Arthur Shelby – il Fuoco | Peaky Blinders
La serie tv britannica Peaky Blinders di Steven Knight è ormai diventata un cult.
Alla quinta stagione, i personaggi della famiglia Shelby & co sono ormai ben delineati, talvolta persino prevedibili. Riconosciamo ogni loro caratteristica: dagli intercalari nel linguaggio ai movimenti ricorrenti. Riconosciamo il modo di Tommy di accendersi la sigaretta, passandola da un lato all’altro della bocca, il gesto di John di tenere lo stuzzicadenti, i tic di Arthur innervosito (sappiamo già che sarà prossimo a distruggere qualcosa, a portata di mano o di piedi), il suo grugnito, la battuta pronta di Alfie Solomons.
Tuttavia ogni personaggio appare esplicitamente associabile agli elementi della natura.
Ebbene Arthur Shelby (Paul Anderson) è il primogenito dei fratelli Shelby in teoria, ma in pratica destinato a essere il numero due. Condizione questa che lo segna e lo caratterizza profondamente.
È il doppio opposto del fratello Thomas, il suo contrario complementare: Tommy il ghiaccio, freddo e fermo, Arthur il fuoco, che brucia imprevedibilmente e implacabilmente.
Il numero due
Arruolatosi assieme ai fratelli minori Tommy e John, Arthur ha vissuto l’esperienza della Grande Guerra. A causa di questa soffre di disturbo da stress post traumatico, sbalzi d’umore e scatti d’ira che sfociano in atti di violenza estremi, con conseguenti forti sentimenti di rammarico, penitenza e depressione, e talvolta tendenze suicide.
Quando i fratelli Shelby tornano in patria, Arthur Shelby da primogenito sente la responsabilità di dover gestire gli affari di famiglia, ma non può a causa della sua instabilità.
E così è Tommy a prendere in mano la situazione, avendo dimostrato sin da subito una lucidità strategica e una freddezza tattica, lontana dall’impulsività del fratello maggiore, dedito più all’alcol, alla droga e al pugilato che alla strategia.
Gli stessi altri componenti della famiglia lo escludono o gli impediscono anche di esprimere il suo voto. Da quel momento Arthur si porta dietro questo complesso di inferiorità rispetto a Tommy.
Un dislivello che cercherà sempre di equiparare, prendendo talvolta lui stesso delle iniziative, spesso fallimentari, come ad esempio quella di credere alle promesse illusorie del padre.
In quel momento Arthur vede davvero un’occasione di riscatto, perché sente per una volta di far una cosa giusta per l’economia della famiglia. Ma persino il padre, meschinamente, si prende gioco del vulnerabile e “zuccone” primogenito. Per lui questa amara delusione si andrà a sommare alle già esistenti cicatrici.

Il problema è che Arthur Shelby è costretto a reprimere tutta quella rabbia commista a sofferenza, che va ad accumularsi a ogni atto insano che compie.
Vedi l’omicidio del giovane avversario in un match di pugilato, una “lettera scarlatta” sul petto, la K di killer, un marchio come uomo più temibile della famiglia. La reprime perché Tommy gli chiede costantemente di mantenere il controllo e la calma. È come un incendio che si alimenta in una stanza chiusa: finisce per rompere i vetri, diramarsi all’esterno e far del male a chi lo circonda.
Dunque per il suo temperamento Arthur diventa il braccio destro di Tommy, pronto a sporcare le proprie di mani (the red right hand?), e ad accettare quel titolo di “vice” che lo accompagnerà sempre. È lui infatti a coniare il detto «By order of the Peaky Blinders!».

La redenzione
Nel corso delle vicende dei Peaky Blinders la fiamma di Arthur va alimentandosi sempre più. Se inizialmente vediamo il più irruente degli Shelby come una miccia, subito pronta a esplodere, esternante la violenza in maniera immediata, scagliandosi contro qualsiasi cosa, anno dopo anno Arthur cerca di lavorare su se stesso. Grazie all’aiuto della famiglia, soprattutto con il controllo che Tommy sa esercitare su di lui, cerca di domare quel fuoco impietoso che gli arde dentro.
Una grande mano giunge da Linda, l’unica donna a essere stata in grado di raccoglierlo dalla profondità in cui era caduto e di ricondurlo verso la conversione spirituale e il pentimento. Ebbene riesce a far diventare religioso uno Shelby.
«Dicono che adesso sei un uomo timorato da Dio, eh Arthur?».
«Alla fine, è Dio a premere quel fottuto grilletto. Non siamo noi a decidere chi vive o chi muore».
A ciò segue un periodo di “disintossicamento” dai guai degli Shelby: Linda e Arthur hanno un figlio; lei lo aiuta a trovare la via per la redenzione e la pace con sé stesso, allontanandosi dalle dipendenze e dagli affari loschi.
Il suo fuoco interiore si placa, ma ecco nuovamente Tommy muovergli uno scacco e farlo ricadere nella tela del ragno, soprattutto nella lotta alla famiglia Changretta. È stato facile. Per quanto lui possa amare Linda e per quanto le avesse promesso di star lontano da quella vita malsana, e per quanto sia infuriato con Tommy per la sua incapacità di star lontano dai cosiddetti “incarichi”, lui non può non correre in soccorso dei suoi fratelli, il bene per lui più prezioso e suo punto debole.

Il tormento
Ma a quel punto, dopo tanti avvertimenti, perde Linda: Arthur è dilaniato. Torna a macchiarsi le mani, a compiere atti di violenza gratuita contro gli innocenti. L’episodio dell’incontro con l’uomo quacchero, presso la chiesa a cui si è avvicinata Linda, è esemplare nel dimostrare l’estrema contraddittorietà insita in Arthur e l’impotenza contro il prevaricare della violenza.
Ed è come se, per un momento, Arthur assumesse le vesti di un nuovo Macbeth che, dopo essersi guardato le mani insanguinate, recita:
«Che mi succede che ogni rumore mi spaventa? E queste mani! Ah, mi strappano gli occhi! Tutto l’oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d’incarnato i mari innumerevoli , facendo del verde un unico rosso!».
(Macbeth, Atto II, scena II)
Arthur, dopo aver accecato l’uomo con le lame cucite nel berretto, è sconvolto perché si sente incapace di controllare volontariamente le sue mani, nonostante il buono che abita in lui. Una dissociazione dal sé. Nella suggestiva scena, egli urla:
Arthur Shelby: «I’m a good man, I’m a good man. There is good in my heart! But my hands, these hands belong to the devil, to the fuking devil!».
È una possessione quella che sente Arthur. Che il suo fuoco sia infervorato dal male? Si sente mosso da fili su cui non ha potere decisionale.
Durante le ultime stagioni, quando gli Shelby diventano sempre più potenti e i nemici sempre più si stringono attorno a loro, i personaggi stessi spesso fanno citazioni esplicite alla situazione infernale che si è creata. Poiché, a detta di Polly, il male:




