Wonderstruck – la vita è la nostra stanza delle meraviglie

Carmine Esposito

Giugno 18, 2018

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Wonderstruck – la vita è la nostra stanza delle meraviglie

«Una storia può essere nuova eppure raccontare di tempi immemorabili. Il passato nasce con lei».

(Michael Ende, La Storia Infinita)

Un bambino impaurito e una tempesta che lo costringe a restare chiuso in una stanza abbandonata, al buio, in compagnia solo di un libro magico. Una fictio scenis vecchia come il cucco, usata (e spesso abusata) molto spesso nella letteratura scritta o per immagini, ma che funziona sempre.

Ben ha appena perso sua madre, vittima di un incidente stradale, quando scopre questo libro nascosto nella casa oramai abbandonata in cui vivevano: Wonderstruck, cabinets of wonder. Aprendo il libro, il protagonista si trova catapultato nell’avventura e trascinato suo malgrado in un mondo nuovo.

wonderstruck

Nascosto tra le pagine trova il biglietto per un viaggio reale e immaginario: il segnalibro di una libreria di New York con la dedica di quello che crede essere suo padre, mentre un fulmine di lì a poco gli porterà via l’udito.

Di parallelo in parallelo, come nel già citato film di Petersen, il libro è anche un medium per mettere in connessione due esistenze, due mondi. Non travalicando le frontiere della fantasia, stavolta, ma attraverso le barriere del tempo, Ben si trova a calcare le orme di una ragazzina che ha intrapreso un viaggio simile al suo molti anni prima, attraverso un mondo ovattato alla ricerca di se stessi.

Il leitmotiv di Wonderstruck è l’incomunicabilità.

I protagonisti hanno entrambi perso l’udito, anche se per cause diverse, ma limitare il disagio di entrambi alla sola sordità è riduttivo. Non sentire, non riuscire a comunicare con la voce, è solo l’estremizzazione fisica di una difficoltà invalicabile nella comunicazione, evidente nello straniamento che sia Ben sia Rose provano a contatto con chi li circonda.

Nonostante le due vicende si svolgano in tempi ben lontani dal presente, il tema resta più che mai attuale: ammanettati a messaggini, acronimi, faccine e meme si è smarrito il valore dell’interazione diretta nel comunicare con gli altri, in favore di mezzi più asettici per parlare.

Alla stessa maniera dei protagonisti, dal 1927 al 2017 passando per il 1977, si scrive su taccuini elettronici per dire qualcosa, dimenticando che una voce può dire molto di più delle sole parole. Se è vero che “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, sembra quasi che nel film gli unici capaci di sentire veramente siano i due protagonisti.

wonderstruck

Ben e Rose condividono, quindi, anche questa barriera materiale che li divide dal mondo. Anche se non vuoti di parole, si rendono conto di non avere nessuno intorno interessato ad ascoltarle.

Orfano di madre e senza un padre, Ben si ritrova in una famiglia non sua che lo alimenta di affetto riflesso, accudendolo solo per amore verso sua madre. Rose, d’altro canto, abbandonata dalla madre, convive con un padre che mal sopporta il suo attaccamento a quella donna che è andata via, e che non perde occasione per rimproverare la sua esuberanza.

Sembra quasi di essere chiusi in una stanza con i materassi alle pareti: i suoni sono ovattati se non del tutto assenti. Invece ogni frase o rimostranza o idea viene bollata come senza senso. Da un’epoca all’altra, entrambi sono bimbi sperduti senza presente in cerca di un’identità che gli disegni un futuro. Entrambi interrogano il loro passato tra le stanze di un museo, in una barchetta di carta o nei lupi di un quadro, alla ricerca della propria individualità.

Il viaggio diventa allora un modo per cercare una madre o un padre, ma soprattutto una strada per trovare se stessi. Tornare alle proprie origini per ritrovare una bussola, raccogliere tanti piccoli tasselli e si rimane così wonderstruck: la stanza delle meraviglie, un museo della propria vita e della propria storia, pietra angolare su cui costruire un futuro.

wonderstruck

Questo è un film pregno di idee e spunti interessanti, tremendamente attuale nel parlare di incomunicabilità e crisi identitaria. É intelligente nel simbolismo sulla sordità, ma povero di pathos e incapace di creare un vero crescendo fino alla spannung del wonderstruck.

Il dipanarsi delle vicende, inizialmente fumoso e leggermente sconnesso, diventa man mano sempre più sinergico fino all’incontro sul finale. Ma manca tuttavia un momento di vera rottura che determini il distacco di entrambi dal passato, per approdare a quel presente tanto cercato, tanto voluto e finalmente trovato in quel loro museo personale.

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