Favolacce – La realtà è una fiaba oscura

Francesco Malgeri

Maggio 14, 2020

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Favolacce, o Roman beauty.

Perché il parallelismo con American beautysenza l’America e senza beauty – si respira già dalle primissime inquadrature, galleggianti sopra una strada affiancata da adorabili villette a schiera, introdotte dalla voce di un narratore che sembra sapere già tutto, pur non sapendo in realtà nulla. Un affresco a tinte colorate, un quadretto ritraente la condizione ideale alla quale l’italiano medio aspira: famiglia, figli, casa, ambiente piacevole e affetto del vicinato. Ed è in quel momento, senza preavviso, fulmineamente, che la cinepresa dei fratelli D’Innocenzo comincia a stringere, prendendoci per mano, facendoci entrare all’interno di quelle adorabili villette a schiera, belle e accoglienti solo in superficie; poiché trattasi di fatto di un palcoscenico del grottesco e del tragico, un impianto scenico dai toni cromatici caldi, composto da scorci in abbandono, musicalità gracchianti e sinistre, nature morte.

Ci ritroviamo così nel mezzo di un immenso libro di filastrocche, favole e parolacce, cantilenate da bambini mai realmente bambini e adulti mai realmente adulti. Elio Germano è il capofila di un gruppo d’attori che sembra nato e cresciuto tra le ambientazioni del film, per quanto perfettamente funzionante all’interno del contesto della pellicola, ognuno di essi congelato in espressioni di frustrazione e sopportazione, per il caldo, per gli insetti, per un’esistenza stagnante.

Favolacce

Esploriamo dunque la loro realtà più quotidiana, il loro interagire mai reale, parlando senza ascoltare e ascoltando senza sentire, imbarazzati e mai a proprio agio. Gli occhi dei bambini, sui quali la camera indugia meravigliosamente, sono svuotati da ogni traccia d’innocenza, indirettamente forzati a sotterrare ogni ingenuità per far fronte alle prove della vita adulta, già incapaci di sognare poiché privati di quella fanciullesca e fondamentale illusione.
Esseri umani descritti in maniera scarna, anti-retorica, nella loro natura più nuda, intima. I loro stati d’animo ci vengono sbattuti di fronte, dilatati, ma mai eccessivamente, rendendoci partecipi d’ogni singolo cambiamento fisiognomico che tocca i loro volti: pupille pietrificate, sorrisi tirati che si sciolgono in nanosecondi, vene giugulari che gradualmente si gonfiano e s’ingrossano, espressioni di gioia che esplodono repentinamente in pianti disperati.

In parallelo, un’enorme rilevanza al paesaggio è data da campi lunghi e piani sequenza che ritraggono a lungo l’ambiente che avvolge il racconto, permettendoci di conoscerlo, osservarlo, nelle diverse sfumature colorate che lo accendono e lo rendono parte attiva della narrazione.

Un microcosmo i cui codici sono tutto fuorché irrealistici: il dialogare tra i personaggi, la cadenza del loro parlato, la degradazione che da ambientale diviene antropologica; elementi che non si fa fatica a includere in quelli che sono gli stilemi più radicati nella storia del cinema italiano.

Il secondo film dei fratelli D'innocenzo, Favolacce, è un oscuro affresco che ritrae la quotidianità di un paesino ai margini di Roma.

Ciò che si rende metafora, e dunque astrazione, è la direzione dei codici di senso a loro volta generati: intervengono elementi del funesto, del mortifero, dell’assurdo. È qui che si crea il cortocircuito, l’allegorico che incontra il realistico. E la realtà cede il passo alla proiezione di essa, al racconto, al non senso che diviene senso poiché coerente nel suo impianto, e insradicabile da esso.

Il riflesso è distorto, deformato, come il viso del personaggio di Lino Musella filtrato dal vetro smerigliato dell’ufficio della preside scolastica. E l’elemento del diario, narrato dalla voce fuori campo di Max Tortora, guida l’avanzare della fiaba oscura. Il realismo allegorico dei fratelli D’Innocenzo è pantomima della vita, invenzione del futuro, della possibilità di evadere dalla propria condizione. I bambini, reali protagonisti del film, scelgono di abbandonare la parata, liberarsi attraverso l’unico vero mezzo di fuga: la morte.

Favolacce è un film di elementi, di espedienti che dicono di più rispetto a ciò che mostrano. Confonde i confini stessi di fabula e intreccio, di storia vera e storia falsa, di cronaca e diario illustrato. Un piccolo mondo che si regge sulle sue gambe, distaccato dal quotidiano più realistico eppure proveniente da esso, nell’odio, nella frustrazione, nell’imbarazzo del vivere che genera. Un’erranza esistenziale, senza via di sbocco.

Apologo oscuro del nostro tempo, tassello fondamentale del ben più vasto e variegato racconto del realismo allegorico.

Il secondo film dei fratelli D'innocenzo, Favolacce, è un oscuro affresco che ritrae la quotidianità di un paesino ai margini di Roma.

«Oh come t’inganni,
se pensi che l’anni
non hanno a finire,
bisogna morire.
Bisogna morire, bisogna morire».

(Passacaglia della vita)

Buio.

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