RNFF: L’arrivo di Wang – L’arma del linguaggio, il timore dell’insolito

Eugenio Grenna

Novembre 3, 2020

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La fantascienza cupa ed estremamente intimista dei fratelli Manetti apre l’opening night di questa XVIII edizione del Ravenna Nightmare Film Fest, con il loro terzo lungometraggio, L’arrivo di Wang del 2011. Premiati con la medaglia al Valore, e intervistati dalla programmer del festival Silvia Moras, i due registi, sceneggiatori e produttori romani si tolgono qualche sassolino dalla scarpa, ragionando attorno al cinema e soprattutto alla necessità della genesi di Wang.

«Noi non abbiamo mai girato nemmeno un minuto di pellicola senza che ci piacesse farlo», così Marco Manetti introduce un dialogo molto ampio sulle influenze registiche del loro cinema, da Hitchcock a Carpenter, fino al Patrick Lussier di quel b-movie horror/splatter che aveva creato numerosi dibattiti critici per la sua volontà di essere, in quel momento, tra i primi titoli girati e proposti in sala in 3D: San Valentino di sangue 3D del 2009.

L'arrivo di Wang

L’arrivo di Wang

Il film di Lussier, per quanto piccolo e poco noto, diviene dunque importante, poiché sembra aver influenzato decisamente genesi e produzione di Paura 3D, il film dei Manetti successivo a L’arrivo di Wang.

Un caso particolare all’interno della loro filmografia, ma non così isolato. Basti ricordare l’altrettanto interessante Circuito Chiuso del 2012. Un horror d’ambientazione casalinga, di chiarissima impostazione americana, prodotto dai Manetti e scritto e diretto da Giorgio Amato.

L’arrivo di Wang invece non si colloca precisamente in un genere, interessante il discorso che Marco Manetti compie sul cinema di genere e la sua importanza, bensì fa suoi più registri. Da quello drammatico, la condizione di Gaia Aloisi frustrata e logorata poiché impossibilitata dinanzi a una grave violazione dei diritti umani, a quello horror, il gioco di luci a intermittenza nella parte conclusiva del film, la rincorsa tra i corridoi bui e labirintici, nonché gli ansimi, fino al noir e il thriller più canonico.

L'arrivo di Wang

L’arrivo di Wang

Così come l’ormai noto Arrival del 2016 di Denis Villeneuve, il film dei Manetti rifletteva e riflette tutt’ora sul tema del linguaggio come arma, che suscita timore e ansia nell’ascoltatore che non può comprenderlo. La necessità dunque di un tramite, una traduttrice, da porre esattamente nel mezzo di una situazione che prevede sì due pesi, ma che finisce per considerare una sola misura.

Da una parte c’è il governo (o chi per lui), che in ogni caso travolge col suo peso e le sue cariche la traduttrice impreparata e atterrita. Dall’altra una figura di dimensione ambigua, insolita e straordinaria, che non può far altro se non isolare maggiormente e allontanare il tramite del contatto, la traduttrice.

Questo è ciò che accade e che dovrebbe accadere generalmente in un film dall’impostazione così chiara. I Manetti se ne allontanano, ragionando sul contatto emotivo.

La loro traduttrice infatti, Gaia Aloisi, interpretata da un’ottima Francesca Cuttica, non diviene soltanto strumento di interpretazione, ma anche e soprattutto una figura di grande importanza, che prevede un ampio arco narrativo e una inaspettata trasformazione personale e quindi emotiva, che può valere a difesa di Wang, o a difesa del governo, per cui si è trovata a dover lavorare nel mistero e nel caos.

arrivo di Wang

L’arrivo di Wang

L’elemento centrale del film dei Manetti non è quindi identificabile nel tema fantascientifico, non subito almeno, lo sarà più giustamente nella conclusione, quanto invece nel nucleo più drammatico, intimista e in qualche modo anche politico della vicenda. Divenendo man mano una riflessione attorno alla paura di ciò che non si conosce, all’ignoto, che è possibile e corretto affrontare esclusivamente con l’uso della violenza.

La paura che genera movimento, tensione, panico e scontro, a cui prendono parte due figure diametralmente opposte, all’interno di una asettica e claustrofobica camera d’interrogatorio.

Un tenebroso e tormentato agente non meglio identificato se non con il nome di Curti (interpretato da un sempre grande e ormai compianto Ennio Fantastichini), e la già citata traduttrice, apparentemente fragile e inadeguata per il lavoro richiestole, Gaia Aloisi.

Rivedere questo film dei Manetti a distanza di anni non fa altro che aumentarne il grande peso, ruolo e coraggio, nella proposta di un modello cinematografico così poco visitato e indagato nel nostro cinema, allora come oggi, esclusi casi rari.

Una fantascienza cupa, violenta in chiave psicologica, ma anche fisica, dai toni oscuri e gelidi. Sono evidenti le influenze cinematografiche dei Manetti, che come tutti i bravi registi sanno fare, vengono veicolate nella ricerca stilistica più personale e originale. L’arrivo di Wang è una vera e propria riflessione sul tema, ancora oggi così attuale, del linguaggio come arma e il timore per l’insolito e per l’estraneo.

Leggi anche: Ravenna Nightmare Film Fest 2020 – Il brivido corre su MyMovies

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