Un occhio sgranato indaga la realtà che lo circonda, finché di colpo non sopraggiunge la paura a inghiottirlo nel buio. Con questa immagine si apre Volevo nascondermi, il nuovo film di Giorgio Diritti che racconta la bellezza e la fragilità del celebre pittore del Novecento Antonio Ligabue, dalla travagliata infanzia in Svizzera agli anni del tumultuoso successo artistico.
In un tempo sospeso fra ricordo e allucinazione, avvertiamo da subito il disagio di un uomo cresciuto nell’abbandono e nella violenta instabilità emotiva. Fragile vittima di un amore negato, Toni è costretto a vivere la marginale esistenza che il suo sguardo sbieco e spaventato gli permette di comprendere.
Analfabeta, malato, escluso: come può un genio dell’arte essere tutto questo? La magnetica grandezza dell’interpretazione di Elio Germano sta già nella predisposizione al selvaggio, scomodo e radicale scandaglio interiore di cui necessita una domanda del genere. Mostrare poi come bellezza e fragilità non siano altro che facce dello stesso indecifrabile talento è probabilmente il maggior pregio dell’opera.

Elio Germano in Volevo Nascondermi
Una dedica agli ultimi
«Lo voglio dedicare, questo premio, a tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati, tutti i fuori casta…e ad Antonio Ligabue e alla grande lezione che ci ha dato, che è ancora con noi, che quello che facciamo in vita rimane».
(Elio Germano)
Con queste parole Elio Germano ha ritirato l’Orso d’argento per la migliore interpretazione maschile al Festival di Berlino da poco conclusosi. Rifluiscono spontanei alla mente echi popolari e versi di struggente umanità, come quelli che Rino Gaetano in Mio fratello è figlio unico cantava, con simile impeto e affettuoso trasporto, in onore di tutti i vilipesi e i soggiogati da opprimenti logiche di esclusione. Con crudezza ed evocativo fascino Volevo nascondermi scava nei labirinti di un’anima ingarbugliata e respingente, senza per questo rinunciare a una cornice di tenerezza e ironica vitalità, in grado di irrorare anche gli anfratti più aridi.
Ligabue crebbe senza famiglia e senza patria, deriso fin da piccolo per la sua diversità, rinchiuso in diversi manicomi. Una volta espulso dalla Svizzera e tornato nell’Italia fascista, visse per anni nascosto in una sporca e fredda capanna nei boschi padani. La domanda, ormai sempre più affascinante, rimane valida. Com’è possibile che dai mugugni animaleschi e incomprensibili con cui era solito comunicare, un uomo con tale drammatico passato sia riuscito a elevare la sua espressione interiore a forme artistiche tanto dirompenti da essere apprezzate ancora oggi?

Una delle opere di Antonio Ligabue
Fra Storia e Schopenhauer- La volontà e l’essenza
Le risposte possono essere due, molto diverse fra loro. La prima è quella resa indiscutibile dalla Storia e dalla sostanza dei fatti. Ligabue divenne un acclamato pittore perché ebbe la fortuna di incontrare l’artista Marino Mazzacurati, il quale lo salvò dalla miseria e gli permise di affacciarsi alla socialità e alla scoperta del suo talento per il disegno. Questa, per altro, è la vicenda che Volevo nascondermi rappresenta in modo accurato, senza guizzi di scrittura, ma attraverso una regia dalla grazia visionaria del tutto rara nel nostro panorama nazionale.
La seconda risposta, di matrice filosofica, ci potrebbe invece rivelare il cuore pulsante della questione. Ad aiutarci è Arthur Schopenhauer, il quale ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) definisce la volontà di vivere come l’essenza segreta di tutte le cose, ovvero l’intimo essere, il nocciolo di ogni singolo, ed egualmente del Tutto. In quanto animali bramiamo di vivere, nonostante la consapevolezza che tale desiderio non ci preserverà in alcun modo dalla sofferenza.
Perciò, scorgere in Ligabue la traiettoria di un Io schopenhaueriano, ancorato con inconscia energia alla tragicità della vita e da essa progressivamente emancipato, tramite la funzione catartica dell’arte, può almeno farci intravedere la misteriosa natura che si cela dietro alla nascita di un genio.

Elio Germano nei panni di Antonio Ligabue
Lo sguardo e le tenebre
La fragilità e la potenza dell’umano quindi, ma anche la bellezza dell’arte intesa come sfogo disarmonico, pura esplosione di rabbia, travolgente istinto creativo. Come in un dipinto di Friedrich, Volevo nascondermi affronta questi temi sempre a partire dall’esplorazione della sterminata solitudine del protagonista. Egli zoppica nel quotidiano per poi toccare il mitologico, grazie alla sua sensibilità, allo stesso tempo rovina e tesoro.
Il film di Diritti è senz’altro un appassionato canto della diversità, ma anche e soprattutto l’intimo diario di un uomo straordinariamente tenace nel sovvertire il destino e brillare nel fango. Un uomo ripugnante e scorbutico, scampato alla morte e alla comune morale per urlare al mondo tutto il suo dolore.
Quell’occhio sgranato continua a indagare la realtà che lo circonda. Adesso però sappiamo che non vuole altro che essere amato. Il terrore è sempre dietro l’angolo, ma stavolta forse le tenebre non arriveranno e lo sguardo non temerà di fissare il male.




