The Elephant Man – L’eterna lotta tra esteriorità ed interiorità

Maura D'Amato

Settembre 19, 2018

Resta Aggiornato

The Elephant Man narra la vera storia di Joseph Merrick  (nel film erroneamente chiamato “John”), vissuto negli ultimi decenni del 1800 e affetto da sindrome di Proteo. Patologia molto rara che causa una crescita incontrollata di pelle, ossa e tessuti, nonché tumori su buona parte della superficie corporea. Totalmente sconosciuta in quell’epoca.

La pellicola, diretta da David Lynch nel 1980, ha ricevuto 8 candidature agli oscar, non vincendone indecentemente nemmeno uno.

Ci troviamo per le strade di una Londra vittoriana, il medico Frederick Treves si imbatte in uno spettacolo ambulante di freaks, ovvero di fenomeni da baraccone. La sua attenzione viene attirata da uno di questi in particolare, conosciuto come il terribile “uomo elefante”. L’arrivo della polizia costringe il dottore e il resto degli astanti ad andarsene, impedendo di vedere da vicino il soggetto di maggiore interesse. Il giorno dopo Treves si reca nuovamente sul luogo con lo scopo di poter riuscire a vedere l’uomo elefante. Quello che vede è turbante, ma nonostante ciò, decide di aiutare l’uomo riuscendo a strapparlo dalle grinfie di Bytes, il suo proprietario, portandolo così al Royal London Hospital per curarlo.

Tra i due si instaura un rapporto che va ben oltre quello di medico e paziente; entrambi si scambieranno vicendevolmente pezzi di vita ed umanità, un rapporto di affetto e amicizia che si protrarrà fino al, purtroppo, drammatico epilogo.

Chi siamo di fronte a John Merrick?

Il tema su cui si snoda la vicenda è il tema della diversità. Diversità nell’aspetto del povero Merrick, purtroppo deforme, ma capace anch’egli di provare sentimenti. Ama ricevere ospiti, la letteratura e il teatro. Si dimostra avere una cultura e di avere un grande cuore. Lo stesso grande cuore che rivelerà di avere Treves nei confronti di John, così come altre persone faranno lo stesso.

Ma non tutti sono identici perché c’è chi prova un sadico gusto fine al proprio divertimento nel ridicolizzare e volgarizzare l’aspetto del protagonista, terribile la sequenza in cui il pover’uomo viene assalito, fatto bere e fatto baciare a forza da una prostituta ferendone quasi definitivamente i propri sentimenti.  C’è poi chi  lo sfrutta, per diventare affarista come il suo proprietario, il quale lo mette in mostra come se fosse un animale da circo, dimenticandosi che l’essere che ha di fronte a se stesso è un essere umano.

“Io non sono un animale, io sono un essere umano! Io sono un uomo!!”

La frase che più ci sconvolge, la frase che ci porta ad affezionarci al protagonista. Lynch porta sullo schermo un personaggio messo a nudo, che mostra tutte le sue deformità, ce lo mette sotto gli occhi forzatamente, per farcelo accettare in tutta la sua natura.

Nascono qui le prime contrapposizioni; lo spettatore sceglie se provare pietà per il povero uomo elefante oppure non provarne affatto, mettendolo quindi al livello degli altri esseri umani come una sorta di uguaglianza.  Analogamente, lo spettatore decide in che ruolo collocare il dottor Treves che avrà modo di conoscere un affetto del tutto diverso: esempio di altruismo e senso del dovere verso i più deboli oppure fame di stima ed apprezzamenti fra i colleghi medici?  Di elevato spessore è anche la contrapposizione tra popolo e alta borghesia, che  è condotta evidenziandone sempre una differenza sostanziale nelle forme e una significativa somiglianza nei contenuti, a cui fanno eccezione, da una parte e dall’altra, le persone che hanno davvero voluto bene a John Merrick, che appartengono sì per lo più all’alta borghesia, ma anche al popolo (il bambino e i freaks che lo aiutano a scappare).

Il dubbio che tra la strada e l’ospedale non ci sia nessuna differenza è la domanda costante del dottor Treves. La risposta la dà John Merrick quando confida di sentirsi amato. Da allora quella domanda non sarà più formulata, perché ancora una volta è l’amore che pone i confini dell’umano.

Io sono felice ogni ora del giorno, amico mio… Anche se dovessi sapere di morire domani… La mia vita è bella, perché so di essere amato… lo sono fortunato.

Fortunatamente infatti, c’è sempre qualcuno che va ben oltre l’aspetto esteriore ed estetico. Il messaggio che The Elephant Man manda allo spettatore è quello di non giudicare dalle apparenze e dalla propria diversità, perché, a volte, si rivela essere un mostro l’uomo comune piuttosto di chi viene etichettato “mostro” per via del suo aspetto.

Oltre la morale cosa c’è?

A dare un tocco in più, c’è la firma del regista. Il film si apre e si chiude sul primo piano di un paio di occhi: sono gli occhi della madre di John Merrick. Ciò introduce un nuovo elemento nello stile di Lynch, quello dello sguardo, che sarà poi ulteriormente ampliato e studiato in Velluto Blu.

Dal punto di vista tecnico, il lungometraggio è girato in maniera impeccabile: David Lynch si dimostra subito un maestro della cinepresa, tempi molto lunghi e lenti ma che danno un senso di maestoso al film. Ottima scelta della suggestiva e morbida fotografia in bianco e nero, che da al film un tocco di “gotico”, di una Londra fuligginosa e industriale. Bellissima la colonna sonora. Ancora meglio sono gli attori: Anthony Hopkins, assolutamente perfetto, straordinario attore, e lo stesso vale anche per John Hurt, che con questo film fu nominato all’Oscar per Miglior Attore Protagonista. Trucco eccezionale, ricordando anche che ci troviamo nel 1980 e altrettanto splendida è la sceneggiatura, che non presenta nemmeno un punto morto: tutto scorre alla perfezione, non annoia e non cade nel banale.

Film sull’ esteriorità e l’interiorità, la crudeltà e la benevolenza, la vergogna e la dignità. Un film per meditare sulla natura umana, sulle sue aberrazioni e mostruosità (interiori e non esteriori) e sui buoni sentimenti. Un saggio sulla diversità umana, la tolleranza e la conoscenza di quei “mostri” che sono gli altri. Non si può rimanere indifferenti  davanti a un uomo che cerca disperatamente una vita normale nonostante le sue deformità. Un film che oltre alla solita morale della bellezza interiore e della crudeltà umana, ben superiore all’aspetto mostruoso e raccapricciante di Jhon, ci mette dinanzi ad un inno alla vita.  Un ciclo d’eterno ritorno nietzschiano delle cose, dove il significato di cosa sia un uomo non viene rimosso neanche nella più penosa delle circostanze, l’amore per il genere UOMO.

In fondo tutti noi ci sentiamo un po’ Jhon Merrick a volte: abbandonati e soli nella nostra diversità. Però più siamo diversi e più siamo unici. Più siamo amati per la nostra diversità e più siamo fortunati…e allora ecco che tutto si ribalta e l’uomo elefante diventa l’uomo MENO elefante e PIU’ uomo che ci sia.

 

Leggi Anche: Twin Peaks – David Lynch è un Punk Visionario.

Correlati
Share This