Woody Allen e Diane Keaton – La comicità dello psicofarmaco

Antonella Pagano

Gennaio 16, 2020

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Diane Keaton conosce Woody Allen a Broadway nel 1969, allorché la giovane attrice – appena ventitreenne – si proponeva per il ruolo di Linda Christie nella commedia Provaci ancora Sam scritta dallo stesso Allen, in trasposizione cinematografica poi diretta nel 1972  da Herbert Ross.

In un sodalizio artistico dalla durata di otto pellicole – Provaci ancora Sam, Il dormiglione, Amore e guerra, Io e Annie, Interiors, Manhattan, Radio days, Misterioso omicidio a ManhattanDiane Keaton e Woody Allen passano alla storia del Cinema intellettuale come la coppia più bizzarra, stravagante e problematica di sempre. Nostalgici di armonie perdute e allergici alla sistematicità e alla drittura, si avventurano entrambi ripetutamente in faccende macchinose e perturbanti, nonché in relazioni sentimentali in cui primeggiano quanto a protagonisti instabili, come si vede già dagli albori di Provaci ancora Sam:

Linda: Potrei avere un’aspirina? Mi sta venendo un po’ di mal di testa.

Sam: Le aspirine le ho finite. Vuoi un Darvon?

Linda: Sì, va bene. Anzi, una volta il mio analista me l’ha consigliato contro l’emicrania.

Sam: Anch’io soffrivo di emicranie, ma il mio analista mi ha guarito. Adesso mi vengono tremendi raffreddori.

Linda: Io ne soffro ancora. Emicranie pazzesche, da tensione nervosa.

Sam: Io non credo che l’analisi possa aiutarmi. Mi ci vorrebbe una lobotomia.

Linda: Quando il mio analista va in vacanza, mi sento paralizzata.

Come in una vera storia d’amore – Allen e Keaton, del resto, hanno avuto una relazione anche nella vita reale – nella loro collaborazione sulla scena, albergano inevitabilmente alti e bassi, picchi di follia e picchi di noia, il tutto però sempre filtrato da una trasparenza ingannevole. Sebbene nudi davanti allo spettatore nelle loro estreme debolezze di coppia, i due restano pur sempre avvolti da un’aura che li lascia arroccati sul loro piedistallo di coppia sui generis.

Provano a spacciarsi per normali, ma normali non lo sono affatto. E una dimostrazione di questo la si trova, ad esempio, in un frammento di Io e Annie (1977) in cui Alvy (Woody Allen, appunto) mentre si interroga sui comportamenti ambigui di Annie, pensa bene di fermare un uomo e una donna che passeggiano abbracciati in strada per interrogarli sul segreto della loro felicità. Ricevendo come risposta che superficialità e mancanza di interessi sono gli ingredienti sufficienti per essere felici insieme, Woody Allen rivela in quale mondo deve farsi strada l’amore. Tutte caratteristiche che certo non appartengono a due come Alvy e Annie Hall: due personalità difficili, ricche tanto di spunti intellettuali quanto di numerose turbe psicologiche.

Un amore, il loro – come si vede nel film in questione – che, per un’impennata di realismo da parte di lei, presto va in frantumi. Arduo del resto immaginare qualcos’altro di così contemporaneo: sembrerebbe una frase banale a pronunciarsi, ma viviamo in un mondo in cui lasciar fiorire una relazione sentimentalmente autentica e duratura è difficile tanto – e forse più – quanto firmare un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Cosa può legare allora così profondamente due personalità tanto complesse? Cosa ha contribuito negli anni a renderli una delle coppie più acclamate del Cinema? Forse il modo di Allen di scolpire la sceneggiatura a suon di citazioni, tentennamenti e balbettii, in cui trova certo in Keaton una fedele compagna? Non solo.

Soffermiamoci adesso solo su due delle loro otto pellicole, a mio parere le più emblematiche per illustrare in modo conciso il corso vitale della ricercatissima comicità della coppia Allen-Keaton: Manhattan (1979) e Misterioso omicidio a Manhattan (1993).

Dai titoli si palesa già sfacciatamente una delle certezze irremovibili su cui si erge il Cinema di Woody Allen: il teatro prediletto dei suoi racconti è (quasi) sempre Manhattan.

Adorava New York. La idolatrava smisuratamente. Ah no, è meglio: la mitizzava smisuratamente […] era troppo romantico riguardo a Manhattan. Per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea. (Manhattan)

La sua adorazione per il celebre distretto di New York ha a tratti le fattezze di una vera e propria ossessione. Spasmodico il suo attaccamento a essa, si rivela nella voglia costante di viverla nei suoi angoli più nascosti, nei posti più ricercati, decadenti e a tratti anche oscuri. Senza essere mai disposto, neppure lontanamente, a lasciarla per un’altra città. In un turbolento miscuglio di dramma e commedia, le due pellicole ritraggono la coppia Allen-Keaton in due periodi differenti: nel primo siamo ancora nel pieno della loro intesa artistica, con l’ultimo al suo tramonto.

Sempre in contrasto sin dal loro primo incontro – lei non ha premura di criticare malamente Scott Fitzgerald, Lenny Bruce, Gustav Mahler, Carl Jung e di essere pungente nei confronti della piccola Tracy, amante di lui, alludendo con poca delicatezza alla Lolita di Vladimir Nabokov – in Manhattan, che a farla proprio breve altro non è che un disegno di un rapporto amoroso ambiguo in una grande città altrettanto ambigua, i due finiscono per invaghirsi nonostante tutto l’uno dell’altra.

Oh, guarda, non è bello?

Oh sì, è proprio bello quando inizia a far giorno. Sì, lo so, lo adoro. Ragazzi, questa è davvero una grande città…non mi importa cosa dicano gli altri.

Questo scambio di battute li vede per una volta concordare quanto alla loro concezione di bellezza, seduti su una panchina davanti al Manhattan Bridge, perdendosi tra un sospiro e un altro in elogi alla città che non dorme mai, per di più avvolti dalla fiabesca melodia di George Gershwin che porta il titolo di He loves it and She loves it.

Tornando dunque alla domanda del Cosa unisce allora così profondamente queste due personalità, verrebbe facile dire che forse a ergersi da magico collante tra loro è la capacità di avere la poesia negli occhi, di vedere l’incanto anche dove in apparenza si può pensare non possa esserci. Il talento di saper gustare con la vista le più impercettibili sfumature del mondo e quello di saperle raccontare.

È difficile che Allen e Keaton davanti alla bellezza riescano a star muti: forse, quindi, più d’ogni altra attitudine che li leghi, vi è la sublime capacità del raccontare con le parole, del descrivere. Insomma, sono dei narratori, dei poeti, non dei banali amanti del bello appagati dalla sola visione delle cose degne della loro ammirazione. Per loro è il dire ad essere fondamentale. Con, se vogliamo, anche una certa tendenza alla logorrea.

In Misterioso omicidio a Manhattan dopo ben quattordici anni, ritroviamo la coppia – pronti a salutarli per sempre dal momento che questo è purtroppo l’ultimo film a vederli recitare insieme – alle prese con un delitto da risolvere, o meglio, con un delitto che solo Keaton intende risolvere:

Per la miseria, conservati un po’ di pazzia per la menopausa!

Allen, ancora una volta, tra i due è quello più pavido e codardo, in guerra sempre contro mille crisi personali, come ad esempio avviene nella famosa scena dell’ascensore in cui si ritrova in preda a uno dei suoi attacchi di claustrofobia. Più maturi, decisamente cresciutelli e con qualche ruga d’espressione in più, sempre in linea però nella loro anticonvenzionalità, Woody Allen e Diane Keaton si rivelano ancora una volta proprio come già in Provaci ancora Sam, in Io e Annie o in Manhattan, capaci di sapersi tirare graffi e baci nello stesso identico modo. Il loro destino di coppia potrà anche essere infelice e indirizzato alla rottura, ma resta tuttavia unico e autentico, pieno di contraddizioni, pieno di poesia.

Senti Larry, mi ha sbalordita il tuo coraggio!

Come sarebbe ti ha sbalordita? Sembri scioccata…sai, io sono un omino in gamba! Allora dove andiamo a cena stasera? Non andiamo nei ristoranti dove servono dei vigliacchi!

Larry, io ti amo! Io ti amo!

Woody Allen e Diane Keaton hanno raccontato la classe americana borghese e acculturata, quella che preferisce sempre il cinema a qualsiasi tipo di shopping, con il parquet in casa e con gli psicofarmaci sempre al sicuro nel comodino. Fortemente caratterizzati nel loro temperamento da insoddisfatti perenni, continueranno ad affascinare senza limiti temporali i cinefili più raffinatamente naïf.

La loro forza e il segreto della loro affermazione risiede sia nelle loro affinità che in una sorta di complementarità che li riguarda strettamente: è sempre lei quella in apparenza risoluta che prende le decisioni – dalle più piccole alle più grandi – ed è sempre lui quello che si mette a nudo nelle sue debolezze, preferendole al potere.

E noi che li amiamo e odiamo al tempo stesso, li pensiamo sempre così, come nella scena finale di Misterioso omicidio a Manhattan che ha suggellato per sempre la loro intesa, inguaribili romantici, stralunati, innamorati e felici nonostante tutto.

 

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