Diamanti di Ozpetek – Il nulla dello sguardo

Eleonora Poli

Gennaio 3, 2025

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Sentiamo in continuazione l’urgenza di provare emozioni sconvolgenti, di lasciarci trascinare dentro lo schermo per la tensione, di commentare, parlare, scrivere, criticare, deridere, esaltare, difendere, attaccare. Ma senza tutto questo esiste lo stesso un film? È davvero necessaria una storia? Quanta luce serve ai diamanti per brillare?

Ogni Natale la decisione in fila alle casse del cinema è sempre più difficile: tra cinepanettoni, animazione, live action, Coppe Volpi e Nastri d’Argento. C’è, però, nascosto nelle ultime sale, una pellicola che non indossa l’audacia di essere il migliore film dell’anno ma che ha un solo, aggiungerei “umile”, desiderio: farsi guardare. Nel 2023 è stato Perfect Days a diventare, contro ogni previsione, un fenomeno globale che ha incollato milioni di persone a uno schermo in cui non succede nulla. È stato quel silenzio assordante a convincere. Lo struscio della scopa che raccoglie le foglie cadute fuori dal tempio, l’architettura dei bagni pubblici giapponesi, la morbidezza del modesto tatami al centro della piccola casa del protagonista.

Wim Wenders, regista del film, ha chiesto allo spettatore il suo bene più prezioso: il suo tempo. Una pretenziosa richiesta che chiunque sano di mente rifiuterebbe ma che risalta in un palinsesto di adrenalina e dramma e che porta, inevitabilmente, lo sguardo a fidarsi. Nel 2024 è Ferzan Ozpetek – regista di molteplici successi folkloristici italiani come Saturno Contro, Le Fate Ignoranti – con Diamanti a provarci. Questa volta, però, nessuna trama complicata o rapporti intrecciati, alla base solo puro e tecnico metacinema.

Sono molti, nella storia del cinema, gli esempi di metacinema che hanno portato alla luce i segreti del mestiere. Primo fra tutti il quasi “fantastico” Hugo Cabret (2011) di Martin Scorsese che aggirandosi tra gli angoli polverosi della stazione di Parigi incontra i fondatori del cinema e li fa rivivere attraverso gli occhi di un giovane orfano. Spiegare i meccanismi del cinema, renderli comprensibili al pubblico affascina ancora di più di un film ben realizzato. Essere parte del trucco, capire da dove nasce la magia porta lo spettatore sul set nei giorni di ripresa. Con Diamanti, Ozpetek eredita questi due filoni di successo – il cinema umile e il cinema che vuole mostrarsi come tale – e li condensa in una storia semplice che esalta la figura femminile solo nel suo essere tale.

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tutti i Diamanti di Ozpetek riuniti attorno all’iconica tavolata del film

Una lunga tavolata imbandita accoglie circa una ventina di donne, i diamanti che Ferzan ha chiamato per un tranquillo pranzo. Le conosciamo molto bene, come fossero nostre vicine di casa o lontane amiche d’infanzia. C’è Katia (Smutniak) seduta accanto a Elena (Sofia Ricci). A capo tavola Mara (Venier) indaffarata nel dividere in porzioni una grande teglia di lasagne; una fetta a Jasmine (Trinca), una a Geppi (Cucciari), una a Luisa (Ranieri). In questo affresco bucolico che si affaccia sulla Capitale le donne che vi sono dipinte sono – neanche a dirlo – bellissime eppure, allo stesso tempo, così vere. Pare che stiano aspettando solo noi per iniziare il pasto.

A un certo punto l’incanto di questa conviviale atmosfera viene rotta da Ozpetek stesso che consegna a ognuna delle sue ospiti, dei suoi diamanti, un copione. Una specie di consegna delle dieci tavole in questa atmosfera che sta diventando sempre più un’ultima cena con, nei panni di Giuda, gli unici due uomini invitati – Stefano (Accorsi) e Vinicio (Marchionne).

Questo, quindi, lo stratagemma che da l’inizio alla storia. Un manoscritto che comincia a parlare grazie alle movenze delle attrici al tavolo che prendono vita nella sartoria in cui è ambientata la storia: un film dentro a un film. Alberta (Ranieri) e Gabriella (Trinca) sono le proprietarie di una sartoria cinematografica molto nota nella Roma degli anni settanta. La realizzazione dei costumi si intreccia alle vite personali delle sarte sfociando in storie di vita quotidiana. La silenziosa sfida lanciata dal regista è quella di non cadere nella sua stessa trappola e di non credere a ciò che si vede, di restare quindi sempre con un piede fuori dalla narrazione perché è questo a cui stiamo assistendo: una narrazione e nient’altro.

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le sarte alle prese con una prova costume

Tutto questo giustifica la patina di buonismo che avvolge tutti i rapporti umani dei personaggi. Nicoletta (Milena Mancini) vive una relazione violenta con il marito di cui alla fine riesce a liberarsi. Nina (Paola Minaccioni) riesce a aprire un dialogo con il figlio adolescente che sta attraversando un momento di depressione. Alberta e Gabriella si raccontano a cuore aperto i propri sentimenti dopo la morte della figlia della maggiore.

Tutte vittorie, nessuna sconfitta. Insomma, una favola. Il trucco registico è nascosto nella consapevolezza di essere tale. Diamanti non vuole parlare di giustizia, di amore, di salute mentale, di rispetto. Vuole raccontare. Di come dovrebbero essere le donne: coraggiose, libere, serene, sognanti, romantiche, sensuali, dolci, aggressive, contorte, severe, brillanti.

I continui ritorni a quella tavola imbandita, permettono di costruire una distanza tra la donna rappresentata e la donna vista. Luisa Ranieri non è Alberta così come Jasmine Trinca non è Gabriella. E se invece fosse così; se fosse difficile capire chi è chi. Dovremmo forse chiederci dove inizia il film, chi sono davvero gli attori: Luisa Ranieri interpreta Luisa Ranieri che interpreta Alberta Canova? O Luisa Ranieri interpreta semplicemente Luisa Ranieri che lavora in una sartoria. Le vite dei due personaggi si compenetrano rendendone i contorni sfumanti. Come avviene in matematica, quale dei due fattori si annulla?

Durante tutto il film, però, il regista non risponde a nessuna di queste domande. Non ci permette di capire dove inizia e dove finisce l’incanto del cinema, chi dirige e chi recita. Una cosa però riesce a spiegarla: il motivo per cui i suoi Diamanti brillano così tanto. Non esiste un predecessore nel cinema italiano in cui un regista convoca le due attrici per realizzare insieme un film.

Nonostante i numeri di ragazze iscritte alle varie accademie, sono gli uomini che riescono a ottenere un lavoro nel settore. Il cinema italiano è prettamente maschio. La percezione di questa disparità, però, non turba lo sguardo dello spettatore ormai assuefatto da questa tradizione. Fa notizia, al contrario, un film di sole donne senza però riuscire a diventare altro se non un’esposizione dei migliori nomi dell’industria italiana.

Ozpetek, d’altronde, non ha nessuna pretesa. Vuole catturare lo sguardo e incantarlo per lasciarlo poi sospeso con mille domande. Le pareti vuote della sartoria riecheggiano delle voci delle donne che hanno fatto scricchiolare il parquet e mosso gli aghi delle macchine da cucire. Vivono di storie, storie di donne, raccontano solo essendo. E forse la morale di queste quasi due ore di lento racconto è proprio nascosta tra le parole che riecheggiano tra i tessuti: «Conta solo ciò che resta dentro di noi».

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