Cosa sono le Iperboli?
Tra geometria e figure retoriche potremmo accedere a molte definizioni e sfaccettature, tra sezioni coniche ed esagerazioni, passando per equazioni e splendidi testi letterari.
Ma le iperboli non si “limitano” a questi campi d’indagine, poiché esse, spesso, appartengono alla nostra stessa creazione psichica.
Fare di una faccenda particolare un principio generale, trovare in una piccola intuizione una tendenza universale, associare uno sguardo all’amore stesso.
L’iperbole è il nostro modo di trovare contatto nei grandi ideal tipi della nostra personalità, ma anche nelle grandi armature della nostra paura.
Così si presentano due personaggi, quanto mai importanti per quello che ci mostreranno.
James (alias Alex Lawther) è un ragazzo che ha fatto della psicopatia, termine usato in senso proprio come disturbo antisociale della personalità per il quale si ha un forte deficit di empatia, riversato in tendenze devianti ed aggressive, la sua iperbole difensiva. Autoconvincendosi di ciò, del “non provare emozioni” e del provare “piacere” nell’uccidere animali, egli si è rintanato in un’apatia necessaria a non ricordare il maremoto della sofferenza.
Alyssa sopraggiunge come il suo contrasto, non semplicemente l’altra faccia della medaglia, perché l’umanità ne ha molte di più di “facce”, ma come un’iperbole a sua volta, un’esplosione di rabbia e misantropia priva di reale volontà, semplicemente un nascondiglio, una proiezione dalle sue reali mancanze.

Ecco dunque in pochi istanti due protagonisti assolutamente fuori dagli schemi, inquietanti ed instabili, ma sin dall’inizio capaci di sussurrarci una fondamentale chiave di lettura: sono due iperboli, ma essere un’iperbole è in vero una paura di essere sé stessi. Poiché nessuno esiste perennemente in quanto iperbole, e prima o poi tale autoesagerazione difensiva dovrà esplodere.
Inizia così The End of The F**king World, una serie davvero antropologicamente potente. Inizia così il viaggio di questi due ragazzi complessi, perché vittime di una vita semplicemente troppo più difficile di altre e perché non vogliosi di sopprimere ai quei rabbiosi scontri al loro interno e verso il mondo.
Un’iniezione d’intensa narrazione da vedere tutta d’un fiato, condita da uno stile splendidamente eccessivo.
Ma come si poteva ritrarre tale storia in maniera volutamente eccessiva nello stile, senza però disperdere quel contorto sguardo poetico sulle nevrosi del mondo odierno?

Sembra quasi che sia stato trovato il connubio perfetto, in una nuova forma di stile Sundance, dalle tonalità pulp. Personaggi che si fanno narratori dei loro conflitti, tra realtà ed apparenza, dei loro paradossi, tra solipsismi e necessità di amare, conditi da una regia cruda e ricca di divertissement, tra colori grigi e musiche che aggrediscono la scena, modificandone i connotati e creando uno splendido disordine estetico (in pieno stile Tarantino).
Nel guardare la serie, veniamo avvolti dunque da uno scenario umano che non vuole essere un’iperbole semplicemente per ampliare la potenza narrativa; ma per denunciare, arrivando ad un eccesso quasi buffo, quasi caricaturale, un’umanità che non si sa più guardare, che non sa più viversi le sue emozioni, che non sa più cosa significhi condividere.
Così The End of The F**king World esorcizza i fallimenti che il mondo di oggi reprime e nasconde, in una serie quanto mai politicamente scorretta, in un divertissement dissacrante che si prende gioco della sua stessa eccessività.
Perché The End of The F**king World non è semplicemente un gioco narrativo, ma ha un scopo, e tale scopo diviene ben noto in quella fase della storia dove i due protagonisti si divideranno e vedremo una POTENTISSIMA riscoperta delle emozioni da parte di James, distruttiva eppure di una così pura libertà.
Perché la scelta di The End of The F**king World di esagerare non è casuale, è forse l’unico modo per rendere visibile una serie di piccole necessarie particelle di umanità che raramente vengono raccontate nella loro verità. Una risposta alle grandi emozioni decantate dal cinema hollywoodiano, menzognere nelle essersi finte sincere per decenni ai nostri occhi, quanto in vero erano iperboli fin troppo romanzate.

Ma ancora più di questo The End of The F**king World è infine un’ atropina, di quelle che mettiamo dagli oculisti per vedere davvero come siano messi i nostri occhi.
Un’ atropina sociale con lo scopo di sfocare tutto, svincolando ogni cosa dalle sua limitazioni normalmente visibili, dilatando per poi ricomporsi, nella speranza di aver trovato qualcosa nel mentre.
E la storia tra i nostri due giovani ragazzi dissacranti, essa è quel qualcosa.
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