Joker – Il maledettismo latente di un nuovo diabolico ghigno

Andrea Lupo

Settembre 28, 2018

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Joker – Il maledettismo latente di un nuovo diabolico ghigno

Ci vuole poco, ci vuole realmente poco per innestare il terrore. Basta un niente. Non serve neanche creare mostri cannibali con chissà quali sembianze orribili. Delle volte è necessario un ghigno.

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Il fumetto del Joker

Pochi secondi, ventiquattro se vogliamo essere precisi, per assistere alla metamorfosi di un uomo, da normale individuo (che poi il concetto di normalità diventa quanto mai astratto in questo contesto) a mostro.

Ma dov’è questo fantomatico mostro? Come si manifesta? Forse nel trucco? Nel volto sfigurato? Nel movimento saccente e arrogante del sopracciglio? No!

Egli si manifesta in un secondo. Quando il ghigno sparisce, quando quegli occhi maledetti e spaventosamente calmi, ti trasmettono tutto il terrore di una malata e oscura anima violata. È come se fosse lì davanti a te in quell’istante. Ti guarda dapprima compiaciuto cercando di farti empatizzare con quel clown di cui le sembianze vuol rubare. Crea empatia, un accenno lontano di complicità che sparisce immediatamente per far posto di nuovo alla paura.

Eccolo il duplice inganno di una figura talmente controversa e contorta che non può non far altro che affascinare.

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Joaquin Phoenix interpreta il Joker

Abbiamo visto il Joker in tutte le sue possibili e maligne impersonificazioni. Abbiamo esplorato la sua psiche stuprata e malinconica, nascosta dietro quella sete di sangue e violenza. Ma mai nessuna volta ci siamo soffermati faccia a faccia con lui.

Ora ce l’abbiamo davanti, proprio come se fosse a poche dozzine di centimetri, che ci guarda. La musica smorza il terrore, ma quando essa termina e il buio incombe il cuore muore.

Siamo rimasti affascinati dal Joker di Heath Ledger, sorpresi da quello di Leto, compiaciuti da quello di Nicholson. Eppure quest’ultima versione di Phoenix ha un non so che di inquietante. Non è il più fedele ai fumetti, anzi non lo è quasi per niente. Ma ci si trova in balia di una curiosità forsennata. Forse perché in fondo quel che cerchiamo è l’emozione effimera di un sentimento che troppo poco spesso ci troviamo a sperimentare.

Che sia la paura il motore della vita?

Joker non affascina questa volta, non inquieta neanche. Fa semplicemente molta, molta paura.

E il bello è che sembra proprio quello di cui abbiamo bisogno: spaventarci per provare a sentire scorrere in un lungo brivido gelato quella paura che temiamo, da cui fuggiamo, ma che forse nel profondo bramiamo ossessivamente.

Ora ce l’abbiamo qui, a portata di mano, in uno sguardo, anzi nei rimasugli di uno sguardo che è stato e che all’improvviso cambia.

Provate per un attimo a guardarlo bene negli occhi, immaginandovi di essere lì con lui. Provate solo per un secondo a figurarvi la claustrofobica sensazione di trovarvi davanti quell’uomo che vi guarda, compiaciuto e arrogante, ma che poi diventa vuoto. Senza un’anima.

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La trasformazione di Arthur Fleck nel Joker

Sarà quel ghigno enigmatico o forse quello sguardo malvagio e freddo, sarà la percezione della vuotezza di un’anima, oppure sarà la paura che lenta scorre, ma forse potremmo trovarci davanti al terrore fatto uomo, o quel che ne resta di un uomo.

È dunque doveroso sperimentare questa sensazione che in tutta la sua oscurità assume le fattezze di un discordante e inedito piacere. Siamo inermi davanti a ciò, siamo inconsapevoli e nudi.

«I should laugh, but I cry

Because your love has passed me by

You took me by surprise

You didn’t realize but I was waiting».

(The Guess Who, Laughing)

Siamo al cospetto forse della trasposizione più oscura e spaventosa del Joker?

Leggi anche: Il Joker – La logica del caos

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