Twin Peaks – David Lynch è un Punk Visionario

Giovanni Pascali

Novembre 7, 2017

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Quando ho capito che sarebbe toccato a me parlarvi di Twin Peaks ho provato sensazioni contrastanti. Da un lato sento forte la responsabilità di introdurre a un neofita quella che ritengo una pietra miliare della storia della televisione, dall’altro sento inevitabile il confronto con i grandi critici che mi hanno preceduto, uno su tutti il grande David Foster Wallace, a sua volta grande fan di Lynch, che ha ampliamente trattato il linguaggio lynchiano (coniando anche il termine per la prima volta) nel saggio David Lynch Keeps His Head nel lontano 1996.

Approfitto proprio della “debolezza” di questo saggio – ovvero essere antecedente all’uscita della terza stagione – per poter fare un’analisi diversa, basata esclusivamente su Twin Peaks, per approfondire il titolo senza addentrarmi nei temi della sua filmografia, o quasi.

David Lynch è un autore punk e visionario.

 1. Perché David Lynch è un Punk? Analisi storico-artistica

La definizione di punk, molto distante nel 2017 dall’immaginario collettivo delle creste lucide e delle borchie scintillanti su pelle nera degli anni Novanta, comprende praticamente chiunque vada contro il ”sistema”. È la definizione data da un’attivista delle Pussy Riot in una recente intervista che ho visto da qualche parte sul web. Questa cosa mi è rimbombata in mente, la definizione era più complessa, ma si sposa perfettamente con quello che penso di Twin Peaks.

Oggi nell’entertainment il sistema è il pubblico, il pubblico fa i palinsesti. Molto più di prima gli incassi si misurano con le reazioni sui social network, le visualizzazioni dei trailer su Youtube vengono usate per le ricerche di mercato e persino nel micro mondo di un blog di cinema i trending topic di Google decidono gli argomenti da trattare.

Essere punk nel 2017, nelle arti visive in particolare, significa non dare importanza al pubblico, significa lasciare lo spettatore chiuso in un armadio a muro a scorgere la scena dai fasci di luce delle strette feritoie semichiuse, senza spiegargli niente e facendogli confondere (anche hitchcockianamente) il proprioruolo di investigatore – il risolutore di misteri intrinseco nel ruolo dello spettatore nel noir moderno – con quello di voyeur. Significa fare l’opposto di quello che è stato fatto nella settima stagione del Trono di Spade.

Twin Peaks
Una scena di “Twin Peaks”

Twin Peaks è un paesino tra le montagne dello stato di Washington vicino al confine con il Canada. Sembra un posto amorevole e accogliente, il paradiso del detective Cooper, agente dell’FBI in città per indagare sulla morte di una studentessa del liceo locale.

La trama in Twin Peaks è secondaria. Sicuramente la principale prerogativa di Lynch è creare l’atmosfera e non l’azione; questa non è mai fine a se stessa, ma riguarda sempre i personaggi e il loro sviluppo.

I personaggi sono la chiave di Twin Peaks. Ci sono decine e decine di storie di amore, amicizia e violenza in un groviglio di sensazioni contrastanti che vanno dallo straniamento, dalla totale alienazione a una sincera ed empatica emozione nel susseguirsi degli avvenimenti che consente allo spettatore, il quale deve però essere disposto e dedicarvi tempo e memoria, di conoscere a fondo vizi e desideri degli abitanti del piccolo paese di montagna.

Solo così potrà davvero scoprire il male che si muove tra i grandi abeti della periferia del Nord America.

Twin Peaks ha tre stagioni, le prime due sono del 1990. La prima è breve, otto puntate intense e avvolgenti. La seconda è più lunga, ben ventidue puntate, di cui la metà potevano essere tagliate lasciando inalterata la storia nel suo complesso.

Bisogna superare questa seconda stagione, questa è la parte dell’articolo in cui vi chiedo di avere fiducia in me. Lo stesso Lynch la odia, perché in questa stagione vengono assecondate alcune regole di mercato che vanno in netto contrasto con la liberà artistica degli autori, insomma sembrerebbe vincere il pubblico.

Gli anni Novanta erano diversi, non mi addentro troppo nelle dinamiche della produzione, ma c’era qualcosa che il pubblico voleva sapere – che tutti in realtà lo volevano sapere, anche i produttori dello show e quelli della HBO.

Una domanda la cui risposta in teoria solo Lynch e Frost (il co-showrunner della serie) sapevano. Come vedremo in modo approfondito nella seconda parte David Lynch è un visionario, la sua scrittura si basa su idee, queste idee le prende come pesci in un lago durante una sorta di meditazione trascendentale, quindi spesso più che schemi lineari di causa-effetto le sue storie sono frammenti di memorie d’infanzia, puro paura-stupore-meraviglia-disagio, spesso inspiegabili razionalmente.

Gli anni Novanta erano diversi, il luogo dove si sta dirigendo Lynch non piace, non è quello che il pubblico pensa di volere, quindi a un certo punto si forma un far west in produzione che si ripercuote su tutti i reparti, compresa la sceneggiatura. Fanno dirigere una puntata a Jodie Foster (?!?), ci provano in tutti i modi, ma alla fine della sua seconda stagione Twin Peaks è ancora rivoluzionario, fresco, diverso e lynchiano.

Twin Peaks
Una scena di “Twin Peaks”

La terza stagione è andata in onda da luglio a settembre del 2017, è praticamente un film di diciotto ore in cui Lynch non fa altro che spiazzarti, ribaltare le certezze che credevi di avere e letteralmente stuprarti la mente con colpi di emozioni potentissime e inspiegabili. Un cast ricchissimo, un’ambientazione più ampia e urban, ma continui riferimenti a dove tutto inizia e finisce, alla cittadina persa tra le montagne dello stato di Washington a cui tutto sembra legato da un sottilissimo spago di vetro che muove questo mondo e tutte le unità ultraterrene che lo compongono.

Lynch avrebbe potuto assecondare le fantasie erotiche dei migliaia di fans della serie, bastava riprendere in modo lineare da dove la seconda stagione aveva lasciato, successo di pubblico e lacrime assicurati. Invece Dio ha creato David Lynch che eccelle (nel senso letterale di ”essere superiore a tutti gli altri”) nello strabiliare e sorprendere lo spettatore, in modi unici e di una creatività esagerata; sia alterando l’unicità dei personaggi (Cooper) che alterando la materia stessa dei luoghi che la compongono (la Loggia Nera).

Ma cos’è Twin Peaks? Fantascienza? Nì, nel senso che di certo non rientra in nessuna categoria, almeno non rispettandone tutti i parametri. Potrebbe essere classificato come un neo-noir con tendenze verso la “fantapsicologia” – termine appena coniato da me. Immaginatevi qualcosa come un detective che indaga sul male nascosto dietro le azioni degli uomini e un luogo segreto dove l’oscurità si annida, ma dove non resta isolata ed è invece in un continuo scambio con il mondo reale.

«Niente mi fa sentire male quanto vedere sullo schermo alcune delle parti di me che sono andato a cinema per cercare di dimenticare» dice D. F. Wallace riferendosi alla scena di voyerismo di Velluto Blu.

Effettivamente non c’è niente di più punk di sbatterti il tuo disagio in faccia, nella arti audiovisive non lo fa nessun altro praticamente, nessun regista scava così in profondità da rendere la trama un groviglio incomprensibile di situazioni e personaggi. Da qui deriva l’unicità di Lynch e di Twin Peaks, un’esperienza imperdibile per qualunque cinefilo.

 2. Perché David Lynch è un visionario? Analisi tecnico-artistica

David Lynch è un regista visionario. Twin Peaks è una serie tv visionaria.

Stesso aggettivo, significati leggermente diversi. Nel primo caso si tratta della definizione del termine con particolare riferimento a un regista di arti visive: «registi particolarmente dotati della capacità di creare situazioni e immagini fantastiche, irreali e di forte impatto visivo» scrive la Treccani. Parole che si sposano perfettamente con l’intera filmografia di Lynch, così come la definizione di “rettile” si sposa con l’immagine di un cobra reale.

Nel secondo caso invece il riferimento è all’abilità della serie di trasportarci in una dimensione onirica e offrirci quella che è difficile definire diversamente da ”visione”, una sorta di sogno lucido dove le sensazioni diventano realtà visiva e rumori indefinibili. È il limbo creato da David Lynch in Twin Peaks, una sorta di purgatorio multi-universale (secondo la mia interpretazione), che deve la sua suggestiva atmosfera all’eccezionale colonna sonora di Angelo Badalamenti.

La leggenda narra che la sigla della serie, così come tutte le tracce della colonna sonora, siano state composte dai due artisti in un’intensa sessione di pianoforte. Fatto sta che Twin Peaks segna l’inizio di una collaborazione storica e che gran parte del successo artistico della serie si deve alle musiche di Badalamenti che creano quel ritmo incessante che caratterizza in particolar modo le prime due stagioni.

Le musiche della terza stagione sono un discorso a parte, la scelta da parte degli autori di concludere tutte le puntate con piccoli concerti live al Bang Bang Bar – tra i quali compaiono Eddie Vedder e i Nine Inch Nails – sui quali scorrono i titoli di coda è un’idea innovativa e brillante.

Ciò che contraddistingue la terza stagione di Twin Peaks, ciò che dunque contraddistingue Lynch, è tutta la tecnica appresa negli anni, che permette il comporsi di un’opera davvero perfetta. L’audio è curato come in un’installazione da museo, la regia è unica, sperimentale, ma al tempo stesso sempre focalizzata sull’obiettivo: entrarti nella testa. E ci riesce perfettamente.

Ora ho intenzione di portare avanti un ragionamento un po’ complesso, cercate di seguirmi.
Una scena di “Twin Peaks”

Pur avendo ricevuto un’istruzione importante all’American Film Institute, uno dei migliori college americani, la formazione di David Lynch non è di tipo “classico”. Frequenta l’istituto durante la produzione di Eraserhead, il suo primo lungometraggio, ma soprattutto ha dichiarato di non essersi mai davvero interessato al cinema prima di «quando ho visto un’ombra muoversi in un dipinto e ho desiderato che tutti i miei dipinti potessero muoversi».

Questo che vuol dire? Che le influenze di Lynch sono da riscontrare direttamente nell’arte moderna e contemporanea. In particolare vorrei mostrarvi in che modo mi sento di poter affermare che in David Lynch convivano le influenze di due delle più importanti correnti artistiche del Novecento: l’espressionismo e il surrealismo.

Il surrealismo è approdato nel linguaggio cinematografico tramite Louis Bonuel, di cui si è ampliamente trattato in Un chien andalou – il cinema surrealista di Buñuel e Dalì tra cinema e museo. Una definizione di uno dei fondatori del movimento:

«Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale».

(André Breton, Manifesto del Surrealismo, 1924)

Twin Peaks
Una scena di “Twin Peaks”

In particolare i surrealisti spagnoli, capeggiati da Dalì, approfondirono l’argomento onirico del sogno, riallacciandosi alle teorie di Freud per restituirne un’analisi personale (ho semplificato in modo imbarazzante).

Ritengo opportuno uno strappo alla regola ‘Solo-Twin-Peaks’. Il video seguente è un pezzo di Mulholland Drive, aver visto o meno il film è irrilevante, la scena è completa e perfettamente estrapolabile dal contesto.

Mulholland Drive – Diner Scene

Vediamo due personaggi che parlano in un dining americano, il sogno in questo caso è l’essenza stessa dell’atmosfera che pervade l’intera scena. Il sogno è il motivo per cui tutto è così strano. Si tratta di un puro esercizio di stile di Lynch: creare la tensione e un climax ascendente partendo da una semplice constatazione. Un sogno non è qualcosa che si ricorda in modo chiaro e lineare, si tratta più di un insieme di sensazioni e immagini che la nostra mente ci propone durante il sonno.

Nel momento in cui il protagonista della scena ci confessa di aver già sognato quel momento, noi siamo trasportati nella sua mente, proviamo a vedere dai suoi occhi; e in effetti quando usciamo dal dining e ci dirigiamo verso la strada sul retro, l’inquadratura diventa in POV (point of view: un’inquadratura ottenuta innestando una telecamera negli occhi del personaggio, chiaramente in modo pratico si ottiene con una semplice soggettiva). In questo caso l’elemento onirico è nella sceneggiatura.

In Twin Peaks la sceneggiatura è permeata di surrealismo, basti pensare a quanto concettualmente parlando la storyline dell’attore di La vita secondo Jim (evito di addentrarmi per spoiler) somiglia a questa scena di Mulholland Drive: c’è un sogno che influenza le scelte e le azioni dei personaggi determinandone il destino.

L’influenza del cinema espressionista tedesco su Twin Peaks è così palese da rendere complicato scegliere un esempio. Eraserhead è un film neo-espressionista. Prima di trasferirsi a Filadelfia e iniziare con i primi cortometraggi, Lynch va in Europa con l’intento di fermarsi tre anni in Austria per studiare il pittore espressionista Oskar Kokoschka. Rientra negli Usa dopo appena quindici giorni perché non ispirato dal paesaggio…

La puntata otto della terza stagione è qualcosa di indefinibile, forse l’unico aggettivo che sono riuscito a dargli è ‘espressionista’.

L’espressionismo nel cinema è caratterizzato da distorsioni, temi misteriosi e soprannaturali, che nascondono la presenza dell’oscurità e del male.

Il gabinetto del dottor Caligari e Metropolis sono la punta dell’iceberg di un movimento artistico che si è saputo adattare ai tempi e sopravvivere tramite i cinema d’essai notturni e i circuiti ‘cult’. Come dicevo, Eraserhead è un film neo-espressionista, infatti venne proiettato solo negli spettacoli di mezzanotte per dieci anni, riscontrando comunque un non-indifferente successo, date le circostanze.

La puntata otto della terza stagione è la rappresentazione del male assoluto, o almeno così è come l’ho interpretata io, al di là di come questa si incastri con la trama principale.

La bomba atomica su Hiroshima che ci viene mostrata a un certo punto è, secondo me, per Lynch l’apice e allo stesso tempo l’inizio di tutto, la dimostrazione che il male non l’ha inventato lui a Twin Peaks, ma lo hanno portato gli uomini.

Io odio chi si ostina a non capire che il capire non c’entra e che il ”non mi piace perché non lo capisco” è una posizione acritica, incomprensibile: se non siete interessati a risolvere il puzzle non ha senso che vi sorbiate tre stagioni che vi apparirebbero come un incomprensibile elefante in equilibrio su una corda tra il comico e l’inquietudine vuota.

Non serve qualche particolare potere per comprendere Twin Peaks, si devono semplicemente abbandonare gli schemi mentali del reale e dell’irreale, del vero e del falso, lasciargli fare il suo gioco, seguirlo con sguardo attento e recepire il significato di ogni singola immagine che ci viene presentata. Poi nel dare un giudizio si deve tener conto dello sforzo mentale che è stato necessario per comprenderla e valutare se ne è valsa la pena.

In modo obiettivo e sincero confesso di aver avuto difficoltà anche io a seguire alcuni passaggi. Considero alcune storyline più deboli rispetto ad altre, come è naturale che sia, tuttavia non considero plot hole alcune oscure sequenze del finale della terza stagione.

Un esempio su tutti è la storia di Audrey. Su questo punto mi soffermo perché è il più criticato da chi – come me inizialmente – non ne vede un senso. Si può scegliere di interpretare quel passaggio in diversi modi. Tra questi anche che Lynch si sia semplicemente dimenticato di chiudere quella storyline o peggio che si stia preparando una nuova stagione – quest’ultima opzione al vostro scrittore sembra un autentica trashata assolutamente da evitare. Twin Peaks si è chiusa con la terza stagione.

Ammetto di aver pianto nel finale. Mi mancherà il detective Cooper, mi mancherà Lynch. È davvero una delle persone che rispetto e ammiro di più al mondo, penso che il senso di questo articolo quando l’ho iniziato fosse trasmettervi quello che penso di Twin Peaks, e che questo fosse già in partenza un obiettivo irraggiungibile, perché le sensazioni che mi ha trasmesso questa serie non hanno niente a che vedere con la razionalità, non sono esprimibili con schemi e concetti e si perdono nelle descrizioni.

Twin Peaks è una serie tv neo-noir, neo-impressionista e con influenze surrealiste, per semplificare si può dire semplicemente “lynchiana”.

Leggi anche: David Lynch e la pittura come chiave cinematografica

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