Un altro giro – Inno alla vita ad alto tasso alcolico

Giacomo Zanon

Aprile 21, 2021

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Bere per stare meglio? Sembra una frase detta da chiunque di noi dopo una brutta giornata. E invece è il sunto, in parole poverissime, di Un altro giro, ultima opera di Thomas Vinterberg, presentata in Italia alla Festa del Cinema di Roma e al TIFF, dopo la mancata première al Festival di Cannes a causa della pandemia.

Un altro giro – Another Round a livello internazionale, o Druk in danese – mette al centro quattro insegnanti di scuola, uomini di mezz’età. Dopo una sera di festeggiamenti, decidono di condurre su loro stessi uno studio sui benefici alla vita quotidiana di un costante stato di ebbrezza.

Un altro giro

Martin, Tommy, Peter e Nikolaj tornano a casa dopo una delle tante serate alcoliche

Immediatamente si nota lo stile di Vinterberg, che si concentra su persone comuni che sfidano la vita, invischiati in una situazione più grande di loro.
Il tutto con un importante riferimento a una teoria sociale ben definita e decisamente intrigante. In Festen era la rivelazione del marcio che si cela dietro a una famiglia, nascosto per una vita intera che esplode all’improvviso, causando rabbia e smarrimento generale. Ne Il Sospetto era l’isteria di massa di una comunità incapace di ragionare razionalmente per arrivare alla verità. In Un altro giro, abbiamo la volontà dei protagonisti di sentirsi pienamente accettati e apprezzati socialmente, ricorrendo a misure drastiche per arrivare allo scopo prefissato.

Uno spunto dunque estremamente interessante, sviluppato da Vinterberg in maniera sincera e coinvolgente, nonostante i limiti evidenti. Un altro giro appare come un nuovo tassello della filmografia dell’Autore danese, dallo stile rigoroso – all’inizio fedeli al Dogma 95 – e profondamente drammatico, spesso cupo. Qui abbiamo invece un lavoro più leggero, non tanto per il modo che ha di trattare gli argomenti del soggetto, ma per lo stile filmico. Una commedia amara, cinica e nostalgica, ma comunque ironica e travolgente, che parla della vita e la celebra.

Un altro giro

Martin, seduto su una panchina durante l’iconica scena finale del film

Il film tratta anche della giovinezza, o meglio, della giovinezza perduta. Le azioni dei nostri cari protagonisti appaiono come un disperato tentativo di aggrapparsi a un passato ormai terminato, per sentirsi affiatati e vivi come ai vecchi tempi. I quattro personaggi sentono l’angoscia dell’incertezza del futuro, del passare inesorabile degli anni, cercando di godersi il presente nella maniera più pura possibile, seppur insolita e con prevedibili conseguenze. Ecco, la prevedibilità è uno dei difetti del film, che si macchia di una semplificazione quasi dilettantesca riguardo certi passaggi e situazioni.

La fotografia restituisce a Un altro giro un giusto e riuscito senso di realismo, mentre il montaggio sembra quasi sottolineare la banalità di alcune sequenze. Nonostante ciò, il Cinema di Vinterberg riesce a dialogare bene con lo spettatore, che si ritrova nei personaggi messi in scena e in balia delle loro situazioni. L’’impressione è che, per apprezzare pienamente il messaggio dell’opera, l’età anagrafica di chi guarda aiuti nell’immedesimazione. Non per forza un difetto ovviamente, ma parte del gioco ideato da un divertito (ma malinconico) Vinterberg.

L’opera si concentra sostanzialmente sui quattro protagonisti, tutti attori navigati che hanno già collaborato con il regista danese, su tutti uno stupefacente Mads Mikkelsen. Un quartetto di attori affiatati e di personaggi scoppiettanti, che ci trascinano in un’avventura singolare e bizzarra, ma al contempo molto umana e reale. Il tutto merito anche della regia di Vinterberg, che con la sua immancabile macchina a mano e le sue riprese dinamiche e avvolgenti, fanno sentire lo spettatore parte della vicenda e a proprio agio in essa fin dalla prima sequenza.

Un altro giro

Martin insegna alla sua classe in stato d’ebrezza

L’opera è dunque un saggio sull’amicizia, ma anche sull’amore, che nella sua semplicità – spesso e volentieri, esagerata semplicità – si impone come un inno alla vita, un inno al bere. Al bere, inteso come inno alla convivialità, che trova il suo picco nell’appagante finale, un circo dal sapore quasi felliniano che strappa un sorriso sincero.

Un altro giro è riuscito a ottenere l’apprezzamento della critica e un buon successo di pubblico, fino ad arrivare a due nomination agli Oscar, per il miglior film straniero e, a sorpresa, per la miglior regia. Probabilmente è un segno del fatto che, in un biennio difficile segnato dalla pandemia da Covid-19, abbiamo bisogno di evasione. E un film vivo e vitale come quello di Vinterberg, sembra l’intrattenimento perfetto.

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