Marcello: «Com’è un uomo normale secondo te?».
Italo: «Per me un uomo normale è quello che si volta per la strada per guardare il sedere di una bella donna che passa, e scopre che non è il solo a essersi voltato, che ce ne sono almeno cinque o sei…ed è contento se scopre gente uguale a lui, i suoi simili […] Ama quelli che sono come lui e diffida di quelli che sono diversi. Per questo, un uomo normale è un vero fratello, un vero cittadino, un vero patriota…».
Marcello: «Un vero fascista».
Tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, Il conformista (1970) è considerato il film della svolta nella carriera di Bernardo Bertolucci, figlio del poeta Attilio e allievo di Pier Paolo Pasolini. Lo stesso regista afferma di aver avvertito, per la prima volta, l’esigenza di instaurare un «dialogo con il pubblico», evolvendo così rispetto ai lavori precedenti, caratterizzati da un cinema vissuto come una sorta di «monologo», di «dialogo con se stesso».

Marcello in Il conformista di Bernardo Bertolucci (1970)
Marcello Clerici è un docente di filosofia che ha aderito al fascismo e si offre come volontario per entrare nell’OVRA, la polizia segreta del regime, incaricata di sorvegliare e reprimere l’antifascismo. La sua missione consiste nell’assassinare Luca Quadri, suo ex professore di filosofia e noto dissidente politico, rifugiatosi in Francia con la moglie.
Marcello è fidanzato con Giulia, una donna della piccola borghesia, attraente, frivola e ingenua, di modesta cultura e scarse capacità intellettive. La giovane vive con la madre in un appartamento dall’arredamento borghese, veste secondo la moda borghese, si esprime per luoghi comuni e mostra disinteresse per tutto ciò che la circonda.
Il migliore amico di Marcello è Italo Montanari, un uomo cieco che legge alla radio i proclami propagandistici del regime. Vivace e bene inserito nel tessuto sociale e politico, Italo svolge il proprio ruolo con trasporto, aderendo pienamente all’ideologia che diffonde.
Recatosi a trovare Italo in radio, Marcello gli comunica la propria intenzione di sposare Giulia. Quando l’amico gli chiede il motivo, il giovane risponde di vedere nel matrimonio «l’impressione della normalità, della stabilità e della sicurezza». Marcello ammette, con velata sofferenza, che, quando la mattina si guarda allo specchio per vestirsi, la propria immagine gli appare diversa da quella di tutti gli altri.
Cos’è che muove l’agire di Marcello? Che cosa determina i suoi modi di fare e i gesti omologati, le sue scelte di vita, dalla foggia degli abiti alle compagnie da frequentare?

Marcello e Giulia in Il conformista di Bernardo Bertolucci (1970)
La non-ideologia fascista
Fra gli Italiani che aderirono al fascismo ci furono coloro che ne ebbero paura, coloro che non lo indagarono a fondo, coloro che furono fuorviati da una cattiva interpretazione di Nietzsche e, infine, i violenti, gli esaltati, i nazionalisti, gli autarchici e, in grandissima parte, i conformisti.
Fra gli storici, i politologi e gli intellettuali che indagano il fascismo, ve ne sono molti la cui riflessione ruota attorno a una domanda cardine: «Fascismo come ideologia o come metodo?». La parola «ideologia» designa un complesso di credenze, opinioni e valori, di presupposti teorici e fini ideali che orientano un partito, un movimento politico, gruppi religiosi e simili. Per questi studiosi, l’autarchia e il nazionalismo non sembrano sufficienti a riempire i «presupposti teorici» e i «fini ideali» della (presunta) ideologia fascista. Oltretutto, molti osservano che l’elemento principe del fascismo fu la violenza, la quale non è né un presupposto teorico né un fine, bensì un mezzo.

Benito Mussolini e i fasci
Aggiungerei che, per essere tale, un’ideologia necessita di caratteristiche definitorie chiare, finanche di una certa rigidità, e si traduce, nella sua attuazione pratica, in una condotta programmatica lineare, ben definita e coerente: caratteristiche che il regime fascista non mantenne mai pienamente. In un primo momento, Mussolini fu un socialista attento alle esigenze dei piccoli contadini, ma, una volta divenuto interventista, assunse presto forti accenti nazionalisti.
La sua peculiare formazione politica non ebbe successo alle elezioni del 1919, così i Fasci iniziarono a cambiare natura, abbandonando progressivamente i riferimenti alle riforme sociali e mostrandosi radicalmente antisocialisti e antibolscevichi. Questo procurò loro il favore dei proprietari e degli affittuari, che videro nella repressione squadrista un metodo efficace di contenimento degli scioperi e del malcontenti. Si potrebbe affermare che il fascismo si mosse ampiamente seguendo il vento del consenso.
Pertanto, dove si colloca l’adesione di Marcello al fascismo? Nella convinta approvazione del regime o in una passiva simpatia, espressione di un conformismo disimpegnato?
In nessuna delle due.
La figura di Marcello si rivela fin da subito estremamente complessa, tormentata, introspettiva e rigida. «L’inferno» di Marcello «sono gli altri», direbbe Jean-Paul Sartre, dagli altri egli brama quella normalità che percepisce dannatamente estranea.
Il padre di Marcello era un fascista della prima ora, violento e assassino, ma ora è un pazzo, rinchiuso in manicomio a causa di una forma avanzata di sifilide. La madre è una donna dissoluta e drogata, che Marcello non stima né approva. Da entrambi Marcello intende prendere le distanze, frequentandoli saltuariamente; eppure, essi hanno ormai contribuito a formare la psicologia contraddittoria e instabile del figlio.
Se la famiglia alimenta il senso di inadeguatezza e di vergogna dell’uomo, è attraverso l’utilizzo dei flashback che si svela la sua più grande angoscia: la coscienza della propria omosessualità latente.
Per tutta la pellicola, Bertolucci spinge Marcello a riflettersi negli specchi, davanti ai quali l’uomo si espone con una riluttanza che suggerisce il timore dell’introspezione e la paura del corpo maschile, a partire del proprio. L’infanzia di Marcello è segnata dalla molestia subita da un autista, un episodio che egli ricorda con attrazione e riluttanza, e dal crescente senso di colpa per avere presumibilmente ucciso l’uomo con una rivoltella. L’atto puerile e accidentale, che tormenta Clerici nell’età adulta, incarna il tentativo di prendere le distanza dalla presunta «deviazione» sessuale: l’omicidio di un Io troppo scomodo per poterci convivere.

Il conformista di Bernardo Bertolucci (1970)
Giunto a Parigi per incontrare il professor Quadri, Marcello si trattiene nel suo studio, nella scena forse più rappresentativa del film: il ricordo di una lezione sul mito della caverna di Platone. Quadri chiude una finestra e la stanza viene avvolta dalla penombra; sulla parete alle sue spalle iniziano a proiettarsi delle ombre.
Marcello: «Immagino un grande sotterraneo a forma di caverna. All’interno, degli uomini che vi abitano fin dalla infanzia, tutti incatenati e obbligati a guardare il fondo della caverna. Alle loro spalle, da lontano, brilla la luce di un fuoco. Tra il fuoco e i prigionieri immagina un muro, basso, simile alla piccola ribalta sulla quale il burattinaio fa apparire i suoi burattini».
Quadri: «Non poteva portarmi da Roma un regalo migliore di questi ricordi, Clerici: i prigionieri incatenati di Platone».
Marcello: «E come ci somigliano».
Il professore spiega che i prigionieri non vedono altro che ombre, il riflesso delle cose, e paragona il loro inganno a quello dell’Italia fascista. Marcello replica che, se interrogati, quegli stessi uomini non direbbero di osservare un’apparenza, ma chiamerebbero quell’apparenza “realtà”.
Tuttavia, Marcello è cosciente della caverna e delle catene, del fuoco, del muro e delle ombre: come potrebbe rispondere, insieme agli altri, che ciò che osserva è la realtà? Perché riporre la propria fede nelle statue di legno e di pietra portate dagli uomini dietro al muro?

Marcello in Il conformista di Bernardo Bertolucci (1970)
Il mito della caverna
Il mito della caverna, narrato nel Libro VII della Repubblica, è certamente una delle metafore più note del filosofo ateniese.
Fra i vari piani interpretativi, vi è l’invito rivolto agli uomini a elevarsi dal sonno della «vita» (la penombra sicura e avvolgente della caverna), ad acquisire consapevolezza di quelle finzioni che consideravano reali (le ombre delle cose proiettata sul muro) e a scoprire, con fatica e dolore (il dolore provocato dalla luce solare), la verità (il mondo e il sole al di fuori della caverna). L’uomo che si libera dalle catene ed esce dalla caverna soffre per la luce solare e arriva solo gradualmente a osservare il sole (il percorso filosofico). Ma una volta contemplata la verità, tuttavia, non può fare a meno di rivolgerle lo sguardo ed è tentato di non fare più ritorno alla caverna.
Il filosofo, tuttavia, è l’uomo che sprona i prigionieri a liberarsi dalle catene del mondo sensibile, dell’ignoranza e delle passioni, per osservare, attraverso la fatica e il dolore, la luce abbagliante della verità. Deriso e creduto pazzo dai prigionieri, che non sono disposti ad abbandonare l’ambiente sicuro della caverna e che non credono di ingannarsi, il filosofo è destinato a soccombere alle loro ostilità: il mito richiama così la morte di Socrate, maestro di Platone.
Molti divennero fascisti perché non poterono o non furono disposti a credere che la realtà si trovasse fuori dalla caverna. Molti non riuscirono a rifiutare quelle ombre che favorirono il disimpegno del pensiero, perché il torpore della mente rende la vita più comoda e sicura. Perché la fatica e il dolore della liberazione e della scoperta non reggono il confronto con la dolcezza e la sicurezza della non-domanda e con la compagnia rassicurante degli altri prigionieri.
A differenza di molti, che divennero fascisti perché conformisti, Marcello ribalta i termini della questione e diventa fascista perché aspira a essere un conformista.
Se il fascismo è la non-ideologia, Marcello, scegliendo il Fascismo, sceglie di essere un non-ideologista; sceglie di essere uno fra tutti, sceglie di essere insieme a tutti. Egli si offre alle catene che impediscono la rivelazione del reale (cosa impensabile nella prospettiva platonica, poiché l’uomo che giunge a contemplare il Bene non può sottrarsi alla sua forza centripeta e si crogiola nella cecità della penombra, nascondendosi al rifulgere del sole, dove il mondo e la propria identità assumerebbero contorni spinosamente autentici.

Marcello in Il conformista di Bernardo Bertolucci (1970)
Rimanendo nell’orizzonte metaforico, non è un caso che il migliore amico di Marcello sia cieco e che, in parte, egli adegui proprio a Italo il suo sguardo, reprimendo la propria capacità di osservazione e rinnegando la propria identità di vedente. Alla festa di addio al celibato, organizzata dalla comunità dei ciechi, Marcello si muove nella penombra della stanza, limitando i propri sensi e conformandosi alla società con il fine di ottenere l’accettazione.
Uno sguardo sulla conclusione
Il finale del film costituisce un’eclatante conferma del terrore di Marcello di fronte alla propria identità. Caduto Mussolini, Marcello cammina per Roma con Italo e scorge l’autista che credeva di aver ucciso da bambino. Atterrito dal riaffiorare di ciò che considera la propria «perversione», Marcello comprende il fallimento dei tentativi di fuga dal proprio Io: la scelta del fascismo, le azioni riprovevoli, l’omicidio di Quadri e della moglie. Sconvolto, si accanisce contro l’autista, ma poi si ricompone, e guardandosi attorno, decide di gettarsi nell’abbraccio mellifluo del nascondimento di sé.
Rinnovando la scelta del conformismo, Marcello riafferma la volontà di mimesi alla condotta della massa, il bisogno di appartenenza a quella borghesia che ora si proclama antifascista, mentre trascina per Roma il volto marmoreo del Duce.
Volgendosi verso Italo, Marcello gli nega il braccio e, sottraendosi alle sue suppliche, inizia a urlare: «Fascista! Anche lui è un fascista! Questo qui! Anche lui era un fascista! Italo Montanari, fascista!».

Marcello in Il conformista di Bernardo Bertolucci (1970)




