Life on Mars? – C’è vita ne La città incantata?

Miriam Oufatah

18.11.2020

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La città incantata, in giapponese Sen to Chihiro no kamikakushi, letteralmente traducibile come “la sparizione spirituale di Sen e Chihiro”, conserva già nel suo stesso nome una poetica e una simbologia che impregnano il significato dell’intero film. Allo stesso modo, nella canzone del Duca Bianco, Life on Mars?, del 1971, le strofe sono ricche di metafore e riferimenti agli argomenti dell’epoca.

Questa doppia prospettiva, che scava nei pensieri di due ragazzine, si intreccia su due livelli, nel piano parallelo delle idee e dei sogni. Passa attraverso il cammino di formazione che entrambe le protagoniste affrontano, scontrandosi con la realtà della società degli adulti.

Le due opere hanno ricevuto, sia da parte dagli stessi autori sia da parte degli appassionati, diverse interpretazioni. In questo articolo mi concentrerò solo su alcuni aspetti. Oltre alla ricchezza metaforica, che rimanda a elementi ricorrenti nello stile di entrambi i creatori, le due opere condividono la domanda di una ragazzina che, per sfuggire a una realtà dolorosa e acerba, si chiede: c’è vita su Marte? C’è vita nella città incantata? C’è qualcosa oltre a questo?

David Bowie

David Bowie

La pellicola si apre con una triste Chihiro, persa con i suoi genitori nel bosco. È una bambina costretta a trasferirsi in un’altra città, che si confronta per la prima volta con l’amarezza di un dolore adulto: abbandonare l’amica del cuore Rumi, la propria casa e la sua scuola. Il sentimento che prova un bambino acquista forza e potenza nella freschezza della novità: una sensazione ancora dai confini sconosciuti, ignota.

Una carica emotiva che i genitori adulti sembrano aver dimenticato, ormai abituati agli sconvolgimenti della vita. Il trasferimento assume per lei la portata di un evento traumatico e la pone di fronte a una vera e propria crisi.

«It’s a God-awful small affairTo the girl with the mousy hairBut her mummy is yelling, “No”And her daddy has told her to goBut her friend is nowhere to be seenNow she walks through her sunken dreamTo the seat with the clearest viewAnd she’s hooked to the silver screen».

(David Bowie, Life on Mars?)

Entrati nella città incantata, ormai deserta, i genitori, senza curarsi minimamente delle conseguenze delle proprie azioni e come se tutto potesse essere comprato, cominciano a mangiare senza permesso e si trasformano in maiali. Chihiro si ritrova sola, alla ricerca di una via di fuga, come la ragazza della canzone: il suo amico non si è ancora presentato – Haku nel film – e lei, vedendo crollare tutte le sue certezze, osserva il mondo attraverso il cinema, che le permette un’evasione, restando incollata allo schermo e, allo stesso tempo, incastrata nella città che le presenta una dimensione irreale.

La città incantata

Chihiro e i genitori ne La città incantata di Hayao Miyazaki (2001)

Così il viaggio di entrambe s’avvia, attraverso situazioni grottesche e ripetitive, spersonalizzanti, mentre nelle due storie emerge una critica – ammessa dagli stessi autori – al lavoro e al consumismo che hanno logorato l’identità delle rispettive società di provenienza, quelle degli anni Settanta e Ottanta.

Alcuni sostengono che Marte, “il pianeta rosso”, sia una metafora dell’URSS, vista in quel periodo come possibile alternativa all’approccio capitalista e individualista dell’Occidente. Situazioni che si reiterano tanto nella scena del film proiettato nella canzone quanto nella pellicola dello Studio Ghibli. Un esempio è il lavoro di Chihiro/Sen insieme ai susuwatari, i piccoli spiriti della fuliggine.

C’è un richiamo a porre l’attenzione sul mondo vago e celato dietro le enormi produzioni destinate alla massificazione. il riferimento può essere ricondotto ai quattro stadi dell’alienazione del proletariato individuati da Marx nei suoi scritti sulla società capitalista, attraverso una critica alla borghesia – rappresentata da Yubaba e, nel parallelo con la realtà occidentale, dai nuovi ricchi del periodo successivo al boom economico – accusata di creare una divisione e un sistema di dipendenza che aumenta il divario socioeconomico tra le classi. Gli anni Settanta di Life on Mars? saranno inoltre costellati di colpi di Stato, moti studenteschi e atti terroristici di matrice politica.

«But the film is a saddening boreFor she’s lived it 10 times or moreShe could spit in the eyes of foolsAs they ask her to focus on».

(David Bowie, Life on Mars?)

Questi eventi contestuali le spingono a farsi delle domande. Compongono il percorso di crescita, l‘elaborazione necessaria per approcciare e, a tratti, evitare il confronto con le situazioni reali e sofferenti da cui provengono, verso il mondo caotico a cui vanno incontro. L’alone magico che circonda la melodia e la fantascienza new wave di Life on Mars?, impregnata delle leggende aliene su Bowie e alimentata dal recente sbarco sulla Luna, incontra l’animazione fantastica del film, che inneggia al mondo spirituale e mistico, testimoniando il desiderio di immaginare qualcosa oltre, di allontanarsi. Elevarsi.

David Bowie ci dice che la ragazza ha visto più volte il film e non ha intenzione di ascoltare il consiglio di concentrarsi sui dettagli che la circondano. Gli schemi cinematografici riproposti nel testo della canzone le sembrano ormai banali: i marinai che si picchiano nei film anni Cinquanta, l’equivoco del poliziotto che arresta la persona sbagliata. La ragazza li osserva senza attenzione, annoiata e distante da quel mondo. Bowie le fa chiedere: loro sapranno mai di essere nello spettacolo di maggior successo? Di essere inconsapevoli protagonisti della loro vita?

«Oh man, look at those cavemen goIt’s the freakiest show».

(David Bowie, Life on Mars?)

È Haku, invece, nel film, a riportare Chihiro all’importanza dell’unicità e del dettaglio di una storia reale, attraverso il particolare del nome. In quel mondo, è l’unica cosa che le appartiene: è il nome a conservare la sua identità. Lei riesce a ricordarlo anche grazie al biglietto di Rumi. Comprende così il valore identificativo dell’amicizia. È attraverso l’amore di Haku, che ricorda solo il nome di Chihiro, che lei non scompare. L’amore diventa un elemento di riconoscimento. Lui glielo rivela proprio quando lei comincia a dimenticare se stessa, a spersonalizzarsi.

I kanji che compongono il nome Chihiro possono essere interpretati come “mille” e “ricerca”; Yubaba, trasformandolo in “Sen”, il nome che le assegna per il lavoro, le sottrae un carattere e lascia solo il significato “mille”. La lascia così nella vacuità di un numero, come la “decima” replica del film della canzone, privandola della possibilità di appartenere al suo vero io e di approfondire il suo destino. Di cercare tra i mille, di concentrarsi.

La città incantata

Chihiro e Haku in La città incantata di Hiyao Miyazaki (2001)

Finché esplode la domanda di evasione dalla realtà: per la ragazza della canzone e per Chihiro, dal lavoro alle terme. «Is there life on Mars?», c‘è vita nella città incantata?

Allora il viaggio formativo che stanno affrontando evolve. È come nella curata e poetica scena del treno, in cui Chihiro si allontana dal palazzo di Yubaba, quasi persa nello spazio, e abbandona, in senso metaforico, la terra conosciuta fino a quel momento. Abbandona le nuove certezze, compiendo un ennesimo passo verso l’ignoto e la maturazione.

«It’s on America’s tortured browThat Mickey Mouse has grown up a cowNow the workers have struck for fame […]».

(David Bowie, Life on Mars?)

L’ulteriore incontro è tra Senza Volto e il Mickey Mouse della canzone: il capitalismo, la monetizzazione anche di un prodotto per l’infanzia che investe e ingrassa come una mucca da prosciugare, l’America e il Giappone. Lo spirito, che è l’unico a non esistere davvero tra quelli citati dalla pellicola nella tradizione giapponese, rappresenta una novità. Indossa una maschera kabuki e si manifesta sotto forma di ombra, fagocitando anche gli altri personaggi in cambio dell’oro.

Convinto di avere così ottenuto l’approvazione di Chihiro, l’unica amica che abbia mai avuto e che si sia mostrata gentile nei suoi confronti, Senza Volto continua ad accumulare e a consumare. Tuttavia, Chihiro, nonostante il contesto avverso, non smette di condividere le risorse che le arrivano. Senza Voto non consuma il cibo per nutrirsi davvero: ingigantisce e produce per alimentare l’avidità degli altri spiriti presenti, in cerca della loro approvazione.

«See the mice in their million hordesFrom Ibiza to the Norfolk Broads […]».

(David Bowie, Life on Mars?)

Allo stesso modo, il consumismo è rappresentato dai topi nella canzone: le masse che viaggiano verso le mete più ambite non per un interesse autentico, ma come vittime di un sistema. I topolini citati si rifanno a una filastrocca inglese Three Blind Mice, in cui tre topi ciechi inseguono la moglie del fattore, cercando di vendicarsi dopo che questa ha tagliato loro la coda.

La città incantata

Chihiro e il Senza Volto in La città incantata di Hayao Miyazaki (2001)

In entrambe le storie, le protagoniste si rendono conto, attraverso il viaggio di evasione, l’esperienza tra gli spiriti e l’ambizione verso un mondo migliore, dello scontro inevitabile e formativo con la società degli adulti. È il disincanto che accompagna la fine dell’infanzia e che, con l’avvento dell’adolescenza, presenta per la prima volta esperienze universali, rese uniche dal vissuto dell’individuo e delle scelte con cui ciascuno decide di affrontarle.

«But the film is a saddening bore‘Cause I wrote it 10 times or moreIt’s about to be writ againAs I ask you to focus on».

(David Bowie, Life on Mars?)

Così Bowie dice a se stesso che riscrive sempre lo stesso genere di canzone e che sta per farlo ancora una volta proprio con Life on Mars?, ma questa volta è lui a chiedere alla ragazza del suo testo di concentrarsi, di osservare. Ora che conosce meglio il contesto sociale del mondo, la sua vastità e il suo sviluppo consequenziale e perpetuo, suggerisce che siano proprio i dettagli e i particolari a caratterizzare a rendere unica quella canzone, quella storia, quella persona: il viaggio di ognuno di noi.

È così che non ci si perde; è così che ogni individuo può apportare il suo contributo alla società. Le scelte e le responsabilità individuali si inseriscono in un contesto globale. La creatività e l’energia di Chihiro diventano una ricchezza personale messa liberamente al servizio libero dello sviluppo collettivo, non una risorsa accumulata per esercitare potere e alimentare la sovrapproduzione.

Chihiro, grazie alla forza della sua maturazione gentile e dell’amore, che assume una forma specifica per ogni individuo, riesce finalmente a ricordare, attraverso il proprio irripetibile vissuto personale, il nome vero di Haku, liberandolo e restituendogli la possibilità di tornare a casa.

Chihiro e Haku in La città incantata di Hayao Miyazaki (2001)

Nella scena finale brilla l’elastico di Chihiro, regalatole da Zeniba come ricompensa per la sua gentilezza e per le azioni compiute. Un simbolo che rimane presente anche nel mondo reale, segno della crescita della protagonista e della speranza di una possibilità oltre, della sua indole altruista. È come l’urlo finale di David Bowie che torna a chiedere: «Is there life on Mars?».

E la risposta si perde nella musica strumentale, a tratti epica, che porta il pezzo a concludersi in voli pindarici, come un’astronave a spasso nell’universo. Sarà solo lo squillo di un telefono a spezzare la dimensione onirica e a richiamarci alla realtà, ma solo dopo aver vissuto e sognato qualcosa oltre, dentro la musica o in una città incantata.

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Autore

  • Miriam Oufatah

    Cameriera a tempo perso e caffeinomane. Sono la ragazza con il bicchiere d'acqua di Renoir, una Manic Pixie Dream Girl che non ce l'ha fatta. Mi perdo spesso, soprattutto tra le virgole. Prima scrivevo per Cavalli e Segugi...

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