«Si alza il vento, bisogna tentare di vivere».
(Paul Valéry)
Queste le parole che fanno da cornice all’ultimo armonioso quadro dipinto da Hayao Miyazaki. Queste le parole che eternamente ritornano e pervadono la narrazione di Si alza il vento, la vita di Jirō e il suo sogno di diventare progettista d’aerei. Le pennellate dell’artista giapponese immergono lo spettatore in un mondo visionario, dove il senso di meraviglia, di aristotelica memoria, trova la sua autentica espressione.
Si alza il vento, dunque, e l’accadere destinale del mondo porta il piccolo Jirō a essere miope, scoprendosi così impossibilitato a pilotare gli aerei e negando, apparentemente, proprio ciò che più lo appassionava. Tuttavia, quel medesimo accadere gli dona la possibilità della poiesis: la costruzione dei suoi amati aerei, la progettazione di Sé nella realizzazione del proprio sogno. Divenendo ciò che sembra destinato a essere, Jirō diventa uno dei più grandi progettisti d’aerei della storia giapponese, manifestando il proprio sentimento per la vita nel sogno che insegue e nell’amore per la dolce Nahoko.

Jirō e Nahoko in Si alza il vento di Hayao Miyazaki (2013)
La sua aspirazione si realizzò, ma se per qualcuno gli aerei sono una ragione di vita, per altri sono una ragione di morte. Durante la Seconda guerra mondiale, infatti, il Giappone utilizzò gli aerei progettati da Jirō per scopi tragicamente bellici, trasformando il sogno in incubo, l’affermazione in negazione, rivelando così come l’andamento del vento sia eternamente imprevedibile.
Invero, quello stesso vento che, con un soffio, gli portò la donna della sua storia, con un altro gliela tolse, essendo lei, per caso o per destino, affetta da tubercolosi.
Le pennellate finali del quadro filmico mostrano Jirō perso in un mondo nel quale entrambi i suoi ideali sembrano essere andati in fumo. Tuttavia, in un sogno, il protagonista incontra Caproni, il proprio mentore, che lo convince a non rimpiangere la costruzione dei suoi aerei, nonostante siano stati destinati alla sofferenza umana; e incontra il suo amore, la defunta Nahoko, che lo esorta a vivere, a urlare «Sì» alla vita, nonostante tutto.
Alcune tra le ultime parole cinematografiche di Hayao Miyazaki al mondo, infatti, provengono dalle dolci labbra di Nahoko che sussurra:
Nahoko: «Vivi, vivi!».
Esattamente quel «Vivi!» che incarna Alejandro Jodorowsky ne La danza della realtà (2013), quando, durante un atto psicomagico, sollecita se stesso bambino a non gettarsi da un dirupo.
«Fermati!
Non saltare.
Non sei solo.
Sei con me.
Tu quanto sarai…lo sei già.
Quello che cerchi…è già in te.
Sii felice delle tue sofferenze: grazie a esse arriverai a me.
E io chi sarò da qui a vent’anni?
Da qui a cento, a diecimila?
Continuerà la mia coscienza ad avere bisogno di un corpo?
Io, per te, ancora non esisto.
Tu per me, non esisti più.
Alla fine del tempo,
quando la materia inizia il cammino di ritorno,
al punto d’origine, saremo stati, tu ed io, solo ricordi.
Mai realtà.
Qualcuno ci sogna: affidati all’illusione,
vivi!».(Alejandro Jodorowsky, La danza de la realidad)
Jodorowsky, per redimersi da un passato nel quale non trovava se stesso, immerso nelle trame di un padre dispotico e violento, una madre incapace di amarlo come avrebbe dovuto e di una società che non lo accettava per ciò che semplicemente era, decide di riscrivere la propria narrazione, di raccontarsi un’altra storia, nella quale i genitori trovano la propria redenzione: il padre attraverso un percorso cristologico e la madre attraverso il canto lirico.
Per redimersi dai propri demoni, il poeta cileno racconta non ciò che fu, ma ciò che avrebbe voluto che fosse. Eppure, paradossalmente, quel «ciò che fu» divenne «ciò che volle che fosse», poiché furono proprio le disgrazie e le sofferenze che fu condannato a subire a renderlo ciò che è oggi, a metterlo in condizione di affrontare i propri demoni, abbracciandoli e accogliendoli.

Alejandro Jodorowsky
«Vivi!» ci esorta Jodorowsky, perché solo affidandoci all’illusione troveremo una risposta, e quella risposta, canta Bob Dylan, sta soffiando nel vento.
«The answer my friend, is blowing in the wind
The answer is blowing in the wind».(Bob Dylan, Blowin’ in the Wind)
Vento come metafora dell’accadere del mondo, quel flusso di realtà che succede, semplicemente, senza un come o un perché, senza alcun valore etico o razionale, soffiando al di là del bene e del male. Un vento che, come l’eterno scorrere del fiume eracliteo, con il suo fischio ci invita a seguirlo, a coglierne l’essenziale e irripetibile attimo, mostrando come, nella sua imprevedibilità, l’assenza di un fine ultimo e assoluto apra a un teatro di possibilità potenzialmente infinito.
Stiamo parlando di quel vento che portò un terremoto sconvolgente nella città giapponese, ma che permise l’incontro tra Jirō e Nahoko. Quello stesso vento che destinò un piccolo Alejandro a genitori repressi e incapaci di aprirsi alla sua innocente sensibilità, ma che gli consentì di divenire il poeta senza fine, capace di redimersi persino dal proprio passato. Ed è lo stesso vento che causò la malattia e la follia di un profetico Nietzsche, ma che lo innalzò a essere voce delle sorti dell’Occidente.

Friedrich Nietzsche
Ma cosa lega un fumettista giapponese, convinto che le anime dei bambini siano le eredi della memoria storica delle generazioni precedenti, un ebreo nel Cile fascista che compie atti psicomagici e un filosofo tedesco, ritenuto da alcuni, in passato, fondamento ideologico del nazismo?
Il segreto ultimo che necessitano di confessare: amor fati.
«La mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non voler nulla di diverso, né dietro né davanti a sé, per tutta l’eternità. Non solo sopportare, e tanto meno dissimulare il necessario, ma amarlo».
(Friedrich Nietzsche, Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è)
Questa pratica esistenziale che avvicina autori così divergenti e, eppure, così vicini, è in grado di trascendere culture, epoche storiche e spazi geografici. In questo eterno polemos tra opposti, l’amor fati permette l’incontro tra Oriente e Occidente, anima e corpo, destino e contingenza, determinismo e libero arbitrio, amore e odio, in un unicum che è l’eterno accadere della vita.
È il dire «Sì» alla vita, il desiderare le proprie sofferenze, l’accettare e assumere il proprio destino nelle sue forme più assurde e tragiche, così come in quelle più autentiche e genuine.
Questo modo di esistere, che trova una formulazione nell’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, secondo cui «bisogna trasformare la contingenza in passione», è reso manifesto dalle ultime parole dell’ultimo protagonista di Miyazaki, che, con il vento che gli soffia sul volto, sussurra «Ti ringrazio, ti ringrazio».

Jirō e Caproni in Si alza il vento di Hayao Miyazaki (2013)
In un luogo in cui l’accadere della vita si fa strada, destinale o contingente ormai poco importa, la scelta da compiere è continuare a camminare, accettando l’accadere così come si presenta e seguendo quella narrazione che diviene autentica solo quando si decide di prenderne parte attivamente. E, in tale scelta, il contingente si svela destino.
Nella danza della realtà, Si alza il vento, direbbe Nietzsche.
Forse la libertà risiede proprio nell’assecondare tale necessità. Forse la risposta sta soffiando nel vento, direbbe il buon vecchio Bob Dylan, e a noi non resta che inseguirla.
«Si alza il vento, bisogna tentare di vivere».
(Paul Valéry)




