Shakespeare: il bardo, il poeta, lo sceneggiatore

Enrico Sciacovelli

Aprile 22, 2018

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Osservare la storia della cultura, della letteratura e dell’umanità in generale significa andare a cercare degli eventi che vanno a creare degli innegabili spartiacque nel flusso del tempo, singoli momenti che cambiano radicalmente il modo in cui percepiamo il mondo e la nostra percezione di esso.

Possiamo citare guerre, incoronazioni, scoperte sensazionali… ma oggi, 23 Aprile, ricorre l’anniversario di uno di questi giorni: la nascita e morte di William Shakespeare, uno degli autori più importanti dell’intero panorama artistico dell’umanità.

Spiegare chi Shakespeare sia sarebbe inutile: sin dalla scuola elementare ci viene insegnata la magnitudine della presenza storica del Bardo, attraverso le sue opere teatrali, i suoi sonetti, le sue innovazioni per entrambe le forme d’arte e l’universalità dei suoi temi.
Tutto ciò che poteva essere estratto dalla sua bibliografia è già stato estratto, dopo secoli e secoli di studio da parte di letterati, filosofi e critici, capaci di trovare sempre un nuovo modo in cui poter interpretare e assaporare Shakespeare.
Dopotutto, c’è un motivo se la citazione di uno dei suoi migliori amici, Ben Jonson, nella prefazione del Primo Folio, è diventata simbolica tanto quanto le parole dell’autore a cui era dedicata.

Non era di un’era, ma per tutti i tempi!

In quanto tale, Shakespeare è morto solo fisicamente, e ha in realtà continuato a lavorare per anni, attraverso le penne, le voci, e si, le cineprese di altri magnifici autori.
Una grande parte del lavoro dei critici letterari che hanno studiato l’evolversi di Shakespeare nella percezione popolare è lo scisma tra l’anima orale del teatro e la genialità della prosa e della struttura dei suoi testi, e la posizione privilegiata del cinema, come forma d’arte che mescola teatro, letteratura e fotografia in una singola entità, ha portato all’associazione dell’autore inglese con la giovane Settima Arte sin dalla sua infanzia, o più precisamente, dal 1912, quando fu girato il primo lungometraggio Shakespeariano, il Riccardo III di Calmettes e Keane.

Prevedibilmente, la storia di questi adattamenti cinematografici è lunga, tortuosa e ricca di deviazioni: facendo una veloce ricerca su IMDB.com, si possono annoverare oltre 1300 film che menzionano Shakespeare nei loro titoli di testa, rendendo il Bardo, ufficiosamente, il più prolifico sceneggiatore del mondo, nonostante la sua morte. Una mole simile di lavori comporta una moltitudine di diverse interpretazioni, le quali fanno leva su quasi infinite variabili e possibilità: tempo, spazio, correnti politiche, filosofiche, musicali, colonialismo, razzismo, integrazione ed esclusione sociale; tutti questi sono fattori che possono permettere una diversa interpretazione di Shakespeare e dei suoi lavori, rendendo quindi assurda l’idea che un giorno non ci sarà una nuova interpretazione di una sua opera, semplicemente parlando da un punto di vista matematico e statistico.

E l’influenza di Shakespeare sul cinema non si ferma neanche alle sue dirette trasposizioni: quante volte Shakespeare viene citato da un antagonista per sottolinearne l’intelligenza ma anche la mancanza di scrupoli?
O quante volte l’amore che nasce tra due personaggi cerca un paragone con Romeo e Giulietta?
A questo punto, le parole del Bardo sono talmente ben note e universali che il loro significato può essere preso in prestito da uno sceneggiatore per arricchire il valore dell’opera originale, e spiegare il contesto della scena attraverso una scorciatoia culturale.
Per esempio, se uno spettatore guardasse per la prima volta Star Trek VI – Rotta verso l’ignoto, senza sapere il contesto della Federazione, dell’Impero Klingon e dei loro scontri, potrebbe comunque capirne la dinamica attraverso una scena chiave, dove Shakespeare stesso viene usato come strumento narrativo.

A un banchetto proposto per una tregua tra la Federazione e l’impero, il cancelliere Klingon cita Amleto, Atto III, Scena I: “La terra inesplorata”, un possibile pacifico futuro.
Nel momento in cui viene riconosciuta la citazione dal pacato signor Spock, la natura bellica dei Klingon del cancelliere lo porta ad affermare comunque una presunta superiorità, anche culturale, sopra alla Federazione, sostenendo la propaganda della razza aliena che Shakespeare sia in realtà originario di Qo’noS, e che Amleto fosse stato originariamente scritto nella loro lingua.
Segue quindi l’uso delle parole di Shakespeare stesso, nella lingua del popolo alieno.

“taH pagh taHbe'” – Essere o non essere.

Il valore che ottiene così questa citazione è quello di simbolo di tentato colonialismo culturale, andando a stabilire un dominio non politico, ma intelletuale e ideologico. Guerra psicologica, guidata dalla contesa per le parole del miglior drammaturgo del mondo.

Perchè vogliamo che Shakespeare sia sempre nostro.
Vogliamo che sia italiano, americano, giapponese, klingon.
Vogliamo che sia marxista, femminista, tirannico, anti-colonialista.
Vogliamo che sia un teenager, che sia un vecchio, che sia ambizioso, che sia pio, che sia capace di riflettere gli infiniti frammenti dell’animo umano, semplicemente perchè nessun altro autore può essere così versatile.
La buona notizia è che tutto questo è possibile. Shakespeare è nostro ormai, scorre nelle vene della nostra cultura, e così scorre come pellicola d’argento nei nostri proiettori.
Questa settimana è pensata per celebrare il nostro, e il vostro, Shakespeare, attraverso la nostra, e la vostra, Settima Arte.

 

 

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