Just Kids è il nuovo cortometraggio di Roberto Urbani, regista e produttore che da anni attraversa il cinema italiano e internazionale con una sensibilità attenta alle emozioni più sottili e complesse. Un racconto di formazione e smarrimento, dove l’amicizia, l’amore e la gelosia si intrecciano nell’età fragile dell’adolescenza, fino a sfiorare il perturbante.
Prodotto da Pathos e Terra Lontana Film, con il supporto di Giffoni Innovation Hub, e distribuito da Pathos Distribution, casa che Urbani stesso guida insieme a Emanuele Pisano e Maurizio Ravallese, il film ha già viaggiato tra festival e territori diversi, passando per il Sarajevo Film Festival, la Spagna e numerose tappe italiane, portando con sé un’indagine profonda sulle relazioni e sulle emozioni che segnano il passaggio all’età adulta.
Con una formazione tra Venezia e Roma e una carriera che lo ha visto coinvolto nei circuiti della Mostra di Venezia, della Berlinale, dei David di Donatello e dei Nastri d’Argento, Urbani continua a scegliere il cortometraggio come spazio privilegiato per sperimentare e raccontare storie che lasciano il segno, anche attraverso l’ambiguità e il non detto.
Just Kids si muove tra i boschi, tra sguardi e silenzi, tra i turbamenti di una protagonista ancora troppo giovane per comprendere fino in fondo le proprie azioni, ma abbastanza consapevole da intuirne il peso.
In questa intervista, il regista ci accompagna dentro il processo creativo che ha dato vita al film: le scelte stilistiche, i riferimenti visivi e sonori, il richiamo a Patti Smith e al suo omonimo romanzo, l’importanza dello spazio naturale come personaggio. Un’occasione per conoscere da vicino il lavoro di un autore che continua a interrogare il cinema e le sue forme, con uno sguardo sempre umano e partecipe.

Ciao Roberto, come stai? E come sta il tuo Just Kids?
ROBERTO URBANI
Sto bene e sta molto bene anche Just Kids! Insieme abbiamo girato un bel po’ di Italia e abbiamo viaggiato anche all’estero, dai Balcani partecipando al Sarajevo Film Festival, alla Spagna al Filmets. Siamo stati in posti bellissimi.
Il titolo richiama esplicitamente il libro di Patti Smith, che è un inno all’amicizia come legame profondo e formativo. Cosa ti ha colpito di quel libro al punto da farlo diventare il riferimento simbolico del corto?
ROBERTO URBANI
Nel suo libro, Patti Smith racconta di un’amicizia lunga tutta una vita. Un’amicizia rara, che si confonde con altre mille cose, anche con l’amore, un’amicizia assoluta, totalizzante. Ecco, la mia protagonista Giulia è convinta di avere questo tipo di rapporto con la sua migliore amica Nadine. Per Giulia, Nadine è tutto: è amicizia, amore, è come lei vorrebbe essere, è il suo riferimento, la persona più bella del mondo e che non potrà mai sparire dalla sua vita. Incontrare il libro di Patti Smith è stata un po’ una casualità: me ne aveva parlato Josella Porto – che ha collaborato alla sceneggiatura – e me lo sono ritrovato tra le mani un po’ di tempo dopo. Mentre lo leggevo e in realtà lo facevo per staccare un po’ la testa dal mio corto – c’era qualcosa di quel libro che mi riportava al mio film. E così, d’istinto, come lo sono i sentimenti, ho pensato che il mio corto si sarebbe potuto chiamare Just Kids.

I tre personaggi di Giulia, Nadine e Marilena e la loro interazione relazionale richiamano a qualcosa di universale, archetipico, quasi allegorico. Ti sei ispirato a qualche esperienza personale o riferimento letterario/filosofico per costruirle?
ROBERTO URBANI
Ho solo pensato a come ci si sente, e a come mi sentivo io, a quell’età. A quanto sono forti i sentimenti e le emozioni quando si è solo dei ragazzini. Ogni cosa viene vissuta all’ennesima potenza, ogni cosa viene ingigantita, e come la si vive a quell’età non la si vivrà più. Non mi sono rifatto ad esperienze personali, ma più che altro a quelle emozioni che abbiamo provato un po’ tutti a quell’età: tutti abbiamo amato con forza, molti di noi sono stati invidiosi o gelosi o egoisti. E poi ci ho aggiunto un elemento casuale, qualcosa che avrebbe potuto scombinare i piani della mia protagonista: Giulia voleva solo riconquistare la sua migliore amica, ma poi succede qualcosa di grave che la costringe a confrontarsi con l’età adulta.
Nel film il bosco è molto più di una semplice ambientazione: diventa quasi un “personaggio” psichico. Quanto è stato importante nella scrittura e nella messa in scena lavorare sullo spazio come elemento simbolico?
ROBERTO URBANI
Il bosco – e con lui anche gli altri elementi naturali (il vento, la nebbia, la neve) – è stato centrale fin dalla prima stesura. Man mano che il progetto prendeva forma, anche il bosco la prendeva, sempre di più. Fino ad arrivare al lavoro di sound design, dove con Fiorenzo Serino abbiamo scelto di dargli una vera e propria voce. La mia idea era fare in modo che, con la sua voce, il bosco chiamasse Giulia e la costringesse a confrontarsi con la parte cattiva di sé.

Il ritmo del corto sembra scandito da un crescendo interno, più che da eventi esterni. Hai lavorato con qualche riferimento visivo o musicale per creare questa tensione latente? Raccontaci il processo.
ROBERTO URBANI
Hai ragione, più che far vedere ho preferito far sentire. Abbiamo costruito un tappeto sonoro quasi onnipresente: all’inizio quasi impercettibile, cresce piano piano con delle lente dissolvenze, fino a diventare centrale, e in alcuni casi esplode. In questo modo abbiamo creato una sensazione di pericolo imminente. I riferimenti sono stati principalmente due, molto diversi tra loro: Dune di Villeneuve, per la costante presenza della musica e per l’utilizzo di alcuni strumenti e suoni che ci hanno ispirato, e As Bestas di Sorogoyen, reference principale per la sequenza del bosco.
Hai scelto di raccontare tutto dal punto di vista di Giulia, mantenendo una certa ambiguità sulle sue intenzioni. Come hai lavorato con l’attrice per restituire questa complessità interiore, tra fragilità e innocente crudeltà?
ROBERTO URBANI
Sì, mi interessava solo il punto di vista di Giulia. Ti confesso che inizialmente volevo anche raccontare il luogo, ma poi ho capito che mi avrebbe distratto dal vero cuore del racconto. Con il dop Alessandro Veridiani prima, e al montaggio con Rocco Buonvino poi, abbiamo tolto e tolto, fino a lasciare solo gli occhi di Giulia. Per interpretare Giulia ho scelto Francesca Scrocca, alla sua primissima esperienza. Mi piaceva l’idea di avere a che fare con un’attrice che non fosse ancora formata: questa cosa poteva essere intonata a come era Giulia, un po’ bambina un po’ adolescente. Anche scegliere Matilde Diana per il ruolo di Nadine mi ha aiutato: Matilde doveva interpretare una quattordicenne ma in realtà aveva 21 anni e aveva già molta esperienza. Questo avrebbe aiutato a creare alcune dinamiche utili ai personaggi: Francesca si sarebbe sentita sempre più piccola rispetto a Matilde sia per età che per esperienza. Sul set è stato sufficiente andare a togliere. E da una certo momento del racconto in poi ho detto Francesca di non mostrare più emozioni, cosa che lei ha fatto. In questo modo sono riuscito a raccontare quell’ambiguità di cui parli.

Il corto si chiude lasciando sospese molte cose. Non c’è una vera risoluzione e l’ambiguità si svela forza narrativa. Pensi che oggi il pubblico sia più aperto ad accogliere narrazioni in cui il “non detto” ha più peso della spiegazione?
ROBERTO URBANI
Credo di no! Credo che i finali chiusi siano quelli che il pubblico preferisce. Ma il non detto mi ha sempre affascinato: “costringere” lo spettatore a farsi delle domande e in alcuni casi sapere anche cosa ha immaginato, mi ha sempre divertito molto. Mi piacciono i cortometraggi che, nel breve tempo concesso, riescono a mostrare una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine. Ma mi piacciono molto anche i corti che ti stupiscono con una narrazione diversa e nuova. Il cortometraggio è il contesto ideale per sperimentare!

Pensi che i cortometraggi siano “solo per ragazzi/e” o hanno una loro matura autonomia? Vorresti girare un altro cortometraggio?
ROBERTO URBANI
I cortometraggi possono avere più fini. Possono avere un valore formativo, e quindi essere realizzati per ragazzi e da ragazzi che possono iniziare a mettersi alla prova con la grammatica cinematografica e con le dinamiche del set. Ma possono anche essere opere con un importante valore artistico e sociale. Oggi i cortometraggi hanno raggiunto qualità tecniche e, a volte, qualità narrative importantissime, e possono già essere considerati maturi e autonomi. Quello su cui bisogna lavorare è fare in modo sul serio che vengano apprezzati anche al di fuori del loro mondo per così dire autoreferenziale. Ma questo succederà solo quando – e ti faccio un discorso molto pratico – al cortometraggio saranno riconosciute delle possibilità di ritorno in termini economici. Se ci sarà questa possibilità, ci sarà investimento.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
ROBERTO URBANI
Ora che Just Kids ha quasi finito il suo percorso di distribuzione (e approfitto di questa intervista per ringraziare tutte le persone che mi hanno dato una mano a realizzarlo!), lavoro su due fronti: da un lato c’è Pathos Distribution, la società che gestisco insieme a Emanuele Pisano e Maurizio Ravallese. Ci dedichiamo a lungometraggi e documentari da portare in sala e nei festival. E poi c’è il nostro primo amore, il cortometraggio. Vogliamo dare ai corti più visibilità possibile portandoli, con tutti i mezzi, al pubblico.
Dall’altro continuo il mio percorso da regista, creando collaborazioni, lavorando sui generi, scrivendo di sentimenti e immaginando nuove storie.





