Tano da morire di Roberta Torre – L’avventurosa storia forse vera del musical su Cosa Nostra

Salvatore Gucciardo

Maggio 15, 2025

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Su Tano da morire, mafia, potere e assurdo

«Questa è una storia vera. O forse lo era.»

(Narratore in Tano da morire)

«In Sicilia, a Palermo, tutto è mistero. Noi siamo legati da una matassa che è impossibile sciogliere. La nostra è la terra delle culture sconfitte, sconfitte perciò misteriose. Le nostre sono verità sapienziali, non sono mai verità definite come quelle delle culture vincenti».

(Franco Scaldati)

La Sicilia è una terra assurda. Aleggia una tensione costante tra la chiamata umana al senso e il silenzio con cui risponde l’isola. Una terra in cui la ragione e gli «uomini ragionevoli» (Sciascia doct) verranno sempre sconfitti dall’inestricabile matassa delle cose di Sicilia. Se si pensa di aver sciolto un nodo ci si renderà immediatamente conto che se ne è formato un altro accanto. La Sicilia è una terra assurda perché la sua storia si fa ed esiste solo attraverso contraddizioni, paradossi, verità che non si conciliano. Tutti quelli che vivono e osservano l’accadere delle cose in Sicilia non potranno che essere pervasi dal senso dell’assurdo. Di qualcosa che sfugge al dominio della ragione, al senso, alla comprensione.

E non è, forse, un caso che questo spettacolo e palcoscenico dell’assurdo, trovi una parvenza di verità o quanto meno di realtà, nell’arte. Di più, nel cinema. Di più, in quel cinema che di fronte all’assurdo non ha paura di metterlo in scena. Tutto rimarrà assurdo, le matasse non verranno sciolte, eppure del vero verrà a galla. Quel reale si farà vero nella sua massima finzione.

Tano da morire (1997) è tutto questo. La storia del film, la storia da cui è tratto il film, la storia della produzione, la storia della distribuzione, la storia in cui tutta questa storia accade ha dell’assurdo. E come, d’altra parte, potrebbe non averlo?

Così anche la visione di Tano da morire alla 43esima edizione del Bellaria Film Festival è stata questo. È stata un’esperienza pre visione, durante la visione e post visione, assurda. Ma andiamo per ordine.

Frame da Tano da morire di Roberta Torre

La libertà di essere oscurati

«Erano tempi in cui si poteva ancora rimanere sconvolti…»

(Franco Maresco)

La visione di Tano da morire è preceduta dall’ultimo panel del festival su “Le avventurose” ovvero la retrospettiva sulle voci femminili protagoniste dei primi anni del Bellaria, scaturita da un lavoro sull’Archivio di cinema indipendente italiano.

Sedute di fronte a noi ci sono tre voci imprescindibili per osservare e raccontare uno dei periodi più misteriosi del cinema italiano, quello a cavallo tra gli anni ‘90 e i primi anni del 2000: Antonietta De Lillo, Roberta Torre e Minnie Ferrario, moderate da Daniela Persico. Ciò che ne esce è una prospettiva di profonda resistenza, sia ieri che oggi, a un sistema cinematografico ottuso e malsano. A un potere, cinematografico e non, che Antonietta De Lillo senza grosse remore definisce «la cosa più laida che c’è».

E allora quel periodo a cavallo tra ’90 e 2000, figlio del crollo del muro, della prima repubblica, di Tangentopoli, delle sanguinose guerre di mafia, della tv berlusconiana, del neoliberismo, diventa un luogo misterioso e a tratti assurdo nel quale cominciare a far cinema. Sbucano registe e registi che, come scrive Daniela Perisco nel libro Controcampo italiano: cinque registi per immaginare un paese: «si sono sempre posti come una chiara alternativa di fronte all’immagine televisiva, contrapponendo visioni abissali alla piattezza di uno schermo che progressivamente rimpiccioliva il cinema italiano».

Visioni abissali che, pure nella loro forma più giocosa e comica, scrutano dentro lo spettatore. Ciprì e Maresco, Capuano, Piovano, Benvenuti, Gaudino, Caligari, De Lillo e soprattutto una milanese che proprio all’inizio degli anni ’90 ha deciso di trasferirsi nell’epicentro del mistero e dell’assurdo di quel periodo, la Sicilia: ovvero Roberta Torre.

«Non si sono create delle scuole. La cosa che accomunava tutti era la libertà produttiva, l’urgenza di raccontare, di crearsi delle alternative. Creare delle soluzioni produttive che non erano quelle dei ministeri, delle politiche istituzionali»

(Minnie Ferrara durante il panel su “Le avventurose” al Bellaria film festival)

Raccontare una storia, svelare il reale

«Questa è la storia di Tano Guarrasi, uomo d’onore della famiglia di Passo di Rigano, ucciso nella sua macelleria con 6 colpi di pistola in tutto il suo corpo. Ma questa è la storia di un grandissimo amore tra lui e sua sorella. Questa è la storia anche di un funerale e un matrimonio. Ma poi vediamo come va a finire

(Narratore del film Tano da morire)

«Ho sempre la necessità di partire da una storia vera, da un brandello di realtà. Da una faccia che mi guarda in quel certo modo, dalle rughe che ha sul volto e mi fanno immaginare la sua storia.»

(Roberta Torre)

Roberta Torre scende a Palermo nei primi anni ’90 e comincia a documentare. Osserva, vive, dialoga, calandosi nel reale con il mezzo con cui riesce a guardarlo meglio: il cinema. Allora ascolta voci e storie, stringe legami e amicizie e prende appunti. Striscia nella terra dell’assurdo e si imbatte nella storia di un piccolo mafioso di quartiere ucciso per regolare dei conti e geloso da morire delle sue sorelle. E allora fa pure un documentario sul collage di appunti che sta prendendo, sulla realtà nella quale si è imbattuta: Appunti per un film su Tano (1995).

Eppure, non basta. Questa piccola storia di mafia, questo piccolo nodo della matassa siciliana, ha bisogno di una cornice diversa per farsi realtà agli occhi tanto del siciliano quanto del forestiero. Roberta Torre vuole raccontare una storia proprio perché è attraverso una storia romanzata, che sfonda la finzione, che una verità di quel nodo potrà venire a galla. E Roberta Torre «Non parto da una tesi da dimostrare. Ma dalla voglia di raccontare una storia». E quale genere, codice cinematografico sceglie? Il musical che costruisce tra teatri di posa e le vie della Vucciria.

L’incipit dell’assurdo.

«È così che si scopre una verità storica, non già in un testo di storia, bensì nelle pagine di un romanzo, non in una dotta analisi, bensì grazie a una descrizione romanzata.»

(Leonardo Sciascia da La Sicilia Come Metafora) (1979)

Frame da Tano da morire di Roberta Torre

La mafia è una cosa seria?

«Piange Palermo per tanto sfacelo,
Che di sangue e di lutto
Si copre di macabro velo»

(La poetessa Stella Marina in Tano da morire)

Ridere della mafia.

Le ferite erano ancora aperte. C’era sale su queste ferite, non ancora zucchero. Con la morte di Falcone e Borsellino, figli di Palermo, erano scoppiate enormi contestazioni e manifestazioni sostenute da tutta la popolazione. Il cinema dell’antimafia cominciava a rappresentare senza più preoccupazioni (addirittura, forse, con troppa libertà) l’ostinata resistenza di chi l’aveva combattuta: Cento giorni a Palermo (1984), Giovanni Falcone (1993), Il giudice ragazzino (1994), Un eroe borghese (1995). Si pensava così di aver trovato la libertà di combattere la mafia sul grande schermo. Di creare comunque una mitologia. L’antimafia aveva il suo cinema di riferimento.

Ma bastava?

Era un male per la mafia?

C’era chi invece stava cominciando a pensare di poter ridere della mafia. Di ridicolizzarne il mito e i valori fondanti piuttosto che di creare nuove mitologie. Smussare le fondamenta prima, attaccare poi il nervo scoperto proponendo allo spettatore «visioni abissali» che scrutassero dentro la sua coscienza, lo ponessero dirimpetto ad una visione anche inaccettabile.

Allora Cinico tv; allora Lo zio di Brooklyn (1995): allora Tano da morire (1997).

Frame da Tano da morire di Roberta Torre

La «comicità come primo gesto critico, spostamento», di cui parlava Maresco riferendosi a Cinico tv, è la stessa che pervade di senso Tano da morire e l’estetica di Roberta Torre. Nell’esasperazione di comportamenti, gesti, valori come contemporaneamente dei colori, della messa in scena (platealmente teatrale), delle coreografie del musical, che la verità di quegli appunti prende forma.

Allora uomini d’onore danzano strusciandosi e dandosi baci all’eschimese; donne che sembrano “sull’orlo di una crisi di nervi”, ma si definiscono “ngrasciate” piangono disperate, ridono a crepapelle e pettegolano sulla storia che noi vediamo e loro sentono da una radio; spettacoli di orrendi cabaret intermezzano il racconto; e poi il grottesco ed il surreale che si fanno strada tra teschi volanti, croci colorate da sgargianti luci a neon, parrucche di teste di pesce spada.

Frame da Tano da morire di Roberta Torre

Un variopinto mosaico di teatro dell’assurdo accompagnato dall’intuizione più geniale di tutte: far scrivere la colonna sonora a Nino D’Angelo. In questa scelta Roberta Torre non intercetta semplicemente il folklore popolare palermitano, ma anticipa la strana connessione tra i mafiosetti di quartiere, il neomelodico e il potere statale. L’ennesima inestricabile matassa espressione totale dell’assurdismo siciliano che Maresco racconterà, non riuscendo ovviamente a scioglierne i nodi, in Enzo, domani a Palermo! (1999) , Belluscone: una storia siciliana (2014) e La mafia non è più quella di una volta (2019).

Ma questa è un’altra storia.

C’è del tragico nel riso

«Il realismo è una delle tante etichette che c’impediscono di guardare le cose come sono»

(Franco Maresco)

Roberta Torre dice che Scorsese o Ferrara lo avrebbero girato come una tragedia greca, ma lei voleva fare un musical.

Eppure, c’è del tragico in quelle donne in parruccheria che si autodefiniscono “ngrasciate”, che potrebbero esistere solo come pettegole comari ma che nel corso del film finiscono per ricoprire comunque il ruolo delle “donne d’onore”. Personaggi femminili che sono delle caricature e dunque senza alcuna pretesa femminista o emancipatoria, bensì di rappresentazione della condizione di subalternità familiare e sociale che vivono quotidianamente.

Frame da Tano da morire di Roberta Torre

Così commentano la scelta di sposarsi della sorella di Tano definendola “vecchia schifosa”, dicendo che «anche lei ha il diritto di sposarsi», ma che comunque pur subendo la violenza di Tano: «nell’uomo ci vuole un po’ di violenza.»

O la povera parrucchiera a cui viene puntato il dito contro, intimandola di confessare di aver ucciso lei il marito e di non essere morto per mano mafiosa. Allora lei canta. Il musical si fa motivo tanto grottesco quanto drammatico di svelamento della condizione reale vissuta dai personaggi. E lei confessa. Mazziata e cornuta, ha deciso di liberarsi ammazzando il marito.

«E mo so sola sì, ma su cuntenta. Meggh sta sula ca cu n’om e nient. N’om ça n’annanzi a Tia è un delinquente. Non po capì che song i sentiment’. E chista è a verità, donna d’onore. Vui siti comme a me, femmane sole»

(Parrucchiera in Tano da morire)

Frame da Tano da morire di Roberta Torre

Un canto che proprio nella sua messa in scena terribilmente teatralizzata, esasperatamente melodrammatica, trasuda di realismo. Ci ricorda dell’impotenza, pur sempre immorale e mafiosa, nella quale galleggiano questi personaggi/persone che vivono quotidianamente la mafia, che sono grandi vittime e piccoli complici del vero potere mafioso e non. Di quel «potere laido» di cui parla Antonietta De Lillo.

Il paradosso tragico della condizione di queste donne riempie anche l’esistenza di tutti i personaggi di Tano da morire. Anzi, di tutte le persone che hanno partecipato a Tano da morire: elettricisti, casalinghe, impiegati, pescivendoli, posteggiatori. Questa scelta è la diretta conseguenza di un lavoro di presenza sul territorio e nella realtà che si vuole raccontare.

Il realismo di queste maschere siciliane si manifesta facendo a sportellate col grottesco della messa in scena. Il senso del vero, del reale, come anche del tragico, del musical Tano da morire trova nel lavoro documentaristico di osservazione dell’assurdo quotidiano, trasposto in un palcoscenico teatrale, la sua ragion d’essere.

E lo sente il palermitano ed il siciliano, come il milanese o il lombardo.

Frame da Tano da morire di Roberta Torre

Ma, pur avendo finito il film, pur avendo compreso il lavoro di Roberta Torre, pur avendo riconosciuto il vero, ‘sta matassa non si scioglie. Perché ricordiamoci sempre che ogni qual volta ci sembrerà di aver sciolto un nodo, se ne sarà formato un altro accanto. L’altro e ultimo nodo, che rimarrà saldamente annodato, è l’uscita del film nel 1997.

Di «cinepizzo», ipocrisia e metafora

«Demonizzare la mafia non serve a capirla. Finché quella gente non potrà avere accesso ad “altra” cultura, finché qualcuno non gli offrirà casa e lavoro, andranno a cercarlo da chi, in qualche modo, glielo propone. Anche se la tassa da pagare è una tassa di sangue.»

(Roberta Torre)

L’uscita in sala di Tano da morire nel 1998 (che aveva partecipato al festival di Venezia 1997 ed era già stato proiettato in anteprima in alcune sale) insospettisce. Insospettisce la sorella di Falcone e Borsellino, il coordinamento antimafia e anche, e soprattutto, la critica. E si giunge al punto che, secondo l’Unità del 1° luglio 1998, il film finisce sotto la lente di ingrandimento dell’antimafia. La produzione del film viene accusata di aver pagato 30 milioni di lire di «cinepizzo» (come lo chiama Tullio Kezich) per poter girare alla Vucciria. Le accuse si basano sulle testimonianze di due pentiti: Giuseppe Arena e Marcello Fava.

Veloci sono le smentite della produttrice Donatella Palermo e proprio di Roberta Torre, che non manca di sottolineare che forse la libertà di girare in «territori a rischio» aveva infastidito qualcuno. Le accuse porteranno ad un nulla di fatto generando un precedente non da poco per comprendere l’azione dell’antimafia di quel periodo, il cambio di atteggiamento, che guardava di buon occhio solo quel cinema anni ’90 che stava creando una certa mitologia.

Sciolto questo piccolo nodo, vediamo infine l’ultimo che si è formato e che rimane annodato.

Proprio nel 1997 viene ultimato e presentato (per poi uscire fortunatamente in poche sale nel 1998) I Grimaldi di tale Giorgio Castellani. La storia è quella di una famiglia mafiosa vecchio stampo che vede finire l’era della mafia antica e contadina, che addirittura “rifiutava la droga”, e vede l’avanzata della mafia corleonese, violenta e senza scrupoli. Insomma, un omaggio alla mafia di un tempo.

Ma chi è questo Giorgio Castellani?

Nientepopodimeno che Giuseppe Greco, figlio del boss pluriomicida Michele Greco detto “u papa”. Pure Giuseppe era stato imputato e condannato nel maxi processo per poi essere assolto in Cassazione. La stampa dell’epoca commenta poco. Invece il Giornale di Sicilia, ripubblicato da FilmTv, alla morte di Giuseppe nel 2011, ne parla come di una “morte silenziosa”. Di un regista oscurato dalla critica, povera vittima della sua storia familiare.

Frame da Tano da morire di Roberta Torre

E dunque mentre Tano da morire ridicolizzava e rideva la mafia descotruendone dalle fondamenta l’immagine finendo nel tritacarne delle accuse di subalternità alla mafia, Giuseppe Greco con il suo I Grimaldi che inneggiava a presunti valori tradizionali della mafia, veniva distribuito in silenzio per poi morire a quanto pare da “vittima” silenziosa.

La vicenda produttiva di Tano da morire e la coincidenza di date con I Grimaldi rappresentano perfettamente l’assurdità della matassa siciliana.

Ma non solo.

Ci raccontano anche del misterioso cinema italiano degli anni ’90 in cui la sfrenata libertà ed originalità creativa andava di pari passo con la telecrazia ed il cinema più tradizionale. Ma non solo.

Ci mostrano anche l’importanza fondamentale di Tano da morire, del cinema di Roberta Torre, dell’opera di Ciprì e Maresco, di quel cinema che proponeva visioni abissali. In cui la storia di un piccolo mafioso di cabotaggio si fa metafora di quel «potere laido» molto più grande di lui. Di un’Italia che stava cambiando. Di una Sicilia che stava cambiando e che, come scriveva Sciascia, si fa «metafora del mondo moderno».

Ma la matassa di Scaldati continuerà ad essere annodata.

«La sostanza (se c’è) vuole essere quella di un apologo sul potere nel mondo, sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo definire mafiosa.»

(Leonardo Sciascia ne Il contesto)

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