È il triangolo di arte, soldi e morte a ispirare Dan Gilroy per Velvet Buzzsaw (2019), produzione originale Netflix. Il regista de Lo Sciacallo (2014) ritorna con un film dai lineamenti thriller/horror sul mondo dell’arte e la sua mercificazione.
La giovane Josephina (Zawe Ashton) è un’emergente agente in ambito artistico, che lavora per la cinica e influente gallerista Rhodora (Rene Russo). Josephina è inoltre coinvolta in una relazione turbolenta e passionale con Morf Vandewalt, un critico d’arte frivolo ed egocentrico, ma tra i più influenti di Miami, interpretato da Jake Gyllenhaal. Espositori e artisti dipendono fortemente dalle sue recensioni tanto da spingersi al suicidio in caso di responso negativo.
La vita della ragazza viene improvvisamente sconvolta dal fortuito ritrovamento del cadavere del suo misterioso vicino di casa e delle centinaia di quadri da lui dipinti, particolarmente inquietanti e suggestivi. Immediatamente, Josephina, insieme a Rhodora e Morf, cerca di trarre profitto da questo fortunato ritrovamento, contravvenendo alla volontà dell’artista, che chiedeva invece la distruzione di tutte le sue opere. Ha così inizio una lunga e inspiegabile scia di violenza e morte.
I dipinti del defunto artista, con uno stile a metà tra quello di Lucian Freud e Francis Bacon, sono a prima vista ipnotici, poi immediatamente catartici, e in ultima fase, procurano la morte. Una morte dannata per aver approfittato del dolore dell’artista che li aveva dipinti, che li aveva esistenzialmente impregnati di sé. Velvet Buzzsaw rientra in un particolare filone di film che si muove nel “dietro le quinte” del mondo patinato e fittizio delle gallerie d’arte, degli espositori e di artisti del mondo post-moderno e contemporaneo, aggrappati alla sottile corda delle tendenze modaiole.

Il film mette in luce il cinismo e l’opportunismo del mondo dell’arte, tracciando una netta linea di demarcazione fra gli artisti veri e propri, ritratti come personaggi cupi e problematici, ma dalle indubbie qualità, e la fauna di agenti, galleristi e critici intorno a loro, rappresentati invece come persone dalle competenze quantomeno dubbie, interessate esclusivamente al mero tornaconto personale e naturalmente inclini a trattare le opere di ingegno e talento come oggetti da cui trarre il massimo del profitto. L’idea di saldare questo canovaccio a un impianto vagamente horror è azzardato, ma certamente molto originale.
È come se l’arte si ribellasse a noi esseri umani, a noi che ci concentriamo maggiormente sul far fruttare l’opera artistica per poter trarre profitto da essa, invece che danzare con la bellezza e con le emozioni che può trasmetterci e farci provare. La morte dei personaggi non è altro che la personificazione della ribellione dell’arte, per permetterci di capire che non si tratta solo di soldi e di guadagno, ma che l’arte è molto di più; un mondo da scoprire e studiare, che restituisce sensazioni al fruitore anche se non le chiede direttamente. L’arte arriva al pubblico in maniera forte e travolgente, senza prima bussare alla porta dell’anima dello spettatore. Salta direttamente un passaggio, e quando arriva, l’adrenalina è quasi incontrollabile.
Dan Gilroy si cimenta così in un classico meccanismo a eliminazione dei protagonisti, convincendo dal punto di vista visivo, e trovando in una morte violenta, scambiata per installazione artistica, un notevole gancio con i paradossi della società e del panorama artistico contemporaneo. L’approccio del regista è sempre leggero e intriso di black humour, sostenuto da una fotografia luminosa e ricca di colori, che gioca abilmente sul contrasto fra morte e arte.

Quali segreti nasconde il mercato dell’arte? E su quali meccanismi si basa? Può un quadro o una scultura valere milioni? Certamente. Possono entrambi valere nulla? Certamente. Possono non valere nulla dal punto di vista economico, ma possono valere milioni dal punto di vista emotivo. Il magico mondo dell’arte.
La follia nell’Arte
Nella storia dell’arte è molto lungo l’elenco di artisti famosi che si sono ammalati di disturbi nervosi più o meno gravi, restandone condizionati non solo nella vita d’ogni giorno, ma anche durante la realizzazione delle loro opere migliori, stregati dalle manifestazioni oscure e instabili della mente. Ciò dimostra che anche nei malati di mente può esistere una produttività artistica e una creatività esternate con mezzi espressivi non inferiori a quelli degli artisti sani, e ciò fa supporre come l’arte scaturisca da tensioni emozionali molto vicine alla sofferenza della follia.
Ma cos’è la follia? La follia, direbbe Sigmund Freud, emerge dalla liberazione dell’inconscio dalle catene della censura o rimozione, mentre nel mondo classico essa era addirittura legata alla sfera sacra mediante i responsi dell’oracolo. Tuttavia, forse, è anche qualcosa che tutti noi possediamo nel nostro inconscio. La follia ci aiuta ad affrontare il nostro Io e a far emergere la parte più creativa di noi stessi. Il folle, quindi, può esprimere una realtà che agli occhi di persone “normali” può apparire distorta soltanto perché non risiede nei rigidi confini di una visione comune. Basti pensare a un artista che esprime le proprie sensazioni ed emozioni in maniera disorganizzata e confusionale.

È possibile, dunque, considerare la follia come causa determinante del genio?
“Nessun grande ingegno fu mai senza una mistura di follia”, sosteneva Seneca.
“Occorre avere un po’ di caos in sé per partorire una stella danzante”, diceva Friedrich Nietzsche.
“Non esiste grande genio senza una dose di follia”, era la tesi di Aristotele.
Genialità e follia, apparentemente concetti tanto diversi, sembrano essere inseparabili, se per follia intendiamo quella forma di irrazionalità che spesso accompagna una mente creativa, un Artista.
Le menti creative sono assai complesse, a volte paradossali, eccentriche, appunto quasi folli. Possiedono tratti caratteriali che li rendono fortemente differenti dalle altre. Essi sognano a occhi aperti, osservano tutto, amano la solitudine, cercano nuove esperienze, sono resilienti, seguono le proprie passioni, spesso perdono la nozione del tempo.
Esistono artisti che dipingono ciò che vedono, altri che dipingono ciò che ricordano o ciò che immaginano. Il nostro cervello si modifica di fronte alla realtà, ma, allo stesso tempo, è capace di cambiarla: un cervello “diverso” dovrà pertanto avere un rapporto diverso con la realtà. Nell’arte questo processo può portare alla creazione di nuovi orizzonti di senso, che solo in parte dipenderanno dall’informazione sensoriale; il nostro cervello, infatti, non ha necessariamente bisogno del continuo “flusso informativo” proveniente dai nostri sensi. L’artista è essenzialmente legato al mondo onirico, ai sogni, a quei ricordi che “rivivono” nelle immagini mentali, quelle rappresentazioni “semplicemente” create dalla nostra mente che testimoniano questo evento.
In questo senso, l’arte amplifica la realtà, crea un nuovo canale mentale in grado di aprirsi a nuove esperienze. Gli stimoli visivi, reali o evocati dalla memoria, che hanno eccitato il sistema nervoso dell’artista al momento della creazione dell’opera d’arte, trasformati dalla sua mano in colori e forme, stimoleranno il sistema nervoso di chi l’osserva.

Accostarsi a un opera d’arte, guardarla, percepirla, comprenderla e apprezzarla, implica il coinvolgimento di molte strutture cerebrali e l’attivazione di meccanismi ben specifici, a partire dai funzionamenti alla base della percezione visiva, a quelli implicati nella cosiddetta “psicologia del vedere”, nell’esperienza estetica ed emozionale. Questo si riferisce non solo all’emozione provata da chi gusta un dipinto, ma anche al momento creativo che coinvolge l’artista per realizzare la sua opera.
Alcuni ricercatori, soprattutto psicologi e neurofisiologi, sono rimasti affascinati dalla possibilità di studiare le proprietà e le caratteristiche del cervello che rientrano nella valutazione di un’opera d’arte e nel piacere che essa può dare; persuasi dall’idea che la comprensione di tali meccanismi cerebrali, insieme alla conoscenza delle vicende della vita di un artista e della cultura del suo tempo, possano favorire una maggior “cognizione” e apprezzamento dell’opera e di chi l’ha creata.
Un’opera d’arte, quindi, nasce dalla combinazione di ciò che l’artista esperisce “visivamente” e da come interpreta quanto gli viene comunicato dal mondo esterno. Sia l’acquisizione dell’informazione visiva sia la sua elaborazione interiore possono essere alterate da cause patologiche. Gli effetti di gravi malattie mentali, spesso, alterando le capacità percettive ed emotive dell’artista, possono influire sulla sua espressione pittorica e testimoniano come la storia di vita del pittore entri a far parte integrante della sua opera.
Ma allora l’opera di un genio si può considerare simmetrica al delirio di un folle? Dove termina la genialità e dove incomincia la follia? L’artista folle produce arte, l’uomo folle estremizza se stesso.




