Finale di Game of Thrones – L’Inverno è andato

Gianluca Colella

Aprile 21, 2020

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Quasi un anno fa, prevedere un metaforico Inverno come quello che il Coronavirus ha fatto calare sul pianeta sarebbe stato impossibile; allora, la preoccupazione più grande era seguire che finale i protagonisti di Game of Thrones avrebbero avuto dopo il loro Inverno.

Gli stessi eroi che da nove anni hanno accompagnato i nostri studi, le nostre notti, soddisfatto le nostre attenzioni e alimentato le nostre paure, sono giunti alla resa dei conti.

Nè angeli nè demoni, ma semplicemente umani.

I vari Tyrion, Sansa, Cersei, Jon, Daenerys, Arya e così via hanno affrontato la minaccia portata dai White Walkers e dalla loro propria distruttività, cambiando per sempre la storia di Westeros.

A distanza di quasi un anno dall’uscita dell’ottava, discussa stagione, e in piena emergenza medica, dunque, come può il nostro pensiero attivare un dialogo con quel mondo parallelo così diverso e, contemporaneamente, minacciosamente simile?

Mentre HBO e Martin si dedicano ai progetti spin-off dell’universo, proviamo a riflettere sui momenti finali di Game of Thrones e su quello che questa epica, memorabile storia ci ha lasciato.

Perché il temibile Inverno, profetizzato nel corso della prima stagione da Lord Stark, infine è giunto, passato e si è cristallizzato preziosamente nella memoria dei sopravvissuti, di quelli che alla fine hanno raccolto il fardello del comando per ricostruire la civiltà.

Game of Thrones: la dialettica tra Bene e Male

Il finale di Game of Thrones ci mostra la complessità radicale della dialettica tra Bene e Male, Amore e Odio. Cosa ci lascia Westeros?

Game of Thrones

L’intreccio narrativo costruito da Benioff & Weiss arriva all’ultima stagione in maniera lenta e cadenzata. La distanza dalle pagine scritte da Martin risulta evidente dalla sesta stagione in poi, e molti hanno poco apprezzato la stagione finale, per certi versi grossolana e frenetica.

Trasformare personaggi caratterizzati a trecentosessanta gradi in buoni e cattivi tradizionali è stata una scelta discutibile operata dagli showrunner, che però non sminuisce il lavoro complessivo, perchè Game of Thrones continuerà malgrado tutto a essere la serie tv più memorabile degli ultimi anni.

Nei due grandi tronconi dell’ultima stagione, i primi episodi sono dedicati a Grande Inverno, gli Estranei e la resistenza della civiltà umana contro la Lunga Notte; e gli ultimi alla battaglia finale per il reame, simbolicamente rappresentata dalla conquista di Approdo del Re.

Dopo innumerevoli sofferenze e perdite, personaggi come Jon, Arya, Sansa, Daenerys, Tyrion, Davos e Sam diventano paladini del Bene, e gli Estranei ovvie incarnazioni del Male.

In questa scissione chiara, è facile collocare personaggi secondari come Theon, Brienne e Podrick, mentre più difficile risulta capire perché Brandon Stark dovrebbe essere così importante, con le sue abilità da metamorfo e Corvo con Tre Occhi.

Durante la Lunga Notte, Jaime combatte al fianco degli Stark che aveva odiato, e addirittura Melisandre riesce a compiere una parziale redenzione, dando il suo contributo alla difesa di Winterfell.

Il sangue di Ser Jorah, di Theon e degli altri eroi lascia al buio della Notte un’alba nuova quando Arya affonda nel corpo del Re della Notte il pugnale di acciaio di Valyria sotto gli occhi di Bran, silenzioso e inesplorabile come al solito.

Il contributo dei due Targaryen (Daenerys e Jon) e dei due draghi alla battaglia lascia il posto al cordoglio per i morti, c’è spazio per le lacrime che Sansa dedica a Theon, ma rapidamente il pensiero dei protagonisti vola a Cersei.

Bene e Male si riconfigurano, adesso la guerra è tra umani, in gioco non c’è più la resistenza contro l’Inverno, ma le ragioni dell’Amore e quelle dell’Odio.

Game of Thrones: Il fuoco dell’Amore e quello dell’Odio

Il finale di Game of Thrones ci mostra la complessità radicale della dialettica tra Bene e Male, Amore e Odio. Cosa ci lascia Westeros?

Game of Thrones

La forza primordiale e pulsionale dell’attaccamento degli eroi alla specie umana, lascia il posto a vissuti più complessi, sofisticati e razionalmente mediati: negli ultimi episodi, dalla morte di Missandei al Cleganebowl passando per il rogo di Approdo del Re, ogni azione è frutto di una strategia militare e politica più articolata.

Al centro delle decisioni che i diversi schieramenti compiono, s’intrecciano le ragioni dell’Amore e quelle dell’Odio: Jon, che segue Daenerys ad ogni costo; Jaime, che desidera Cersei sopra ad ogni altra cosa; Sansa e Tyrion, attaccati al potere del calcolo e della diplomazia.

La lady dei Lannister è il villain definitivo, quello sul quale l’odio di Daenerys si riversa.

La discutibile scelta di trasformare la liberatrice Targaryen in un folle tiranno assetato di violenza è uno dei passaggi più problematici di questa stagione, ma è anche quello che rende facile agli spettatori capire in chi riporre la propria lealtà.

Perché dopo anni di conflitti, morti e perdite brutali, gli ultimi rimasti con un minimo di buonsenso si guardano negli occhi, e comprendono che per cambiare davvero è necessario agire in maniera drastica.

Tyrion: «È vero che l’amore È la morte del dovere; È anche vero, tuttavia, che a volte il dovere È la morte dell’amore»

Questa è davvero una delle poche frasi filosoficamente significative delle ultime stagioni di Game of Thrones, ed è indicativo che a pronunciarla sia stato Tyrion, intento a indicare a Jon Snow la strada giusta da seguire.

Non più discorsi sottili, neanche tanta politica: l‘unica arma che resta a Tyrion per fermare la spirale della violenza è la semplice, carnale dialettica dell’Odio contro l’Amore, il conflitto tra un sentire aperto e un sentire chiuso.

Egli la segue, e nello stesso modo in cui Arya aveva annientato la minaccia rappresentata dal Re della Notte, Jon sacrifica il suo Amore, spegnendo la folle fiamma di Odio che si è risvegliata in Daenerys alla vista della Fortezza Rossa.

Il lutto di Drogon, l’ultimo dei figli della Targaryen, si consuma sul Trono di Spade, che viene simbolicamente distrutto dal magico fuoco della creatura.

L’Inverno è andato. Non ci sono più nemici da combattere. Solo morti da piangere e città da ricostruire.

Il finale di Game of Thrones ci mostra la complessità radicale della dialettica tra Bene e Male, Amore e Odio. Cosa ci lascia Westeros?

Game of Thrones

Svariati mesi dopo la fine della guerra, quando tutti (tranne pochi) i personaggi che abbiamo seguito in questi anni sono stati eliminati, lo show HBO sceglie la linea narrativa del plot twist, presentando un incontro diplomatico tra i vari leader rimasti, che individuano in Bran Lo Spezzato il possibile Re da eleggere.

Sotto la guida di Tyrion, infatti, tutti si rendono conto che solo una figura così imparziale e incomprensibile può mettere tutti d’accordo. Si tratta, tra l’altro, del Corvo con Tre Occhi, il depositario delle storie del passato, presente e futuro di Westeros.

Sebbene sia una scelta che ha scontentato tanti fan, chi meglio di lui potrebbe reggere il reame dopo gli errori commessi dai precedenti Re?

Ecco quindi che, con buona pace di Verme Grigio, la sentenza scelta per Jon è l’esilio, gli Stark guadagnano l’indipendenza del Nord e Bran diventa il Re dei Sei Regni.

Dopo tutto l’Odio che per otto stagioni si sono riversati addosso, negli ultimi minuti dell’ultimo episodio non c’è altro posto che per Amore, dove per Amore s’intende un innato senso di civiltà che anima le interazioni tra i protagonisti.

Tutti loro adesso sono guidati dal senso comune rappresentato dal desiderio di ricostruire la civiltà che è andata perduta, di dare un senso alle morti di così tante persone.

A questo punto, due scene diverse animano l’episodio finale concludendo le storie dei protagonisti.

https://www.youtube.com/watch?v=ME2Fw_rpyCs

Da un lato, la storia tira le fila dei personaggi che resteranno al governo, un’eterogenea oligarchia capitanata da Tyrion, che riguadagna il posto di Primo Cavaliere. Ovvie le scelte di Samwell Tarly e Brienne come Granmaestro e Comandante della Guardia Reale, più suggestive quelle relative a Bronn e Ser Davos, figure agli antipodi adesso costrette a collaborare.

Vedere sul tavolo del Concilio il volume redatto da Samwell fa un certo effetto, questa Canzone del Ghiaccio e del Fuoco che ci riporta alla mente le pagine che si spera Martin stia scrivendo, quelle che concluderanno la saga.

Re Bran è neutrale, misterioso e distante come sempre, e come sempre sono poche le parole che pronuncia ai suoi nuovi collaboratori. Sembra evidente che la sua preoccupazione principale sia individuare Drogon, fuggito verso Valyria dopo la morte di Daenerys.

Notevole anche la scelta di lasciare Tyrion al di fuori delle narrazioni legate al passato.

L’ultimo dei Lannister, dopo la rovinosa morte dei gemelli amanti Cersei e Jaime, sembra ancora lontano da una vera e propria riconciliazione con le proprie origini.

Infine fa sorridere che Podrick sia finalmente riuscito a diventare Ser, dopo un lungo apprendistato con i migliori guerrieri di Westeros.

https://www.youtube.com/watch?v=aNCNIpGeVAc

Dall’altro, più suggestivo, epico e solenne è invece il momento dedicato alla risoluzione degli intrecci nel Nord: con una sequenza di scene sovrapposte, vediamo Sansa, Arya e Jon terminare il loro cammino e le narrazioni che li riguardano, in modi diametralmente opposti ma comunque affini ai personaggi.

Sansa siede sul Trono come Regina del Nord, indossando un abito che presenta le caratteristiche di tutti i membri delle famiglie Stark e Tully; Arya indossa gli abiti da avventuriera, e prendendo le armi che l’hanno resa celebre s’imbarca in un viaggio navale alla scoperta di mondi nuovi.

E Jon, l’uomo che ha finalmente lasciato morire il ragazzo, ritorna là dove la sua leggenda aveva avuto origine: alla Barriera che l’ha forgiato, al Castello Nero dove sognava di seguire le orme dello Zio Benjen.

Qui conciliante e caloroso è il momento in cui può di nuovo sorridere a Tormund e riabbracciare Spettro, e senza una parola di troppo, l’ultimo dei Targaryen supera la Barriera e si avventura nella Foresta Stregata, in esilio come Re Oltre la Barriera, con i Bruti al suo seguito.

Gli stessi Bruti che aveva combattuto, ora li deve proteggere nelle terre che erano appartenute agli Estranei.

Sulle note di una musica lenta e solenne che riprende il ritmo della sua epica sigla, Game of Thrones ci regala momenti finali che potrebbero sembrare riduttivi, ma in realtà comunque densi, significativi e aperti a sviluppi nuovi per quei personaggi che hanno dimostrato che con Amore e civiltà è possibile governare, piuttosto che lasciare che l’Odio imponga uno sterile e distante dominio dell’Uomo sull’Uomo.

Leggi anche: Game of Thrones – E ora la mia guardia si è conclusa.

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