Era il 1972 quando uno dei registi più importanti e impattanti della storia del cinema si preparava a scuotere il mondo cinematografico per l’ennesima volta. Il fascino discreto della borghesia rappresenta non solo il film probabilmente più rappresentativo del regista, ma si potrebbe definire il canto del cigno di Luis Buñuel.

Questo film testimonia una nuova e ultima fase della poetica cinematografica di Buñuel, nella quale il regista sceglie la Francia e la Spagna come Paesi di produzione e di ambientazione della sua trilogia, denunciando provocatoriamente un’intera struttura ideologica occidentale. Questa trilogia sarà completata dai successivi capolavori: Il fantasma della libertà (1974) e Quell’oscuro oggetto del desiderio (1978).
Soffermiamoci però sulla prima pellicola di questa trilogia, perché è quella che può essere definita manifesto dell’autore. Negli anni Settanta, Buñuel (nato alle porte del secolo, nel 1900) aveva settant’anni e alle spalle una carriera di grosso spessore e grandi scandali. Questo però non impedisce al regista di riaffermarsi e riaffermare le proprie idee in una modalità intelligente e attenta ai contesti commerciali e spettatoriali.
«Contro le disuguaglianze sociali, lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, l’influenza abbruttente della religione, il militarismo rozzo e colonialista, i surrealisti considerarono a lungo lo scandalo come rivelatore onnipotente, capace di mettere a nudo le molle segrete e odiose del sistema da abbattere».
(Luis Buñuel)
Per precisare quest’ultimo punto bisogna tener conto del fatto che a quel punto della sua carriera il nome di Luis Buñuel fosse non solo molto affermato, ma anche citato da qualsiasi regista avesse deciso di presentarsi al pubblico nella carica eversiva delle proprie rappresentazioni. Così, inserito volente o meno nel sistema cinema, Buñuel riformula la sua polemica provocatrice ovviamente di matrice surrealista.
Dopo lo scandalo nel linguaggio, dopo la narrazione dal punto dei vista dei tanti popoli e dei tanti individui vinti, il regista si prepara a elaborare una trilogia che va oltre il cinema. Ciò che Buñuel esprime nel corso degli anni Settanta è piuttosto una radiografia della società immobile nella quale lui fermo non può stare.
Il fascino discreto della borghesia porta nel sistema commerciale, porta agli Oscar (vinto come miglior film straniero, ma non ritirato dal regista), uno dei più violenti e sinceri attacchi alla morale cristiano-borghese e del conseguente ordinamento sociale.
«La struttura accettata è battaglia permanente per la libertà. Il bersaglio è la borghesia. Non come classe sociale ma categoria morale, modo di essere, sistema di principi eterni (dio, patria, famiglia, lavoro), istituzioni (chiesa, stato, esercito)».
(L. Buñuel)
A dimostrazione dell’intelligenza mostrata da Buñuel, si può considerare il fatto che questo film abbia vinto un Oscar e sia circolato nel circuito mainstream. Pur attaccando e distruggendo alla base i canoni estetici edulcorati che molti film, presentati come sovversivi, cercano di mostrare solo superficialmente, de Il fascino discreto della borghesia si è parlato e si parla ancora parecchio. Mettiamo però ordine.
Sarebbe inutile definire la trama di un film come questo, il quale volutamente nelle sue intenzioni abbatte l’idea di trama. Consideriamo allora il soggetto della pellicola: un gruppo di borghesi tenta di avere una cena, ma ogni qual volta tenti di portare il cibo alla bocca, capita qualcosa di assurdo e grottesco.
Questa negazione dell’atto blocca volutamente la trama lasciando la rappresentazione sospesa e in balia delle volontà di Buñuel. Il budget del film è basso, la recitazione volutamente approssimativa, la fotografia non ricercata, ma cruda ed essenziale, i dialoghi minimalisti e grotteschi, la macchina da presa non è mai ferma. Tutto è circondato da un costante rimando all’onirico. Questo film, che si presenta come film manifesto dell’anti-estetica occidentale, paradossalmente, è stato premiato con la statuetta dalla massima cerimonia che celebra la struttura estetica e percettiva dell’Occidente.
Ma cos’è la borghesia per Buñuel in questo film? Raramente un film è stato così chiaro a riguardo di ciò che il suo autore pensasse, e allo stesso tempo così sottile. C’è un’immagine che percorre l’intera pellicola, montata in certi momenti a interrompere la fiera del grottesco a cui stiamo assistendo. Questa immagine mostra questi protagonisti borghesi camminare in silenzio lungo una via sterrata che tende pressoché al nulla.

«Sempre fissa lì a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto
Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa
E sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani
Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia
Per piccina che tu sia il vento un giorno, forse, ti spazzerà via».
(Claudio Lolli, Borghesia, 1972)
La borghesia non è ovviamente l’unica classe colpita da Buñuel. Essa infatti si circonda dei suoi fedeli servitori, i garanti del gattopardesco ritorno alla propria narcisistica autorappresentazione. Questi garanti si chiamano chiesa ed esercito.
Ne Il fascino discreto della borghesia ci sono alcune sequenze che possono essere considerate dei veri e propri capolavori di provocazione aggressiva. Come la scena nella quale gli amici borghesi sorseggiano dello champagne (oggetto rappresentato e quindi segno testuale della loro ricchezza ostentata) e chiamano l’autista per farglielo assaggiare. In questo momento assistiamo a un atto di violenza inaudita verso la dignità del meno abbiente e a un atto di egolatrico sprezzamento dell’altro.

La chiesa è presente nel personaggio di un vescovo, il quale si improvvisa giardiniere (indossandone materialmente i panni) nell’attesa degli assenti padroni di casa. I Sénéchals (la coppia borghese del film) tornano a casa. Il vescovo così ritorna, ma viene scambiato per un vagabondo e cacciato via con sprezzo. Quando il vescovo ritorna indossando le vesti ecclesiastiche viene trattato con una servile riverenza. Al regista basta una scena per rappresentare il pregiudizio, lo snobismo e l’ipocrisia di un’intera civiltà.
Il vescovo chiede di lavorare per loro come giardiniere, seguendo il modello dei preti operai. Racconta loro della sua infanzia, di come i suoi genitori furono uccisi da avvelenamento e il colpevole mai trovato. Più tardi nel film l’ecclesiastico va a trovare un moribondo che risulta per assurdo essere l’assassino dei suoi genitori. Dopo averlo benedetto, in una scena che è un capolavoro di ironia dissacratoria, il vescovo gli sparerà con un fucile, uccidendolo e chiudendo la traiettoria circolare dell’ipocrisia.
Quanto è dissacratoria una scena del genere? Ancora oggi farebbe molto rumore e scandalo. Ne ricordate altre in cui un vescovo imbraccia un fucile per ammazzare un moribondo che ha appena benedetto? O avete mai visto un vescovo sparare in un film? Difficile.
Buñuel però non dimentica la polizia. Essa è rappresentata come superstiziosa e credulona. Metafora perfetta per rappresentarne l’insostenibile condizione di asservimento nella quale essa si trova. In una delle occasioni in cui i protagonisti tentano di mangiare, la polizia irrompe senza alcuna ragione e si intrattiene fumando della marjuana. Di certo a Buñuel non mancava il coraggio.
La scena più rappresentativa, tuttavia, è quella nella quale il sipario si apre e Buñuel arriva diretto al punto metacinematografico e metaesistenziale. Durante un pranzo a casa del colonnello, i protagonisti e gli altri commensali si ritrovano improvvisamente su un palcoscenico con tanto di pubblico e sipario spalancato.

Qui il film raggiunge il culmine mostrando, attraverso la metafora della rappresentazione, presente in quasi tutte le scene dell’opera, quello che la borghesia ha fatto e continua a fare di se stessa. Buñuel sa bene che una grande quantità di stimoli, influenze culturali anche artistiche derivano tutte dalla stessa fonte: la borghesia.
Essa, commentava Debord, «è la sola e unica classe sociale che finora ha vinto una rivoluzione». Da lì in poi, si è sempre rappresentata e facendolo ha esteso il proprio immaginario, i propri valori, la propria morale innalzandole a pensiero dominante.
Questo processo continua da almeno tre secoli, allora Buñuel pone la borghesia del 1972 sul palcoscenico della storia nella quale si è sempre trovata. Probabilmente, come nel caso dei protagonisti, senza alcuna consapevolezza di ciò. Attraverso la ripetizione dei riti, l’ideologia dominante va avanti. Questo lo sapeva Pier Paolo Pasolini che ce lo ricorda in Salò, e lo sapeva anche Buñuel che dissemina nella sua pellicola azioni ripetute, come cerimonie di riconoscimento identitario, da parte della classe borghese incolpata.
La sequenza finale, dopo il palcoscenico, vede ancora una volta il gruppo di borghesi continuare a percorrere la strada sterrata che negli ultimi secoli li sta portando dove, non si sa, ma probabilmente ancora una volta verso la propria rappresentazione, colma di indifferenza e ipocrisia.
Possiamo però sperare che essa stia percorrendo l’ultima parte di questa secolare strada. Allora chissà, la scena che apre il film assume un significato potenziale e interessante. Essa vede i borghesi tentare di cenare in un ristorante. Tutto normale, finché poco dopo essersi accomodati essi si accorgono che nella sala accanto è in corso una veglia funebre per il cuoco tragicamente morto.
In questa scena grottesca, che apre il film, potremmo vedere quel cadavere come la salma di una borghesia fantasma che non sa dove sta andando, ma, come l’autore sperava, magari verso la propria dissoluzione.





