«Questo film nasce dalle profondità della foresta come spazio reale e immaginario, dove la materia del visibile si sfalda. La foresta sulla rotta balcanica non è sfondo né cornice, ma il corpo vivo e il cuore pulsante, luogo di spaesamento e trasformazione. È insieme barriera e rifugio, un teatro oscuro e una dimora provvisoria per le persone che la percorrono. Lì, ogni forma si dissolve, e le traiettorie individuali dei passeurs che la abitano, emergono come voci singolari che attraversano il buio. Cinema del reale e teatro si fondono, in un dialogo continuo tra ciò che si mostra e ciò che si nega alla visione. La massa oscura che invade il fotogramma è una condizione esistenziale: buio di foresta, buio di paura, buio di desiderio, buio dell’invisibilità politica. La rotta balcanica è una presenza persistente che lavora ai margini dell’inquadratura e che il film cerca di far entrare senza mai mostrarla. Alla logica dell’investigazione istituzionale opponiamo una contro investigazione poetica e civile, che non cerca colpevoli ma crea ascolto. La foresta è la nostra barca. Il cinema, il nostro attraversamento»
(Federico Cammarata, Filippo Foscarini)

In uno spazio-tempo liminale, in un in cui il visibile si confonde con il nascosto, ombre umane si raccolgono intorno a un fuoco, mentre scoppiettìi e spari fanno da sfondo. Non distante in uno dei sentieri ininterrotti propri della foresta, un muro segna l’inizio e la fine dell’Europa. Un clan di passeurs afgani, traghettatori per l’al di là del confine, aspetta persone da condurre nella zona, in una labirintica notte senza sonno.
Presentato in corso alla alla 40. Settimana Internazionale della Critica, questo è Waking Hours di Federico Cammarata (1993) e Filippo Foscarini (1990). Diplomati al CSC di Palermo, con il loro primo lavoro insieme – Tardo Agosto ( (2021) – hanno partecipato a vari festival come DocLisboa ai Popoli, da Beldocs allo Yamagata International Documentary Film Festival.
Il film documentario, interamente realizzato dai registi nella veste di filmmaker a tutto tondo, dalla fotografia al sonoro, dal montaggio alla produzione, il film è stato accompagnato da una grande famiglia composta da Stefano Centini e Serena Alfieri in produzione, Dario Zonta e Roberto Minervini nella coproduzione, Sara Fgaier nella consulenza al montaggio, Gianni Pallotto al mix audio e Ivan Tozzi alla color correction.
Di difficile collocazione sia per la realizzazione che per l’osservazione spettatoriale, lasciamo che ne parlino i due registi in un’intervista insieme al produttore creativo Dario Zonta.

In che modo siete arrivati a filmare al confine tra Serbia e Ungheria? Come siete incappati nei clan di passeur?
Questo film è nato completamente per errore. Ci trovavamo a viaggiare nella regione a nord della Serbia perché volevamo filmare la “fioritura del Tibisco”, un fenomeno naturale unico nel suo genere che avviene una volta l’anno appunto sulle rive del fiume Tibisco. Centinaia di migliaia di insetti, chiamati “effimere”, dopo una gestazione di tre anni passati sul letto limaccioso del fiume, escono in massa dall’acqua durante il tramonto e cominciano a volare. La loro vita è effimera, dura solo poche ore e in questo tempo volano freneticamente sopra l’acqua nel tentativo di riprodursi. Il fiume Tibisco è circondato da fitti boschi che in estate ricordano quasi una giungla. Il caso ha voluto che mentre ci addentravamo attraverso la vegetazione, in cerca del punto più adatto da cui filmare la “fioritura”, ci imbattessimo in uno dei tanti gruppi che presidiava la foresta. Eravamo partiti solo per 3 o 4 giorni, giusto il tempo di filmare gli insetti. Siamo finiti per restare lì quasi un mese.
Nella scena iniziale del film si vede un via vai di macchine e taxi che portano gruppi di persone. Il numero cospicuo di persone che gestiscono queste attività lascia immaginare che tutto questo sia conosciuto, se non addirittura tollerato, e che generi addirittura un indotto. Ci dite qualcosa su questo aspetto?
È un fenomeno complesso, raccontato poco, che tra l’altro cambia in base al tipo di confine. Le informazioni relative a queste organizzazioni non sono tante. Noi abbiamo visto un tassello di qualcosa di enorme, sfiorando appena la punta di un iceberg. Sulle prime non è stato immediato distinguere un passeur da chi non lo era. È un fenomeno stratificato: tendenzialmente quelli che vivono dentro le foreste sono coloro che lavorano e che organizzano i passaggi. I migranti arrivano nei modi più disparati: alcuni arrivano nei centri di accoglienza vicino alle città, ma noi abbiamo visto anche intere famiglie arrivare nella cittadina più vicina al border e sistemarsi in una struttura ricettiva, tipo un b&b, in attesa della chiamata.

Quanto costa attraversare il confine?
Per attraversare un confine le cifre sono simili, sia per quanto riguarda l’attraversamento dalla Libia, che per quanto riguarda gli attraversamenti nei vari confini nell’area balcanica, che sia la Bulgaria, la Grecia, la Serbia o la Bosnia… In media un migrante, un rifugiato, spende all’incirca 10.000 euro in tutto, distribuendo il denaro nei vari passaggi e confini. Non è però un percorso lineare, nel senso che ci sono poi i respingimenti, per cui ci sono persone che vengono ricondotte nel posto da cui hanno provato ad entrare, ci riprovano anche tre, quattro, cinque, sei, sette, otto volte. Ci sono persone che provano e riprovano e poi finiscono per non entrare mai.
Si tratta quindi di un evento, quello del passaggio, che coinvolge diversi livelli e sfere, compresi gli affittacamere e i tassisti, e tutto quello che c’è intorno.
Si, è cosi. Ma non bisogna immaginare un taxi che passa ogni tanto, ma una vera e propria orda, sempre notturna; taxi che si muovono avanti e indietro in mezzo al nulla, in prossimità del bosco lasciano i gruppi di persone che vengono prese in consegna dai clan che li nascondono tutta la notte dentro la foresta e con le prime luci dell’alba vengono portate dall’altro lato. Naturalmente c’era molta polizia, noi abbiamo incontrato nel secondo viaggio anche Frontex, la polizia europea di frontiera, dispiegata sempre dal lato serbo. Il fenomeno dei taxi veniva più o meno ostacolato, nel senso che c’erano dei posti di blocco che periodicamente li fermavano… senza però arrestare il flusso. È logico immaginare che ci fosse un indotto, un sistema economico che permettesse tutto questo. Poi c’è stata una operazione massiccia di Frontex e della polizia serba che ha fatto piazza pulita. Si parla di una situazione che si era stratificata negli anni, quindi era sicuramente a beneficio di tanti, questo lo si percepiva, era tangibile.

Quanto sono durate le riprese?
In altri progetti abbiamo avuto il tempo di fare delle ricerche, dei test per capire come muoverci. In questo caso non c’è stato il tempo, abbiamo iniziato subito a filmare. In totale siamo stati sul posto per cinque settimane. Le prime a cavallo tra giugno e luglio del 2023, poi siamo tornati in Italia, abbiamo guardato il materiale e abbiamo deciso di tornare in un’altra stagione, a ottobre. In Vojvodina c’è un’escursione termica piuttosto importante, siamo passati da una estate caldissima a una situazione in cui faceva già molto freddo, cinque gradi di media. In autunno siamo stati tre settimane e siamo riusciti a porre le basi di una relazione con il gruppo di persone che stavamo filmando, cosa fondamentale, con l’idea di tornare nuovamente. Eravamo in una fase crescente della relazione con loro, avevamo pianificato di rientrare a dicembre per continuare la nostra ricerca, per continuare a girare, ma già in ottobre avevamo visto che l’area si stava a poco a poco militarizzando, avevamo notato una presenza più cospicua di Frontex, avevamo un po’ letto il fatto che lì le cose stavano per cambiare, ma non immaginavamo così rapidamente. Invece, una settimana dopo il nostro rientro in Italia, ai primi di novembre, ci arriva una telefonata da uno dei ragazzi del gruppo chiedendoci aiuto; un messaggio molto allarmante in cui si diceva che erano nascosti da tre giorni lungo il confine ungherese, in mezzo ai boschi, senza poter mangiare né bere. Anche l’organizzazione che all’inizio ci aveva aiutato, No Name Kitchen, ci disse che per loro era diventato impossibile raggiungere le aree delle foreste perché la zona era stata completamente militarizzata; in un weekend, si immagina di violenza, la polizia ha sostanzialmente ripulito tutto, tutti i boschi dell’area, portando poi le persone in centri di detenzione a sud della Serbia. Durante l’operazione Frontex e la stessa Gendarmerie serba non ha fatto praticamente distinzione tra gruppi di trafficanti e migranti nel momento che sono intervenuti per ripulire queste zone. Quasi tutte le persone che hanno catturato sono state criminalizzate automaticamente e messe nei centri di detenzione. Nel caos di quel fine settimana qualcuno è riuscito a fuggire ma dei ragazzi non ne abbiamo saputo più nulla. Per noi il montaggio è stato anche una specie di elaborazione del lutto, l’elaborazione di una relazione che ci è stata completamente tolta: la nostra idea era quella di continuare il nostro sviluppo, continuare a riprendere, ma la realtà ci ha risposto diversamente. Ci siamo allora detti di provare a tradurre il materiale, cercando di capire che cosa avevamo raccolto nelle ore di girato, e da lì abbiamo deciso di restituire quella che è stata la nostra esperienza.
Perché avete filmato sempre di notte?
Il bosco fa più paura di notte che di giorno, però di fatto era un contesto più sicuro. Poi loro la sera si radunavano intorno al fuoco negli accampamenti ed era per noi importante stare con loro e la sera era il miglior momento, era il momento di lavoro perché stavano costantemente in comunicazione con altri, ma era anche un momento di raccoglimento, non ci si poteva spostare, quindi un mix di questi fattori è il motivo per cui abbiamo girato di notte.

Vi siete trovati in situazioni pericolose?
Qualsiasi operazione artistica è tale se ti sottopone a dei rischi, è sempre un viaggio verso l’ignoto. Rispetto alla nostra esperienza, eravamo in uno stato di allerta continua, chiaramente, ma nell’accampamento, intorno al fuoco, si era riusciti a creare una specie di bolla che ci distanziava dal resto del contesto, che era molto violento, non soltanto per gli scontri tra i clan, ma perché i confini, per loro stessa natura, sono contesti di pericolo e di violenza. Con i passeur non abbiamo mai percepito direttamente un senso di pericolo o di paura, ed è stato un elemento fondamentale anche per le riprese, perché in situazioni di paura eccessiva modifichi il linguaggio del film: diventa più un mestiere da reporter d’assalto. Il film, nella sua forma, restituisce un contesto che ci permettesse di restare, di posizionarci con un treppiede, di dare spazio non soltanto alla questione migratoria, ma anche a un loro spazio di intimità. Posizionare un treppiede in un contesto simile, racconta già qualcosa. All’inizio del film ci sono i taxi, luci nella notte che illuminano questa massa oscura… non lo so se si percepisce, forse esiste solo nell’universo dell’invisibile, però quello era uno spazio in cui avevamo costantemente paura: paura, prima di tutto, di essere visti. I taxi non erano consapevoli che stavamo filmando: quelle immagini sono state girate con un teleobiettivo molto spinto. Era quella un’area in cui c’erano i clan più violenti, clan che abbiamo avuto modo di incontrare, perché avevamo tentato un accesso anche con altri gruppi. Avevamo paura della polizia, perché non eravamo autorizzati. È importante sottolineare che non eravamo autorizzati a stare lì, tanto quanto i migranti e i passeur. C’è stata una testata giornalistica locale, nel periodo in cui stavamo facendo le riprese, che voleva realizzare un servizio per il telegiornale: sono stati presi a sassate dai clan del bosco. Questo è interessante, perché racconta il nostro posizionamento. Al di là di come noi percepiamo loro, è anche molto interessante capire come noi siamo stati percepiti da loro: noi stessi potevamo risultare un pericolo.

In distribuzione nei cinema in varie tappe in tutta Italia, Waking Hours sarà:
• 2 febbraio / Bologna / Modernissimo
• 3 febbraio / Modena / Sala Truffaut
• 9 febbraio / Roma / Cinema Troisi
• 10 febbraio / Torino / Cinema Massimo
• 13 febbraio / Genova / Cinema Nickelodeon
• 16 febbraio / Roma / Cinema Tibur
• 18 febbraio / Venezia / Cinema Giorgione
• 18 febbraio / Livorno / 4 Mori
• 19 febbraio / Padova / Fronte del Porto
• 20 febbraio / Verona / Fucina Culturale Machiavelli
• 21 febbraio / Roma / Azzurro Scipioni
• 24 febbraio / Torino / Piccolo Cinema
• 25 febbraio / Milano / Cinema Anteo
• 4 marzo / Pesaro / Cinema Solaris (da confermare)
• 4 marzo / Fano / Cinema Masetti
• 4 marzo / Senigallia / Cinema Gabbiano• 9 marzo / Bergamo / Cinema del Borgo
• 10 marzo / Brescia / Nuovo Eden
• 11 marzo / Mantova / Cinema Mignon (da confermare)
• 12 marzo / Pordenone / Cinema Zero
• 13 marzo / Trieste / Cinema Ariston (da confermare)
• 18 marzo / Rovigo / Cinema Duomo
• 23 marzo / Pisa / Cinema Arsenale




