Il giovane Karl Marx – Lo spettro aleggia ancora

Sante Di Giannantonio

Aprile 20, 2018

Resta Aggiornato

Immaginatevi a Berlino nel 1989: la scena del delitto, viene meno la linea divisoria tra due mondi, sociali, politici, culturali ed economici, che avevano nella loro reciproca alterità attraversato il secolo breve. Resta sepolta sotto le macerie del muro la ‘fazione’ sconfitta, l’altera pars, la parte comunista, mentre va affermandosi così l’ideologia capitalistica .

Cade il modello di pensiero dettato a quattro mani da Marx e da Engels.
A due secoli dalla nascita del primo,a 170 anni dalla stesura del Manifesto e a quasi 30 anni dalla scena appena evocata, c’è ancora un sentimento che spinge a parlare di questo fantasma politico che aleggiava sopra l’Europa, ancora vivo in questo periodo di liberismo dominante, sotto le macerie di quel muro.

Si parla di ideologie morte, superate, inadatte, eppure nonostante l’attuale generazione si possa definire una integralmente capitalista, siamo ancora attratti da questo tema e dalla figura di Marx, forse perché non abbiamo memoria o immagini del dualismo storico, siamo assetati di curiosità sul come sarebbe potuto andare se sotto le macerie ci fosse stato il cadavere di un colore diverso dal rosso.

Va premesso, prima di tutto, che si deve evitare di cadere nel tranello “Marx uguale bolscevismo”: il giovane filosofo mostrato nella pellicola non può essere direttamente accostato ad un evento postumo la sua dipartita avvenuta nel 1883. La relazione che lega Marx alla Rivoluzione di Ottobre è indiretta e non possiamo conoscere la sua opinione sul governo scaturito in seguito e sui crimini di cui si è macchiato lo stesso.

Così come non possiamo legare direttamente Jean Jacques Rousseau alla Rivoluzione Francese o Adam Smith alla società liberista e liberale contemporanea. Possono tutti essere considerati ispiratori, ma sono tutti precedenti agli eventi citati, e ben sappiamo come il reale quando si propone è sempre divergente dalla teoria che professa di mettere in pratica. Il consiglio è avvicinarci al film neutri, ammirando uno spaccato della vita del pensatore.

La pellicola è incentrata sul rapporto fra Marx e Engels a partire dal loro primo incontro, nei primi anni ’40 dell’Ottocento, fino al momento in cui i due – allora rispettivamente ventinovenne e ventisettenne – terminano la stesura del Manifesto del Partito Comunista, nel 1848, e ne iniziano a promuovere la diffusione. Dobbiamo mettere da parte rappresentazioni più riconoscibili di Marx, l’uomo anziano dalla folta barba e lo sguardo sornione che ci ha consegnato Alexander Kluge in Marx/Eisenstein/Das Kapital o uno dei più celebri sketch dei Monty Python. Qui Marx e Engels sono giovani nel fiore degli anni che bruciano di vita, spinti da un odio mosso d’amore che li catapulterà senza timore dentro i focolai della rivolta.

Una illustrazione inedita sotto tanti punti di vista. Da Colonia, Marx (August Diehl) viene prudentemente mandato dal suo direttore-editore a Parigi, dove avrà modo di elaborare meglio il suo materialismo dialettico, che riprende quello idealista hegeliano per poi rovesciarlo.
A Parigi conoscerà Proudhonne (Olivier Gourmet), riformista da cui dissente ma che rispetta, l’anarchico russo Bakunin (Ivan Franek), e infine Friedrich Engels (Stefen Kronarske), il figlio di un industriale tessile di Manchester che è passato dalla parte degli operai. Con Marx è colpo di fulmine, in una scena notturna si allude perfino a un possibile sottotesto omoerotico. Si giunge quindi nel fatale 1848, anno che cambia i connotati dell’Europa e in cui Marx manda alle stampe il mitologico Manifesto del partito comunista.

Viene enfatizzata l’importanza, in quello che poi sarà il pensiero marxiano, della figura di Engels, che nella visione comune viene spesso messo in ombra dalla portata della filosofia del suo collega. Il contributo del giovane figlio “pentito” di un industriale sarà lo step decisivo che condurrà Marx, fino a quel momento un deluso hegeliano, ad occuparsi di temi più reali come l’economia e i diritti del proletariato. In un’intensa notte di scambio intellettuale e bevute, con la sua analisi della condizione operaia, giunge il suggerimento, rivoluzionario, di lasciare perdere i libri di metafisica e, se se la sentisse, di provare a dedicarsi all’economia: “Imparo in fretta”, risponde Marx, e qui nasce la scintilla che brillò nella mente del giovane Karl, quella di una filosofia che non si limita ad interpretare il mondo, ma lo trasformi in un posto migliore per tutti, soprattutto per coloro che vengono sfruttati dal sistema.

Ed ecco dunque lo snocciolarsi dello schematico percorso narrativo, che mai abusa di didascalismi e retorica superflua alla storia, ma mette in piedi una costruzione giornaliera, quella che creerà appunto un sentimento che si evolverà in idea, e come si è arrivato a strutturarlo in una vera e propria dottrina politica capace di aggregare i destini di interi continenti.

Si apprezza davvero il realismo dei personaggi. Il regista haitiano Raoul Peck sfrutta tutta la sua abilità di passato fotografo, usufruendo anche della sensibilità di un produttore, Robert Guédiguain, orgogliosamente comunista, per non cadere nello stile di un banale biopic agiografico in salsa tv.
Non ci mostra così solamente le dinamiche storiche, sociali, culturali e politiche della relazione fra i due pensatori, ma soprattutto la dimensione privata e umana del loro rapporto intellettuale. Si riesce a entrare con grande efficacia nell’ intimità della vita familiare di entrambi i protagonisti, mantenendo uno sguardo carico di rigore ma allo stesso tempo penetrante ed emotivo. Il tocco da metteur en scène di Peck è proprio porre la macchina da presa sul dettaglio e sui campi stretti, focalizzarsi sull’espressione dei personaggi, attaccarsi ai volti e ai corpi, quasi volesse estrapolarne non solamente il pensiero ma l’intero processo elaborativo.

Marx ed Engels, le loro mogli, gli amici, i colleghi e gli avversari sono come ritratti di una composizione pittorica. Nel calore di una fotografia leggermente sgranata, questi ritratti diventano raffigurazioni cariche di un realismo aspro che richiamano alla mente l’estetica di Gustave Courbet, citato in maniera esplicita nel film mentre nel suo atelier parigino esegue il celebre ritratto di Pierre-Joseph Proudhon. Un teatro di famiglia, con scenografie e costumi esatti ma non pomposi, che abolisce i toni stentorei e raccoglie spesso i suoi personaggi dai nomi altisonanti in ambienti domestici, intimi, assai privati. I grandi eventi della storia sono trattati ovviamente con l’imponenza che meritano, ma si resta lontani dalla retorica di un cinema militante, almeno fino al disgraziatissimo finale.

La fluidità del racconto arriverà a mostrare il passaggio dall’ecumenico “ Tutti gli uomini sono fratelli ” (motto della Lega dei Giusti) al celebre picco di un comizio di Engels, “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”.
Gli eventi sono sviluppati da Peck attraverso un crescendo mai enfatico che raggiunge una rivoluzione nell’epilogo, in cui il sistema di pensiero si baserà sulle classi e non su un generico riferimento agli esseri umani, aprendosi all’internazionalismo, evidenziato nel dalle tre lingue (tedesco, francese e inglese) che lottano per elevarsi a lingua franca europea. Questo plurilinguismo si coniuga una dialettica unica, tra il forbito tedesco di Jenny, la moglie aristocratica e libertaria di Marx, e lo slang irlandese di Mary Burns, l’irriverente e spiritosa compagna di vita di Engels.

Non si può spiegare l’evoluzione del pensiero marxiano e la sua filosofia in un film di due ore, ci sono persone che non l’hanno compresa in cento anni, non è questa l’intenzione del film, né la pellicola nasce con l’obiettivo di rappresentare le tesi dei tedeschi come primo stadio di una impostazione governativa di stampo comunista.
L’opera di Peck, e dunque il messaggio di Peck stesso, è tramandare la sensazione di come la storia non fosse lì ad aspettare l’incontro tra Marx ed Engels.
La pellicola non vuole mostrare l’impeto teorico dei due e come questo avesse l’afflato della predestinazione. Vengono sviscerate le sofferenze fisiche e psicologiche dello studio e dello scontro con la struttura teorica dei pensatori e dei tempi con cui i due si confrontano. Vengono umanizzati, scalzati dal piedistallo sul quale l’immaginario collettivo pone tutti i filosofi.

Quando si pensa a Platone, Aristotele, Hegel, Kant questi vengono figurati come una sorta di semidei superiori agli uomini che scendono a mescolarsi tra loro solo per diffondere la propria interpretazione del mondo, sono secondari alla portata della loro filosofia e per questo spersonalizzati.
Peck non desidera questo destino per Marx e Engels, la portata della loro filosofia, che tanto ha inciso sul secolo appena trascorso, non è frutto solo del loro genio, ma anche della storia, personale e dell’epoca. Il mostrarli umani non solo serve a renderli più fruibili, ma anche più amabili, quasi eroici. Non dunque come spettri che aleggiano sull’Europa ma idoli che, qualora si rendesse necessario, possano indicare principi forse, dato che ne stiamo ancora parlando, non del tutto sconfitti dalla storia.

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