: «Totò! Amico mio, che ci fai qui? Lazzaro, ti presento Totò, detto da tutti noi “il buono”. È una persona speciale e ci è tanto caro».
LAZZARO: «Piacere, io sono Lazzaro».
TOTÒ: «So già chi sei. A dire la verità, ti conosco da sempre, così come conoscevo Gelsomina prima ancora che lei venisse».
Lazzaro lo guarda, sempre più confuso.
LAZZARO: «Venire? E dove? E cosa ne sai tu del lupo? Sono leggermente confuso».
Totò sorride.
TOTÒ: «Lascia che ti spieghi tutto… Come già sai, mi chiamo Totò. Sono stato letteralmente trovato sotto un cavolo da una vecchina tanto dolce, che mi ha fatto da madre amorevole. Dopo varie vicissitudini, sono andato a finire in una baraccopoli. La gente intorno a me era triste ed egoista a causa della povertà, ma io non mi sono perso d’animo e ho fatto il possibile per aiutarla e infondere in quelle persone un po’ di positività e di allegria».

Totò in Miracolo a Milano di Vittorio De Sica (1951)
LAZZARO: «Meraviglioso. Quant’è vero che il bene che si può donare è la più forte e potente delle magie».
TOTÒ: «Lo so… Comunque, non mi sono mai arreso, nemmeno quando volevano distruggere quello che avevo costruito per quella povera gente. Alla fine, quando io e i miei amici ci vedevamo persi, grazie a un miracolo riuscivamo a volare via utilizzando delle semplici scope. Andavamo in un posto nuovo, un posto dove non esistono cose come l’ingiustizia o la crudeltà, un posto dove le tue buone azioni non ti fanno passare per pazzo».
LAZZARO: «Wow… Tutto quello che hai detto è fantastico, ma ancora non riesco a capire cosa abbia a che fare con me… E non mi hai ancora spiegato la storia del lupo».
Totò lo guarda, quasi incredulo.
TOTÒ: «Ma come? Dopo tutto quello che abbiamo detto, non l’hai ancora capito? Pensavo ci fossi arrivato da solo. Ricordi la storia che la tua amica Antonia raccontava ai figli?».
LAZZARO: «Sì. Il lupo che si ferma davanti al santo perché in lui riconosce la bontà».
Gelsomina sorride dolcemente.
GELSOMINA: «E in quel caso l’uomo buono eri tu. Quando rivedi il lupo per l’ultima volta, in banca, lui se ne va sconfitto e rassegnato, perché un’altra anima limpida ha lasciato la Terra. E adesso sarebbe stato nuovamente circondato da persone insensibili, chiuse in loro stesse».

Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)
LAZZARO: «Quindi il lupo non rappresenta altro che la bontà e la speranza ancora presenti sulla Terra, stanche di essere calpestate dalla gente. Ma, allo stesso tempo, in quel lupo stanco riesco a riconoscermi anch’io, quasi mi riflettessi nei suoi occhi».
TOTÒ: «Esatto!».
Lazzaro guarda prima Totò, poi Gelsomina. Sembra ancora non riuscire a comprendere.
LAZZARO: «Ma ancora non capisco perché sia qua con voi».
Totò gli sorride con dolcezza.
TOTÒ: «Vedi, caro, gente come te, come me, come Gelsomina, viene al mondo con una precisa missione: fare del bene, diffondere un bene che trascenda lo spazio e il tempo e che lasci una traccia indelebile ovunque tu vada. Ricordi quando sei caduto dal dirupo e ti sei rialzato illeso, dopo anni?».
Lazzaro abbassa lo sguardo, come se quel ricordo appartenesse a un’altra vita.
LAZZARO: «Come scordarsi quella caduta».

Lazzaro in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)
GELSOMINA: «Sarei dovuta venire a prenderti già da allora, ma la tua missione non era ancora finita».
LAZZARO: «Così mi è stata data una seconda opportunità. Ma mi chiedo a cosa sia servita, se l’unica cosa che ho ottenuto è stata farmi massacrare solo perché volevo aiutare un amico in difficoltà».
Totò lo guarda con dolcezza.
TOTÒ: «Vedi, a volte accadono cose brutte alle persone che meno le meritano. Ed è terribile, credimi. Ma nessuno di noi ha una spiegazione a tutto questo».
Gelsomina rimane in silenzio per qualche istante, poi alza gli occhi verso il cielo.
GELSOMINA: «Una volta sono stata in un convento e, parlando con una giovane sorella, ho capito che, anche quando ti accadono cose terribili, devi soltanto accettarle e cercare di andare avanti, nonostante sia terribilmente ingiusto. Perché solo in questo modo saremo in grado di rinascere più forti e migliori di prima. Solo accettando il nostro destino saremo in grado di trasformare quel dolore che spezza in uno strumento che ci aiuti a comprendere e ad alleviare le sofferenze degli altri».
Totò annuisce lentamente.
TOTÒ: «E ricordate sempre che, se le sofferenze e il dolore subiti non hanno distrutto il vostro corpo, ma la vostra anima, allora vuol dire che dietro quel dolore c’era qualcosa di più forte e di più bello».
LAZZARO: «Come l’amore per qualsiasi cosa o creatura vivente».
Gelsomina alza improvvisamente lo sguardo.
GELSOMINA: «Oh, ma guardate che luna meravigliosa. È incantevole».
Lazzaro segue il suo sguardo.
LAZZARO: «Adoro guardarla. Mi dà un senso di pace».
Totò sorride.
TOTÒ: «Perché lei è candida e inviolata dalle cattiverie del mondo, proprio come te e Gelsomina».
Lazzaro sorride appena.
LAZZARO: «Se lo dici tu…».
I tre amici riprendono a camminare. Davanti a loro si apre un sentiero immerso nella luce della luna, che li conduce verso quel luogo meraviglioso descritto da Totò e Gelsomina. Sopra di loro, una luna bianca e taciturna li accompagna, mentre una dolce melodia li segue. Camminano così, nella notte, verso un luogo sospeso fuori dal tempo e dallo spazio.
La loro figura si allontana lentamente, mentre la luce della luna li avvolge.




