«I think music in movies is as important as dialogue. Sometimes more»
(Spike Lee)
Le origini della “musica del Diavolo”
Il blues è una musica che affonda le sue radici nelle viscere degli Stati Uniti del sud; i narratori del genere fanno partire la sua storia dai canti dei lavoratori afroamericani nel Delta del Mississippi: una comunità isolata, sradicata, ma capace di trasformare il dolore in voce.
Non sorprende, perché non è un caso, che la loro sia una musica blue. Una musica triste, esploratrice della sofferenza, della solitudine e della redenzione. Una musica che non si limita a raccontare il dolore, ma lo attraversa e lo trasforma in rito collettivo e intimo allo stesso tempo.
Il blues non consola: scava. E nel solco che lascia, si deposita l’anima di chi canta e di chi ascolta, in un abbraccio muto tra malinconia e speranza. Questa musica non nasce dalla riflessione, ma dall’urgenza. È un gesto che precede la parola, una vibrazione che attraversa il corpo prima ancora di farsi suono, senza chiedere il permesso alla mente.
Il blues è l’unico genere che, nei racconti, fa svanire il confine tra realtà e fantasia. La leggenda vuole che Robert Johnson, chitarrista attivo negli anni ’30, abbia venduto la sua anima al Diavolo a un crocevia nel Mississippi, in cambio di una straordinaria maestria sulla chitarra. Da quel momento, la sua musica, piena di potere e mistero, divenne l’emblema del blues come “musica del Diavolo” (per i più curiosi, Walter Hill ha raccontato questa storia nel suo film Mississippi Adventure (1986)). Johnson morì giovane, ma il suo talento e il mito del patto infernale vivono ancora nel cuore degli amanti della sua musica.
Da allora, dove nasce il peccato, risuona il Blues.

Il peccato come libertà: il blues secondo Coogler
La maledizione leggendaria del genere e i campi di cotone del Mississippi sono il cuore pulsante del nuovo film di Ryan Coogler: Sinners ci racconta la storia di un popolo attraverso la sua musica. Sammie “Preacher Boy” Moore (Miles Caton) è così talentuoso nel suonare la chitarra da riuscire a far convivere passato, presente e futuro del blues. La sua musica ha il potere di evocare presenze oscure, entità che solo le note riescono a risvegliare.
La pellicola culmina in una scena che si fa vertigine: la performance di Sammie si trasforma in un’esperienza medianica e delirante, in cui coreografie, tradizioni, suoni e colori si incrociano in un mix poetico, ricordandoci perché amiamo il cinema.
Il juke joint che ospita la notte di agognata libertà per la comunità del Delta inizia a cedere sotto le fiamme: il tetto si disgrega, ma dietro il fuoco non c’è l’inferno teologico, c’è quello terreno, reale. Un luogo dove le vite spezzate degli schiavi afroamericani si consumavano in silenzio, incatenate sotto l’ombra di una chiesa cristiana imposta, più simbolo di dominio che di salvezza. In questo contesto, il titolo assume tutto un altro sapore: il peccato non è più una colpa, per chi crede nel blues, è l’unica via per la libertà.

«Il blues non ce l’hanno imposto come quella religione»
Delta Slim (Delroy Lindo)
Il surreale in Sinners prende forma nella figura di Remmick (Jack O’Connell). Il suo personaggio è un vampiro bianco, l’incarnazione cruda di un potere antico e affamato, un’entità che non si accontenta di dominare i corpi, ne vuole l’anima, il ritmo, la voce.
Remmick si muove come un predicatore postmoderno: promette una comunità meticcia, apparentemente libera da confini, ma il suo disegno è una trappola sottile. Nel suo abbraccio freddo c’è il riflesso dell’appropriazione culturale, quel gesto violento e invisibile con cui l’identità viene addomesticata, svuotata e poi rivenduta come esotismo.

Jake ed Elwood: nel nome del Padre, del Figlio e del Blues
Se per Coogler il blues è il grido di una lotta, la crociata dolorosa contro le forze che opprimono (che siano Dio, il Diavolo o la realtà dura del razzismo americano), John Landis sceglie invece di farne l’inno di una missione per conto di Dio, un viaggio spirituale in cui il blues diventa la colonna sonora di un incarico divino.
Due visioni opposte, due universi sonori che si incrociano: da una parte il blues come ribellione e resistenza, dall’altra come guida e redenzione.
Jake ed Elwood sono peccatori dichiarati, ma mossi da una missione celeste: rimettere insieme la band, “on a mission from God”. Landis non filma solo un concerto itinerante: filma la salvezza attraverso la musica. Il significato più profondo del blues rimane: la Chicago del film è sporca, grottesca, ma nel cuore vibra di una spiritualità profana che si nutre di musica, linguaggio universale che restituisce senso a chi l’ha perso.
Ciò che lega Sinners e The Blues Brothers, inoltre, è una medesima condanna sottile all’appropriazione culturale. Entrambi i film mettono in scena il corpo nero non come sfondo, ma come cuore pulsante di una musica che salva, che evoca, che resiste.
Dan Aykroyd e John Belushi attraversano il mondo del blues come stranieri consapevoli, bianchi sì, ma non predatori. Il loro viaggio è costellato da apparizioni che sono più di semplici camei: sono apparizioni mitiche, epifanie musicali. Ne sono un esempio quella di James Brown che incendia una chiesa con il potere del gospel, o Aretha Franklin che, con una canzone, mette in discussione le regole patriarcali del suo mondo.

I Blues Brothers non rubano, non imitano: rendono omaggio. Il rispetto che ricevono dalla comunità nera non è gratuito, se lo sono guadagnato non perché imitano il linguaggio, ma perché ne rispettano l’origine. Jake ed Elwood non si pongono mai sopra la musica. È lì che nasce la differenza tra omaggio e usurpazione, tra amore e furto: nella volontà di comprendere prima di prendere.
Al di là delle leggende, dei crocevia e dei patti col Diavolo, il vero potere della musica non ha nulla di soprannaturale. È terreno, tangibile e profondamente umano. La sua forza non risiede nel mistero, ma nella capacità di attraversare le barriere e creare uno spazio comune in cui le anime, anche le più distanti, possono unirsi.
Forse è proprio qui che Sinners e The Blues Brothers si stringono la mano, nell’idea che il blues sia molto più di un genere musicale: è una lingua antica, un battito originario che unisce peccatori e profeti, vampiri e redenti. Non importa se la missione viene da Dio o se il patto è col Diavolo: chi ascolta davvero sa che, nel blues, ogni nota è una preghiera urlata in silenzio, ogni assolo una ferita aperta che chiede di essere vista.




