«A nessuno piace scoprire di essere individui di seconda categoria.»
(Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine)
Nel 1905, in Tre saggi sulla teoria sessuale, Sigmund Freud introduce la teoria dell’invidia del pene.
Bambine e bambini, attorno ai 4 anni, iniziano a prendere coscienza del proprio corpo.
Lo osservano, ne cercano di capire meccanismi e dettagli. Iniziano a guardare anche i corpi altrui e, attraverso le similitudini e le differenze, costituiscono la propria identità psico sessuale.
Per Freud le bambine, prendendo coscienza della propria vagina e accorgendosi di non possedere un pene, entrano in uno stato psichico basato sull’invidia del maschile e sull’angoscia del femminile: crederanno di averlo posseduto, ma di aver subito una vera e propria mutilazione.

Questo le porterà, innanzitutto, a stravolgere il loro rapporto con le madri: da figure riferimento passano ad essere nemiche con cui entrare in una competizione sottile e feroce per le attenzioni del padre. Secondo la teoria dell’invidia del pene, tutti gli sforzi di crescita della bambina si concentreranno nell’arrivare al riconoscimento affettivo maschile e al ricongiungimento con il pene.
Da qui, una delle teorie più fallocentriche mai teorizzate in età moderna, non fa altro che peggiorare.

Lo psicoanalista austriaco apriva il ‘900 con una visione filosofica e scientifica della donna ben precisa: quella di un’eterna repressa che agisce nel mondo unicamente per vendicare una mai avvenuta amputazione. Freud, come molti altri prima e dopo di lui, hanno alimentato un immaginario sulla femminilità fatto di instabilità emotiva eccessiva e senso di inferiorità costitutivo.
La donna è raccontata come una figura isterica che detesta madri e sorelle. Vive unicamente per conquistare il sesso di suo padre e dei suoi amanti. Una mistica strega che desidera rubare il pene e il potere che possiede.
E, in realtà, per quest’ultima considerazione, Freud aveva quasi agganciato il vero punto: in un mondo meramente binario, la bambina non invidia il pene del bambino in quanto tale, ma il privilegio che ne deriva dal possederlo.
«La bambina invidia il fallo in quanto simbolo dei privilegi accordati ai maschi»
(Simon De Beauvoir, Il secondo sesso)

Ma la donna non è angoscia, libido sviluppata a metà e invidia. La donna, come direbbe Simon De Beauvoir, è Altro. E nella sua alterità, nel corso della storia, è riuscita a farsi spazio nel mondo. Anche ingannando l’uomo.
«Più la bambina matura, più il suo universo si espande, più la superiorità maschile si afferma.
Gli uomini hanno fatto la Grecia, l’Impero romano, la Francia e tutte le nazioni, hanno scoperto la terra e inventato gli strumenti atti a sfruttarne le ricchezze, l’hanno governata, l’hanno popolata di statue di quadri, di libri.
Attraverso gli occhi degli uomini la bambina esplora il mondo e vi decifra il proprio destino.»(Simon De Beauvoir, Il secondo sesso)
Rose è un film del 2026.
Scritto da Markus Schleinzer, co-sceneggiato da Alexander Brom e Schleinzer, è stato presentato alla 76esima Berlinale.
Il film è ambientato in Germania nel XVII secolo – subito dopo la guerra dei 30 anni – e racconta la storia di Rose (Sandra Hüller), una donna che si finge uomo. Rose ha combattuto la guerra da soldato, ingannando innanzitutto il Sacro Romano Impero per poterlo servire in battaglia.
A guerra finita, Rose arriva in un piccolo, gelido e protestante paesino tedesco. S’inventa di essere l’erede di un possidente terriero e di dover riscuotere il podere abbandonato che le spetta.
Ma gli inganni sono solo all’inizio: per mantenere ruolo e potere, Rose prende in sposa Suzanna, entrando così in una tanto intricata quanto magica ragnatela di bugie, tessuta per poter ottenere quell’autodeterminazione che mai, da donna, le sarebbe spettata.
Rose è stato scritto basandosi sulla storia vera non di una, ma di decine di donne che nel corso dei secoli si sono finte uomini.
Donne di tutto il mondo che cucivano vestiti maschili, indossavano tessuti appiattenti per i loro seni e infilavano scarpe più grandi dei loro piedi per poter vivere un’esistenza che non fosse subalterna.

Tutte le domeniche mattine, nel paesino tedesco dove il film è ambientato, uomini e donne si incontrano nella chiesa protestante. Sulla destra siedono le femmine, con in braccio neonati e bambini; sulla sinistra siedono i maschi.
Usciti dalla messa gli uomini parlano, ridono, discutono, vivono. Le donne attendono, in silenzio, guardando ovunque e da nessuna parte per non apparire scomposte. Tutte e tutti sono contadini e allevatori. Gente che la fatica la conosce bene perché vive inverni rigidi dove le mani, a prescindere dal sesso che le possiede, devono unirsi per mantenere vivo il bestiame e proteggere i raccolti.
Eppure, gli uomini vivono e le donne attendono.

È il 1700, siamo 200 anni prima dalla teoria dell’invidia del pene di Freud. Nonostante ciò, ad abitare gli sguardi delle donne del paese, è proprio quel sentimento: l’invidia. L’unica che riesce a sfuggirne è Rose che, fingendosi uomo, infrange le limitazioni sociali che altrimenti le verrebbero imposte. È un uomo severo. L’unico a saper leggere e scrivere, anche per questo ha il rispetto della comunità. È coraggioso. Il suo volto è stato sfigurato da un proiettile preso in battaglia, mentre combatteva per l’Impero.
Ma cosa significava e significa, per una donna, la Patria? Rose è una donna che si è finta uomo innanzitutto per essere soldato.
Virginia Woolf nel 1938 pubblica le Tree Ghinee, un pamphlet femminista e pacifista su cosa una società civile dovrebbe fare per prevenire la guerra. La Woolf studia e osserva l’Europa che le è contemporanea: Fascismo e Nazismo sono al potere e nemmeno un anno dopo l’uscita del suo saggio sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale.
«Io in quanto donna non ho patria, in quanto donna la mia patria è il mondo intero.»
(Virginia Woolf, Le tre ghinee)
La guerra è l’espressione ultima, la forma più compiuta del sistema patriarcale. Il concetto di patria e di confine da proteggere sono tratti culturali distintivi di un mondo che trova nella sopraffazione la sua aspirazione ultima, nel potere schiacciante il suo desiderio erotico da realizzare.

Eppure, la guerra per Rose nel 1700 è la chiave di volta per l’accesso alla libertà di scelta. Rose non è un uomo, come diremmo oggi, che ha coscienza di genere. Neppure per la più pallida idea. Solo perché conosce l’impossibilità dell’agire delle donne nella sua epoca non significa che faccia qualcosa per poter migliorare, anche solo di poco, la vita delle sue sorelle.
Rose si costruisce un mondo e in quel mondo costruisce anche un pene fatto di legno da legarsi in vita, come un moderno strap on.
Non c’è nessuna invidia: solo il desiderio di una possibilità di scelta che, altrimenti, non esisterebbe.
Ad esistere è l’ossessione pruriginosa di una società che desidera sapere cosa abbiamo fra le gambe per poi alimentare un sistema oppressivo che non vuole rivali.




