È in arrivo il nuovo Superman firmato James Gunn che riscrive radicalmente, nel bene e nel male, le coordinate dell’eroismo nel cinema e le caratteristiche dell’Eroe contemporaneo. L’origine classica e primigenia di questo perfetto personaggio attiva un’intima interrogazione personale e culturale, sempre attuale e mai esaurita: perché ancora oggi sentiamo il bisogno di una figura come Superman? Cosa ci spinge, in una società ipertecnologica e disillusa, a cercare conforto e orientamento in archetipi mitologici?
Superman: l’eredità dei classici

Per rispondere, occorre ripartire da lontano. Joseph Campbell, nel suo L’eroe dai mille volti, individua una struttura narrativa ricorrente nel mito, che egli chiama “monomito“: una sequenza iniziatica di partenza in cui l’eroe affronta prove, supera crisi, muore e rinasce trasformato. Christopher Vogler, sceneggiatore americano contemporaneo, adattando questa struttura al cinema hollywoodiano in Il viaggio dell’eroe, ne sottolinea il potere universale: lo spettatore si riconosce nell’eroe perché la sua traiettoria riflette il nostro stesso percorso esistenziale.
Nel caso di Superman, questo schema si arricchisce di ulteriori tensioni. L’Uomo d’Acciaio è, letteralmente, un alieno biologico: Kal-El proviene da Krypton, un mondo perduto. Ma proprio questa sua origine altra lo pone nella posizione unica di testimone, mediatore e, al tempo stesso, giudice dell’umanità.
In termini greimasiani, Superman è un personaggio attante, poiché incarna simultaneamente più ruoli narrativi, rendendo la sua figura estremamente densa e stratificata. È innanzitutto il soggetto, mosso da una volontà di giustizia e verità, impegnato in un percorso di ricerca che non si esaurisce mai completamente. Ma è anche l’aiutante, nella misura in cui sostiene e protegge l’umanità, spesso affiancando altri agenti del bene per garantire l’equilibrio sociale. Al tempo stesso, svolge il ruolo di opponente nei confronti delle forze distruttive, incarnate da villain che mettono in crisi i valori su cui si fonda la convivenza civile. Non meno importante, Superman è anche oggetto di desiderio, simbolo salvifico a cui la collettività guarda nei momenti di crisi: è proiezione di speranza, di protezione, di una perfezione inaccessibile.
La sua figura narratologica è quindi dinamica e cangiante, e proprio per questo riflette la complessità del rapporto che abbiamo con l’eroe moderno: non è mai solo uno, ma l’incrocio problematico di molteplici aspettative e tensioni. Questa pluralità lo rende al tempo stesso guida e specchio delle nostre contraddizioni interiori.

Questo moltiplicarsi di ruoli produce una tensione aporetica, senza soluzione, che tocca l’essenza dell’essere umano. Cerchiamo l’eroe perché ci manca un punto fermo, una misura etica in grado di orientarci nel caos.
Ma, allo stesso tempo, l’eroe ci inquieta: ci ricorda la nostra imperfezione, la nostra finitezza. Superman non sbaglia, è invulnerabile, eppure nella sua perfezione diventa, paradossalmente, un simbolo di fragilità: l’inadeguatezza del reale rispetto all’ideale.
Qui entra in gioco la lezione di William Shakespeare. Nei suoi eroi tragici, come Amleto, Macbeth o Re Lear, l’aporia si incarna nella lacerazione interiore, nella distanza insormontabile tra dovere e desiderio, azione e pensiero. In Superman questa contraddizione si trasforma: lacerazione tra appartenenza e alterità, tra onnipotenza e solitudine. Essere il salvatore significa anche non appartenere mai completamente al mondo che si salva.
Superman: la responsabilità del nuovo

Il nuovo Superman di Gunn si annuncia più umano, più contraddittorio. Non il semidio cristologico dei film di Snyder, ma un giovane Clark Kent che cerca un equilibrio tra identità pubblica e privata, tra vocazione morale e desiderio di normalità. In questa versione, l’eroe è meno archetipo e più sintomo: del nostro bisogno di empatia, di connessione, di vulnerabilità condivisa.
Ecco allora che la domanda “Perché l’eroe?” non ha una sola risposta. A livello psicosociale, l’eroe svolge la funzione di specchio e di guida. In tempi di crisi identitaria, l’eroe incarna un ideale possibile, anche se irraggiungibile. L’importante non è essere Superman, ma capire in che misura possiamo aspirare ai suoi valori: giustizia, coraggio, solidarietà.
Ma c’è anche un altro livello, più oscuro. L’eroe è anche il nostro doppio. Proiettiamo su di lui ciò che reprimiamo, o che ci è precluso. Come scriveva Carl Jung, gli archetipi sono immagini primordiali dell’inconscio collettivo. Superman, allora, è anche la nostra ombra luminosa: ci rappresenta non solo per ciò che siamo, ma per ciò che desidereremmo essere, o per ciò che temiamo di non poter mai diventare.
In questa prospettiva, il nuovo Superman non può che essere fragile. La perfezione è un inganno. Il vero eroe è colui che accetta il proprio limite e lo trasforma in risorsa.
Come l’Odisseo di Dante, spinto dal desiderio di conoscenza oltre le colonne d’Ercole, anche Superman oggi è chiamato a ridefinire la sua missione: non più dominare, ma comprendere; non più salvare dall’alto, ma accompagnare nel cammino.
Per questo motivo, la questione dell’eroe rimane centrale. L’eroe ci parla della nostra condizione umana perché è sempre sospeso tra mondi: tra l’umano e il divino, tra il caos e l’ordine, tra la caduta e la rinascita. Come ci insegna Campbell, è colui che ritorna al villaggio non solo con il fuoco, ma con la consapevolezza che la fiamma va condivisa.
L’eroe non è un vincitore, è un ponte.

Se Gunn è riuscito a raccontare questo Superman come ponte tra le ferite del nostro tempo e la speranza di un nuovo umanesimo, allora forse avremo davvero un eroe degno della nostra epoca. Un eroe non più perfetto, ma necessario. Che non rappresenta l’invulnerabilità, ma la possibilità di restare umani pur nel cuore della crisi.
Un eroe che non si erge sopra gli altri, ma che sceglie ogni giorno di camminare con noi, nella tensione costante tra l’ideale e il possibile.




