Il significato di Cure di Kyoshi Kurosawa: forma è vuoto, vuoto è terrore

Alessandro Truccolo

Dicembre 13, 2025

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Un segno aleggia pesante nell’aria di Tokyo.
Due linee scure che si incrociano.
Un punto d’oblio.
X.
È il marchio di qualcosa che non ha volto né origine, un sussurro che scivola tra i vicoli insinuandosi nella vacuità di sguardi spenti, nei gesti meccanici, nei corpi trascinati da una corrente invisibile. Uomini e donne qualunque, immobili, inconsapevoli: vittime che diventano carnefici senza davvero esserlo.

Cure, di Kiyoshi Kurosawa, è un film nero come acqua stagnante. Una pozza che non riflette, che non restituisce nulla. La “cura” suggerita dal titolo non indica guarigione: è un invito all’oblio. A dimenticare ciò che ci circonda.
A dimenticare noi stessi.

Cure Kurosawa
Il detective Takabe osserva il sole nascondersi dietro l’orizzonte.

Tokyo è assediata da omicidi inspiegabili: tutte le vittime portano la stessa ferita, una X incisa sul collo, sempre nello stesso punto, come un sigillo senza origine. Nessun movente, nessuna psicologia, nessuna volontà. Solo un vuoto che avanza.
E qualcuno che lo abita.

In questi anfratti oscuri si muove il detective Takabe, interpretato da Kōji Yakusho, stabile collaboratore di Kurosawa e protagonista di Perfect Days. La sua indagine si spinge ben oltre il dovere professionale: è resistenza disperata contro la dissoluzione dell’identità. Le persone che interroga parlano, ricordano, si accusano, ma dietro i loro occhi non c’è nessuno. Sono involucri svuotati, corpi scavati da una forza che non comprendono. Gli omicidi che compiono non hanno motivazione. Nel momento dell’ipnosi assumono una logica rituale; una volta “svegliati”, però, il gesto si sgretola, perde nesso, si dissolve. Rimane solo il cadavere.
Rimane solo la X.

E Takabe capisce troppo tardi che non sta rincorrendo un assassino. 
Sta inseguendo un principio.
Una forza impersonale che si insinua nel punto in cui identità e coscienza si spezzano.
Un virus metafisico.

Cure
Da sinistra a destra: il detective Takabe, il criminologo Sakuma e Mamiya.

Cure: Il vuoto zen capovolto

Il vuoto assoluto che abita Cure non è semplice assenza: è una presenza inquieta, uno spazio che sembra osservare i personaggi più di quanto essi osservino se stessi.
D.T. Suzuki, forse il più grande ponte tra pensiero zen e percezione occidentale, sosteneva che il vuoto zen — Mu, in giapponese — non è un concetto da comprendere, ma un’esperienza da attraversare.

D.T. Suzuki: «Il vuoto non è il nulla; è la piena attività dell’informe.»

Il cinema di Kurosawa mette in scena questo vuoto senza proclamarlo: corridoi spogli, stanze nude, ambienti troppo larghi o troppo stretti, tutti tesi verso una vacuità che non pacifica. È ciò che Suzuki chiamava “apertura illimitata”: uno spazio in cui ogni forma è possibile perché nessuna è necessaria.
Ed è qui che risuona, deformato, il cuore stesso della dottrina.

«La forma è vuoto e il vuoto è forma.»

(Sutra del Cuore)

Nella prospettiva buddhista, non si tratta di un paradosso, ma di un invito a riconoscere l’interdipendenza dei fenomeni: nulla ha una sostanza propria, tutto è relazione. La forma vive grazie al vuoto che la sostiene; il vuoto è tale solo perché può darsi come forma.

Cure
Mamiya fa la sua apparizione su una remota spiaggia.

In Cure questa verità non si manifesta come liberazione, bensì come vertigine.
È un mondo che ha perso la capacità di trattenere significato.

Per Suzuki i fenomeni emergono e svaniscono come onde nell’acqua.
Kurosawa sembra invece chiedere: e se l’acqua fosse stagnante? Se le onde non arrivassero più?

Allora il vuoto non genera né dissolve: rimane.
Inerte, immobile, come un predicato senza soggetto.
Puro agire e puro non-agire allo stesso tempo, una vibrazione che non indica nulla ma rimane perpetua.

Ecco ciò che precede Mamiya e quello che Mamiya porta con sé: uno spazio mentale in cui l’identità non ha radici, e la coscienza scivola come sabbia fuori dalle mani. Il giovane ed inquietante antagonista del film appare in scena come l’ombra stessa di ciò che accade: incombe, senza mai però pressare davvero.
E’ un fuoco fatuo che brucia l’Io. È un silenzio che pulsa. È una stanza spoglia che non smette di respirare.

Comprendere le sue azioni potrebbe risultare piuttosto complesso. Eppure è lo stesso Mamiya a spiegare l’ intrinseca vacuità che lo abita.

Cure Kurosawa
Mamiya: lo sguardo perso nel vuoto.


Mamiya: «All the things that used to be inside of me… now they are all outside.
So, I can see all the things inside of you, doctor.»

Mamiya: «But the inside of me… is empty.»

Non è una metafora. È teologia zen applicata all’orrore.
Mamiya non prova sentimenti, non possiede identità, non conserva memoria lineare. Non è un folle, né un visionario: è ciò che resta quando l’Io collassa. È un contenitore vuoto. E proprio grazie a questo vuoto può accogliere — e restituire con devastante potenza — ciò che appartiene agli altri.

Il Mu, nelle parole di Suzuki, non è un “nulla” sterile: è il luogo dove le opposizioni cadono, dove ogni identità si scioglie. Come un grande cielo: né buono né cattivo, né pieno né vuoto. Mamiya incarna questa negazione radicale. Non sceglie il delitto: il delitto avviene attraverso di lui.

«Si ha un bel lavorare l’argilla per fare vasellame,
l’utilità del vasellame dipende da ciò che non cè.»

(Daodejing, cap. XI)

Mamiya è il vaso svuotato.
Ma un vaso svuotato rimane un vaso funzionale: può contenere qualunque cosa.
La sua efficienza si fa così letale.

Cure Kurosawa
Mamiya in procinto di ipnotizzare la sua prossima vittima.

Cure: Significante senza significato

Il terrore più profondo di Cure non è la violenza, ma la frattura semiotica che Mamiya produce nelle sue vittime. È qui che la lezione di Ferdinand de Saussure diventa indispensabile. Per il semiologo svizzero ogni segno esiste solo nell’unione arbitraria tra significante — la forma sensibile, il gesto, la traccia — e significato — il concetto mentale che la mente vi associa. La stabilità del mondo nasce da tale unione.

Mamiya spezza esattamente questo legame.
La X incisa sul collo non è un simbolo rituale: è un significante isolato, un guscio che non contiene più nulla. Ripetuto identico, sempre nello stesso punto, sempre nella stessa forma, non rimanda a nessun significato stabile: non comunica, non indica, non rappresenta.
È un gesto puro, privo di referente.

In Saussure il significante non smette di funzionare se il significato collassa. Continua ad agire.
Da solo.

Ecco perché, le vittime di Mamiya, compiono gli omicidi come se il gesto esistesse indipendentemente da loro: una volta svuotati, rimane attivo solo il livello sensibile del segno, la parte meccanica, quasi fisiologica.
La X è il modello, l’omicidio è il suo automatismo: un significante che ha perso il proprio concetto, ma non la propria forza.

Mamiya, dunque, non manipola le persone: le riduce a puri esecutori di un gesto che non sanno più interpretare.
Scioglie il linguaggio umano nel punto in cui diventa movimento senza intenzione, forma senza coscienza.
È il segno che sopravvive al soggetto.

Cure
Takabe sfida l’ipnosi di Mamiya.

L’unico personaggio che sembra immune al vuoto di Mamiya è Takabe.

E il motivo è semplice. Per Suzuki il maggiore ostacolo alla comprensione del vuoto è la mente irrigidita, il sé che non vuole cedere. A differenza del giovane, il detective è pieno fino allo stremo: pieno di ansia, frustrazione, responsabilità; soffocato dalla malattia della moglie, schiacciato dal ruolo sociale, intrappolato nel dovere. Takabe non ha spazio, è un corpo saturo di dolore, senza spiragli.


Ma come ogni struttura troppo rigida, ecco che alla fine il detective si spezza: non viene svuotato da Mamiya, implode sotto il peso della propria condizione.
Kurosawa mostra infatti come la società regga solo finché significante e significato rimangono uniti; quando questa saldatura vacilla, cade anche il legame tra le persone. È il sé che collassa, e con esso la comunità.

Cure: Il Mu in un mondo privo di identità

Se il Mu, secondo Suzuki, è una porta verso la pienezza delle cose, in Cure quella porta si apre nel verso sbagliato. Non sulla pienezza, ma sul disfacimento. Ecco l’errore di Takabe: egli tenta disperatamente di dare un nome a ciò che accade, di forzare il vuoto dentro una logica, una causa, una colpa.
Ma ciò che attraversa Cure non ha causa, né intenzione, né autore. E’ un semplice gesto che si ripete.

Ed è in tale gesto che comprendiamo la natura profonda di Mamiya.
Non è un antagonista occidentale: non ha volontà, non possiede un obiettivo. La sua ipnosi non è magia né misticismo, ma la manifestazione operativa di un vuoto che scorre dove il sé è più fragile, come l’acqua che invade una crepa già esistente.

Ecco la non-dualità priva di saggezza: nessun bene, nessun male, solo l’azione senza soggetto. La società ha già accolto Mamiya nel momento stesso in cui le sue identità hanno iniziato a sfaldarsi.

Quando Takabe finalmente crede di aver capito, il legame tra segno e mondo si è già spezzato.
Restano solo il gesto. Il marchio. Il vuoto.
E non è un vuoto che illumina: uccide.

Cure Kurosawa
Il macabro casolare dove ha luogo l’epilogo della pellicola.

Takabe non diventa un assassino.
Diventa il nuovo luogo del vuoto.

Il suo corpo, la sua mente, la sua identità: tutto si riallinea all’assenza.
Il finale non mostra una trasformazione, bensì una sostituzione.
Takabe non sconfigge Mamiya.
Takabe prende il suo posto.
Perché il vuoto non si elimina: si trasferisce.

In questa successione silenziosa — senza guerra, senza trionfo, senza catarsi — Kurosawa mostra l’aspetto più inquietante del Mu quando perde la guida: non una via alla liberazione, ma una corrente che attraversa i punti più vulnerabili degli esseri umani.
Un non-sé che contagia.
Un gesto che sopravvive al soggetto.
Un segno che non chiede più di essere interpretato.

Cure non racconta la vittoria del male, né la sconfitta del bene.
Racconta di un mondo in cui il Mu ha perso la via del tempio ed è scivolato nella vita quotidiana senza disciplina, senza maestro, senza consapevolezza.
È lo zen capovolto: un vuoto che non libera, ma slega; non eleva, ma consuma.
Un vuoto che non promette salvezza.
Ma che resta lì, muto.
Ad agire.

Leggi anche: Ozu Yasujiro, l’ultimo artigiano-poeta e la via dell’arte Zen

Autore

  • Alessandro Truccolo

    Scrivo di cinema, preferibilmente quando è cupo, scomodo e inutilmente complesso. Lars von Trier come comfort zone. Il resto si discute.

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