Io, Tonya – Vinta dalla vita

Francesca Casciaro

Marzo 30, 2018

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La vicenda di Tonya Harding è piuttosto singolare: lo stesso film che racconta la sua storia di fatto non la celebra, né la condanna.

Alla fine non capiamo se Tonya abbia davvero avuto un dono, che poi i pregiudizi sociali hanno vanificato, o se invece il suo innegabile talento non sarebbe comunque stato sufficiente ad assicurarle vittorie e successi.

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Allison Janney interpreta la signora Harding

Tonya, sin da bambina, viene spinta dalla madre (Allison Janney, che per la magistrale interpretazione ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista) a dedicarsi con tutta se stessa al pattinaggio artistico sul ghiaccio.

Ma Tonya era una cafona, ben poco adatta all’ambiente pettinato delle competizioni di pattinaggio, dove le atlete si dovevano mostrare come raffinate principesse, e sfoggiare, al posto dell’anacronistico diadema, una pelliccia alla moda.

«Sapete, non ho mai nascosto a nessuno di essere nata povera in una famiglia disagiata. Perché questo sono io.»

(Tonya Harding)

Talento, dedizione e violenza

Quindi, nonostante la grande preparazione atletica, la dedizione e gli innumerevoli sforzi, Tonya non riesce a ottenere i trionfi che crede di meritare.

Quando poi, finalmente, arriverà il tanto agognato successo, esso si rivelerà essere null’altro che una nuvola di fumo, che la ragazza si vedrà sfuggire tra le dita, incapace anche solo di sfiorarla prima che perda consistenza, tramutandosi in un vuoto incolmabile.

Prima il dannato incidente capitato a una sua rivale, per il quale Tonya verrà ingiustamente (o giustamente?) incolpata, e poi il disastro alle Olimpiadi, decreteranno la fine della sua carriera. Il grande fallimento di Tonya, più che dai pregiudizi e dagli eventi, spesso infelici, che hanno accompagnato la sua vita, deriva essenzialmente dalla sua incapacità di essere un’atleta.

Perchè, in fondo, cos’è un atleta?

Basta saper praticare uno sport per potersi definire tali? Certo che no.
Senz’altro è necessario anche avere un dono, un talento che ci rende migliori, perlomeno, della maggior parte degli altri che nello stesso sport si cimentano.
Bene, Tonya aveva tutto questo, eppure tutto ciò non le è bastato.

Un atleta è tale perchè riesce a gestire la propria emotività e la tensione. Sono in molti a poter fare un’ottima prestazione solo per una volta, ma solo un campione può mantenere il proprio livello alto e costante nel tempo. Il vero atleta è una stella fissa, il talento fine a sé stesso, invece, rende solo meteore.

Ma Tonya, da questo punto di vista, non aveva speranze: cresciuta da una madre violenta, diventata adulta, dalla stessa violenza era rimasta assuefatta. Non le era stato insegnato a gestire la propria emotività, o la pressione della competizione. Anzi, la madre cercava di scatenare la sua collera, convinta che una Tonya arrabbiata fosse una pattinatrice migliore.
La ragazza sceglie Jeff come compagno perchè è la prima persona a mostrarle affetto: certo, lui la picchiava, ma anche la madre la picchiava, dunque entrambi, senz’altro, l’amavano.
Sillogismo perfetto.

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Margot Robbie interpreta Tonya Harding

La sconfitta della sportività

Ma come poteva una ragazza cresciuta così avere l’equilibrio e la disciplina necessari per essere un’atleta?
Non poteva, semplicemente non poteva.

Dopo i primi traguardi inizia una parabola discendente, culminata in quel dannato incidente, di cui Tonya non si capisce se sia più succube o artefice.
Questo perché, quando la sicurezza in sé stessi inizia a svanire, l’unico modo possibile per raggiungere un successo, che non si crede più di meritare, non può che essere quello di eliminare ogni possibile miglior concorrente.
E poco contano i mezzi realmente utilizzati, o la loro effettiva offensività. Che importa se alla rivale, invece che mandare una semplice lettera intimidatoria, qualcuno ha spaccato una rotula?
Nell’istante in cui Tonya ha pensato di non potercela fare da sola, ma di voler comunque riuscire a realizzare i suoi obbiettivi con ogni mezzo, la sportività ha perso. Tonya ha perso.

È la celebrazione dell’inenittudine: questo film ricorda costantemente quelle pagine di Italo Svevo che non ci erano troppo care ai tempi del liceo.
Tonya è fondamentalmente inadatta alla vita: incapace di gestire sé stessa, di adeguarsi alla realtà. Non riesce a godere a pieno dei bei momenti e di superare quelli brutti che, inevitabilmente, capitano a ognuno di noi.

Non può fare a meno di incolpare gli altri dei suoi insuccessi: quel «non è stata colpa mia» che continua a ripetere, incessantemente, nel corso di tutto il film, è al tempo stesso una dichiarazione di non colpevolezza e una resa senza condizioni.

La tenacia di Tonya è, infatti, solo superficiale: non ritenendosi responsabile dei propri fallimenti è anche incapace di porvi rimedio, e i suoi tentativi di riscossa e riscatto non partiranno mai da lei, ma verranno sempre dall’esterno, da chi, a differenza sua, continua a credere nel suo talento.

Una vita per il pattinaggio

Anche il suo stesso amore per il pattinaggio non si rivela poi una passione sana, autentica e disinteressata. La madre aveva scoperto quella sua inclinazione quando lei aveva quattro anni, e su di essa l’aveva spinta a concentrarsi per il resto dell’adolescenza, sino a rendere il pattinaggio inevitabile, assolutamente necessario.

A Tonya non era stato insegnato nient’altro, il suo intero universo si era condensato in quello sport, che era così divenuto l’unica strada che avrebbe mai potuto percorrere nella sua vita.
A quattro anni, quando ognuno di noi ha dinnanzi una miriade di strade, ciascuna delle quali ha infinite diramazioni, per Tonya ne esisteva solo una: il pattinaggio, per il resto della sua vita.

Ed è stato proprio questo a condannarla a un’inevitabile inettitudine, rendendola inadeguata tanto a vincere quanto a esistere: così come un amore, per essere sano, non deve nutrirsi del bisogno, ma trascendere la necessità bastando semplicemente a sé stesso, anche la passione per uno sport, per quanto intensa e travolgente essa possa essere, non deve mai sconfinare nella disperazione.

Perchè, alla fine, la vera tragedia di Tonya Harding è stata quella di aver avuto bisogno del pattinaggio ben più di quanto il pattinaggio abbia mai avuto bisogno di lei.

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