LORO 1 – Quando la realtà mette sotto scacco la poesia

Francesca Casciaro

Maggio 4, 2018

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Non è il solito Sorrentino: questo va detto subito.
Ma non il solito non è necessariamente sinonimo di negativo.

Come ormai d’abitudine, dopo l’uscita dell’ultima fatica del regista si sono levate alte le critiche, ma stavolta i “troppo volgare” e i “troppo trash” si sono sostituiti ai consueti “troppo pretenzioso” e “troppo pesante”.
Tralasciando quella che è la tendenza umana (e non esclusivamente, quindi, italiana) a sminuire il lavoro di chi è riuscito ad arrivare al successo, si rende necessaria una premessa:

  • Coloro i quali, dei precedenti film di Sorrentino, non hanno apprezzato l’eccessiva imponenza, probabilmente (e dico probabilmente, perché non si sa mai), resteranno piacevolmente sorpresi dalla visione di LORO 1.
  • Al contrario, chi ha conosciuto e amato proprio quella sua caratteristica poetica, dalla visione di questo film, o perlomeno della sua prima metà, resterà alquanto interdetto.

Eppure, anche per coloro che fanno parte di questa seconda categoria, come ho detto precedentemente diverso non presuppone un peggioramento ma, al contrario, il cambiamento stilistico può essere considerato manifestazione di una duttilità che, in campo artistico, è un grande pregio.

Sprazzi del vecchio Sorrentino affiorano comunque, nel corso dell’intera pellicola, che appare certo più leggera delle precedenti, ma non è del tutto estranea da quella solennità e maestosità che erano e sono la vera firma dell’estro del regista.
E, di certo, non manca nemmeno l’estetismo estremo che, tuttavia, appare qui in una sua versione inedita, più nuda e cruda e meno contemplativa, quasi recasse con sé un messaggio di disvalore piuttosto che di valore.

Ma ora, andando al film, chi sono Loro?

Loro “sono quelli che contano”, come dice Sergio Morra, co-protagonista di questa prima puntata di quella che si annuncia essere una duologia.

Il protagonista è Lui.
Lui è Lui, c’è poco da dire, tutti sanno che è Silvio.

Si respira aria pesante fin dal principio, perché tutto è volutamente in eccesso e smodato, sotto la cifra espressiva della caricatura, modalità narrativa che enfatizza qui il grossolano e il volgare, vero file rouge descrittivo della pellicola, che mira a rappresentare un mondo perso, ignorante e senza valori, indecente e classista, in cui c’è chi sta in alto e chi dal basso aspira a emergere, per conquistare le vette di quello che appare un vuoto assoluto.

Un mondo dove ci sono sfarzo e lusso, ma non sentimento e vere relazioni umane: i rapporti sessuali si consumano, quando si consumano, goffamente, in pochi imbarazzanti e insoddisfacenti secondi.
E’ disorientamento quello che prova lo spettatore che, nel disgusto e nello stato di abiezione che fa da sfondo alla vita di Sergio e di Silvio, si chiede se c’è qualcuno che si salvi in questo mondo marcio, ma, pur cercandolo, non riesce a trovarlo.

L’esordio del film vede una pecora che, smarrendosi nel parco, raggiunge l’ingresso della maestosa villa in Costa Smeralda di Lui, ma l’aria condizionata le nuoce mortalmente perché il timer è fissato su temperature troppo rigide e l’animale, semplice e impreparato allo sbalzo termico, resta impietrito sull’uscio belando disperatamente, fino a stramazzare al suolo.
È come preconizzare il rischio di un contatto ferale con una realtà diversa dalla nostra, e ferocemente malsana, che annienta ciò che ha vita, senza pietà.

Ma gli animali, emblema della follia generale e dello smarrimento di identità e di valori, sono presenti anche in altre scene del film, e sono quelle più di tutte a ricordarci quell’impronta stilistica quasi surrealista, tipica di quel Salvador Dalí della cinepresa che è il nostro Sorrentino, ma che, nel resto della pellicola, pare essersi persa.

E’ possibile che, magari, anche il regista, nel trasporre quelle vicende di triste cronaca scandalistica, si sia perso?
Come conciliare d’altronde la volgarità e il grottesco con la sua caratteristica, solenne, poetica?
Ed ecco che gli animali, barlume di umanità in un mondo animale, divengono il perfetto espediente, l’unico possibile, per mostrare l’insania di un universo malato, nel quale i valori sono sovvertiti e i vizi prendono inevitabilmente il posto delle virtù.

Osserviamo così  un rinoceronte che “barrisce”, come si giustifica una delle collaboratrici di Lui, perché “il verso del rinoceronte non ha nome”, vagando impazzito e senza meta per la città e, poco dopo, scorgiamo un enorme ratto, o forse dovremmo dire (interpretando sempre l’evidente simbolismo) una zoccola, che, attraversando improvvisamente la carreggiata, fa uscire di strada e ribaltare un camion della spazzatura con esplosione di rifiuti d’ogni genere nel cielo; rifiuti che si trasformano poi, con abile trasposizione di spazi e di tempi operata da Sorrentino, in pasticche allucinogene che piovono sulla piscina della villa in Sardegna dell’ambizioso Morra, il quale ultimo aspira, con l’aiuto di ragazze disinvolte e, come egli dice, <<con il cuore di Troia>>, ad attirare l’attenzione dell’irraggiungibile Lui.

Ed è proprio Morra, che smania per emergere, che scalpita e sgomita, che fotte (in termini metaforici e reali) e si mette continuamente <<a pecora>>, l’uomo in grado di interagire con Silvio parlandone lo stesso linguaggio della volgarità e della menzogna.
Entrambi -Morra e Silvio- godono di una simpatia naturale che a sua volta diventa strumento per travestirsi e camuffarsi, perché la verità –dirà Silvio, nel giardino della villa, dopo aver calpestato un escremento che si trasforma, nell’ammaestramento del nipote, in un sassolino di terra- non conta mai, ciò che conta è la capacità di persuadere l’interlocutore, di instillare un dubbio e di comunicare, con convinzione ed efficacia, il proprio inconfessabile messaggio.

LORO 1 appare un opera monca, incompleta. Per poter dare un definitivo giudizio non si potrà che attendere l’uscita della seconda parte.
Tuttavia, dalle premesse che sono state poste, l’unica cosa che mi sento di aggiungere è: “Vediamo come va a finire!”

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