
Pochi ad Hollywood amano il processo dietro la stesura di una sceneggiatura come Aaron Sorkin. Non si tratta certo di una novità, ma in Molly’s Game, suo esordio alla regia, diventa ancora più evidente. Lo sceneggiatore e ora regista americano, si sente libero di sfogare tutto il suo talento nella nobile arte del dialogo. Il vincitore dell’Oscar per The social network ancora una volta prende in mano una biografia, la reinterpreta, la taglia e la ricuce in modo da farla sua, mescolando la realtà a qualche licenza artistica e aggiungendo alla storia eventi accaduti dopo l’uscita del libro da cui è tratto il film.
Questa volta la materia prima è l’omonima autobiografia scritta da Molly Bloom (Jessica Chastain), ex promessa del mondo degli sci, trasformata in regina del poker clandestino di Los Angeles prima e di New York poi, con partite che vedevano come protagonisti industriali, sportivi e stelle di Hollywood.
Quella che Sorkin racconta è la degenerazione dell’idea del sogno americano.
Si tratta di un filone che segna una certa continuità nei lavori dello sceneggiatore di New York, trattato già attraverso personaggi ben più noti come Mark Zuckerberg e Steve Jobs. Il sogno americano raccontato diventa così una maschera che copre della pura e semplice ingordigia.

Molly incarna questa idea nel bene e nel male. Nella prima parte del film è difficile non considerarla come un personaggio positivo. Riesce a mettere su un giro estremamente redditizio senza uscire dai limiti della legalità. Lavora letteralmente giorno e notte. Conta solamente su se stessa e mette sotto scacco uomini ben più ricchi, famosi e potenti di lei. E’ una donna che riesce a farsi strada in un modo che dire dominato dagli uomini sarebbe un eufemismo, facendolo solo per meriti propri. E lo spettatore si diverte a vedere tutto questo.
Molly Bloom è saldamente al comando della situazione, ma rapidamente, appena le cose cominciano ad andare male, ci rendiamo conto di come tutto ciò fosse un puro e semplice castello di carte. La regina del poker perde il controllo, sconfina nell’illegalità, si caccia in situazioni ben oltre le sue capacità e lo fa semplicemente perché non vuole e non riesce ad uscire dal gioco, esattamente come i giocatori che lei pensava di avere sotto scacco.

Il film di Sorkin si può descrivere in una sola parola: dialogico. Molly non smette mai di parlare, quando non si rapporta con altri personaggi sullo schermo, racconta la sua storia attraverso dei voice-over che sono degli autentici fiumi in piena dal primo momento della pellicola. E’ un continuo flashback e flashforward, che si svolge su tre piani: la vita prima del poker, le vicende sulla scena californiana e newyorchese, la causa in atto.
In ognuno di questi tre piani troviamo un personaggio chiave con cui Molly si rapporta ed entra in conflitto. Questi tre personaggi, nettamente i più curati al di fuori della protagonista, hanno una caratteristica comune: tutti e tre riescono ad essere sempre un passo avanti alla donna.
Il primo è quello del padre (Kevin Costner), presenza costante nella vita della figlia e nel film. Pur essendo presente in relativamente pochi minuti di pellicola, la sua influenza sulle azioni della donna è onnipresente, attraverso gli strascichi di un’adolescenza complicata.
Come secondo personaggio chiave troviamo il cosiddetto Player X (Michael Cera). E’ uno dei giocatori fissi al tavolo da gioco, il più bravo, capace di manipolare e distruggere tutti coloro che si mettono sulla sua strada. Più per una sorta di sadismo che per reale competitività.
L’ultimo è l’avvocato Charlie Jeffrey (Idris Elba). L’alchimia tra l’attore britannico e la Chastain è evidente da subito e l’avvocato è l’unico personaggio che riesce realmente a stare dietro alla donna nel suo fiume di parole. I due orchestrano dialoghi caratterizzati continui botta e risposta a velocità e capacità oratoria decisamente difficili da trovare nel mondo reale. Vedere due attori di questo livello, estremamente in parte, scambiarsi battute così abilmente articolate non può che essere un piacere per qualsiasi appassionato di cinema.

Nonostante la consueta cura maniacale per la scrittura dei dialoghi e dei personaggi, il film non è esente difetti. Per Aaron Sorkin è la prima esperienza da regista e a tratti si vede. Spesso gli manca ancora quella capacità di illustrare con una singola inquadratura, in maniera ancora più efficace, quello che riesce a dire con tre o quattro frasi.
Il risultato complessivo è però sicuramente di buon livello, con un film che riesce bene a reggere le due ore e venti di durata e raccontare vita e miracoli di uno dei personaggi più controversi e interessanti visti in un biopic negli ultimi anni. Una storia puramente americana, sagace e disillusa, nei confronti del sogno a stelle e strisce.




