Quando il Bif&st risveglia quella Volontà Silenziosa

Andrea Vailati

Aprile 21, 2018

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Bari è un città alquanto sospesa. Da un lato la potenzialità data dall’essere capoluogo di una delle regioni più in espansione d’Italia, dall’altro la difficoltà nell’essere al passo con i tempi, forse un po’ scoraggiata in se stessa, forse non ancora pronta a dirsi metropoli del mondo globalizzato.

I giovani spesso migrano verso lidi più soleggiati, non davvero spronati all’idea di potersi costruire un futuro esplosivo nel luogo dove furono bambini. Eppure, ogni volta ritornano, incantati dalla poesia di luogo che sa, forse senza neppure rendersene conto, rilasciare attimi di grande bellezza: un mare onnipresente che sempre ha da dire la sua, una cultura eno-gastronomica invidiata da ogni dove, una tradizione fatta di empatia e voglia di condividere.

Ma allora perché non basta, perché Bari non può rivendicare il suo diritto a dire qualcosa a questo mondo? 

Forse dipende dalle sue contraddizioni, dalla voglia di fare e creare che spesso non si esplicita del tutto, rimanendo ferma ad aspettare, senza davvero comprendere che solo lei stessa potrebbe sbloccare tale attesa.

Così rimane nel suo limbo, potenzialità inespressa, giovani che la amano ma vi fuggono, mentre chi vi rimane, forse, in un certo senso, accetta questo status.

Ma ecco che poi il paradosso si ripropone: ecco sopraggiungere l’incredibile sindrome del Bif&st. Questo festival inizia la sua undicesima edizione, sempre più ricca di possibilità che mai si sarebbero potute prevedere, sempre più capace di avvolgere la sua città in una patina di contemplazione del bello, del poetico cinematografico, rivendicando quella silenziosa volontà dei baresi.

Perché questo ci è mostrato, il fatto che non si tratti di un popolo che non sappia osservare o interessarsi, ma tutto il contrario. E’ un popolo che, dentro di sé, è sempre pronto a rincorrere qualcosa di più del passivo quotidiano a cui si abitua, rivendicando una consapevolezza di cui, forse, non si è mai saputo pienamente appropriare: quella consapevolezza che la cultura è l’unica arma contro un mondo che si rincorre senza più osservarsi, dimenticandosi la necessità di fermarsi a riflettere, di essere attivo e dinamico rispetto alla fretta glaciale che subliminalmente lo avvolge.

Ed ecco che quei distratti viandanti che spesso noi giovani condanniamo, accusandoli di non darci una città viva, in vero sono schierati sulla linea di partenza, pronti a correre per poter accedere alle splendide e diversificate iniziative di questo festival.

Forse c’è chi lo fa per moda, chi per status, e chi vi rinuncia proprio perché critica la non consapevolezza con cui molti si approdano a questa realtà: ma qui io vi dico che non è il giudizio che porta cultura, ma la curiosità. Dunque che sia anche vero che i moventi possano variare per valore, ma ognuno di essi, consciamente o no, permette alla macchina del cinema di ingranare marce, amplificandone di anno in anno la portata, portandoci in un paese delle meraviglie che Bari spesso preferisce dimenticare.

E quella volontà silenziosa, di approcciarsi alle cose più fragili ed eteree, non fatte di materia ma dell’arte di raccontare l’uomo e le sue storie, torna a sussurrare la sua voglia di avere spazio in questo luogo sul tacco del più bel stivale: così che, anche per un istante che duri una settimana, nonni genitori e bambini si nutrano di cinema e poesia, nei luoghi della cultura, all’insegna della curiosità.

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