Pacific Rim: Uprising – sotto l’ombra dei mostri

Enrico Sciacovelli

Marzo 25, 2018

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Così come nel 2013 come oggi, nel 2018, Pacific Rim rappresenta un’autentica anomalia nel panorama tipico del blockbuster d’azione: è un film con un budget di quasi duecento milioni di dollari che prende ispirazione a piene mani da innumerevoli franchise orientali di nicchia (potremmo citare tra questi Evangelion, Ultraman, Gundam e Godzilla), strizzando l’occhio ai fan del genere del Tokusatsu. È stato inoltre diretto dal santo patrono del cinema geek, Guillermo Del Toro.

Pacific Rim: Uprising
Una scena del film “Pacific Rim – La rivolta”

Sebbene lontano dall’essere il miglior lavoro del regista messicano, Del Toro riuscì a prendere quello che poteva essere facilmente una mera imitazione de Transformers di Michael Bay e a infonderlo della sua sensibilità e della sua fermezza nella regia: sotto la sua cinepresa, gli Jaeger e i Kaiju hanno avuto un peso tangibile, una presenza che stuzzicò la mente dello spettatore.

Viene difficile definire Pacific Rim come qualcosa che va oltre lo status di guilty pleasure, ma chiaramente si sente l’impronta di un regista che ha impresso sulla pellicola il suo amore per il genere in questione.

La domanda che, cinque anni dopo, dobbiamo porci è: che succede quando non c’è più il messicano dietro la cinepresa del sequel?

Pacific Rim: Uprising
Jake Pentecost è interpretato da John Boyega

Pacific Rim: Uprising è ambientato dieci anni dopo gli eventi del primo e vede protagonista Jake Pentecost, interpretato da John Boyega, figlio dell’eroe che si sacrificò per concludere la guerra nel primo film.

Egli è costretto a confrontarsi contemporaneamente con l’ombra del padre, con il suo nuovo ruolo di addestratore delle prossime reclute e con una compagnia avversaria che mira a rendere obsoleto l’uso degli Jaeger.

La premessa è un buon esempio su come espandere un film con un nucleo molto semplice, ovvero “i robot prendono a pugni i mostri giganti”, quale era quello alla base del primo film. Il tentativo si estende anche nell’includere e citare personaggi ed eventi del primo film, in modo molto naturale. Si azzarda anche nello sviluppo della trama tramite queste reminiscenze.

Tuttavia i buoni propositi della trama sono immediatamente messi in secondo piano rispetto alla differenza nella regia: la mancanza dell’attento occhio di Guillermo Del Toro va a discapito della palette cromatica, della messa in scena e della composizione dell’inquadratura.

Uprising si fa guardare facilmente, ma non ci sono sequenze o fotogrammi iconici come quelli del primo film. Il film non manca di inventiva o di ingegnosità nel design dei mostri e degli Jaeger, ma queste idee non rimangono impresse nella mente dello spettatore, se non in una forma confusa e indefinita.

Amara, Jake e Nate

Il grande paradosso di un film come Pacific Rim: Uprising è la sua esistenza stessa: senza Del Toro al timone, con molta probabilità, un prodotto come Pacific Rim non sarebbe mai stato approvato dalla Warner Bros. Di conseguenza non ci sarebbe stato il seguente Uprising.

Parlare dell’aspetto tecnico e pragmaticamente narrativo del film viene per forza di cose in secondo piano rispetto al confronto impossibile con il primo.

Questo articolo potrebbe benissimo essere lungo quanto una frase lapidariamente breve: “Non è bello come il primo, ma non è brutto”. Altri appunti sarebbero giusto retorica su un prodotto godibile, ma non abbastanza intrigante da meritare una critica più approfondita. 

Preso da solo, Pacific Rim: Uprising intrattiene, e in certi casi è meglio non pretendere di più da una pellicola. Purtroppo nessuno lo farà, fan di Kaiju e Mech giganti in primis, e forse anche lo stesso Del Toro, ringalluzzito dai premi giunti con The Shape of Water, lo guarderà con sufficienza.

Leggi anche: The Shape of Water – Dolci, magnifici mostri

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