The Dreamers – Bertolucci e la nouvelle vague

Eugenio Grenna

26.11.2020

Resta Aggiornato

Matthew si guarda attorno, meravigliato e aperto a ricevere tutte quelle sensazioni e quegli impulsi di libertà, passione e stravaganza della Parigi di fine anni Sessanta, mentre una voce fuori campo (voice-over) ci informa che quel momento è l’inizio di tutto. Così comincia The Dreamers – I sognatori (2003), lo splendido penultimo film del maestro ormai compianto, ma in qualche modo immortale, Bernardo Bertolucci.

L’iniziazione di Matthew agli insaziabili, ossia i cinefili più estremi ad appassionati, quelli che siedono nelle prime file delle sale buie e colme di spettatori della Cinémathèque française. Pur di ricevere per primi le immagini che giungono dagli schermi, ancora nuove e fresche, prima che divengano altro, avanzando lungo le file fino a tornare alla cabina di proiezione, annullandosi di fatto, per poi rivivere in un’occasione futura immagini non più nuove.

The Dreamers ragiona proprio su questo elemento: sul cinema come filtro della realtà, o, meglio ancora, come specchio della realtà.

Ma non la realtà di allora, quanto piuttosto quella personale e idilliaca di Bernardo Bertolucci e Gilbert Adair, sceneggiatore del film e autore del romanzo da cui The Dreamers è tratto, The Holy Innocents (1988).

The Dreamers

Locandina di The Dreamers – I sognatori di Bernardo Bertolucci (2003)

Non è casuale la riflessione attorno allo specchio della realtà, poiché il cinema di Bertolucci riprende alcuni temi cari alla Nouvelle Vague, che muoveva i propri intenti proprio a partire da questa concezione, già proposta dal Neorealismo.

La corrente francese rappresentava una svolta per il suo pubblico, che si recava nelle sale in cerca di una voce e di un pensiero distanti dal modello cinematografico hollywoodiano. Era la ricerca di una rottura degli schemi classici.

Anni dopo l’uscita di The Dreamers, gli stessi Bertolucci e Adair rifletteranno sul modo in cui la Nouvelle Vague aveva creato una sorta di cortocircuito.

La corrente francese rappresentava sì il cinema come specchio dei tempi, sia dal punto di vista formale sia da quello dei contenuti, ma allo stesso tempo proponeva un modello cinematografico non così distante da quello americano, anzi, fin troppo simile: scenari francesi e nuovi stili registici, fatti talvolta di imperfezioni e di intuizioni del tutto inedite, ma pur sempre d’importazione americana.

Bernardo Bertolucci, dunque, da grande storico prima e da regista attento poi, realizza con The Dreamers una vera e propria lezione di storia del cinema, facendone al tempo stesso il suo film più sentito e intimista: un’opera che racconta un periodo storico cruciale per il cinema e per l’evoluzione della società e, di conseguenza, della sessualità, tema molto caro a Bertolucci.

The Dreamers

Theo e Matthew in The Dreamers – I sognatori di Bernardo Bertolucci (2003)

Il Sessantotto viene quindi rappresentato nel suo clima rivoluzionario, caotico e conflittuale, vissuto da lontano (interessante, ad esempio, il dialogo a cena tra il padre di famiglia e i tre ragazzi, incentrato sull’importanza di vivere e osservare la fase storica dall’esterno, dall’alto), ma sotterraneamente presente e sul punto di esplodere, raggiungendo l’apice nel contatto, nell’incontro-scontro con la morte.

The Dreamers racconta dunque un momento storico di rivoluzione, un pensiero che evolve, facendosi speranza e poi forte desiderio di cambiamento.

Nasce così un legame tra desiderio di rivoluzione e desiderio erotico, che trova nelle ombre dell’incesto e nella morbosità di un rapporto prima familiare e poi passionale la chiave d’interpretazione di tutto ciò che esiste, seppur celato, sbagliato e immaturo in chi vorrebbe farsi protagonista di quella battaglia intellettuale, inizialmente sotterranea e poi sempre più presente.

Una battaglia che Bertolucci combatte principalmente attraverso il sentimento della nostalgia e, quindi, attraverso la memoria del cinema e l’uso di frammenti e sequenze di veri e propri capisaldi. Tutto questo diventa non soltanto un espediente stilistico, ma anche e soprattutto un elemento chiave per alcuni sviluppi del film.

The Dreamers

Isabelle, Theo e Matthew in The Dreamers – I sognatori di Bernardo Bertolucci (2003)

La cinefilia, infatti, assume il ruolo di trappola, generando effetti talvolta pericolosi. Lo vediamo sin dal primo incontro tra i tre ragazzi: Matthew (Michael Pitt), Isabelle (Eva Green) e Théo (Louis Garrel), intenti a risolvere un quiz sul cinema, il cui mancato superamento può comportare un’azione da subire o da compiere, quasi sempre legata alla sfera sessuale.

L’amore viscerale per il cinema unisce dunque un giovane ragazzo americano, Matthew, a due figure – quelle dei gemelli Isabelle e Théo – temibili e contagiose nel loro modo di vivere l’unione, l’amore e il legame che li unisce.

Ma anche l’amicizia, in un modo del tutto estraneo alle logiche della società, e poi del contesto sociale e politico di cui inevitabilmente fanno parte.

Le citazioni con cui Bertolucci riempie la sua lezione di storia del cinema, profondamente intimista e sensuale, entrano a far parte del tessuto narrativo del film, che si arricchisce, diventando ancora più denso e attrattivo.

Da Gioventù bruciata di Nicholas Ray a Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, passando per La regina Cristina di Rouben Mamoulian, Luci della città di Charlie Chaplin e Bande à part di Jean-Luc Godard, fino a Scarface di Howard Hawks e Freaks di Tod Browning.

The Dreamers

Isabelle in The Dreamers – I sognatori di Bernardo Bertolucci (2003)

Un interesse per il cinema maniacale, tanto da parte di Bernardo Bertolucci quanto da parte dei tre ragazzi. Ma non si tratta di un semplice gioco cinefilo, utile soprattutto a comprendere l’epoca in cui i protagonisti si stanno muovendo e innamorando pericolosamente.

È comunque la genesi di un mondo che, per quanto piccolo, poiché isolato tra le mura di un appartamento borghese parigino, già esisteva in una forma differente, solitaria. Un mondo vissuto sui e con i corpi dei gemelli, che trova un’improvvisa e apparentemente perfetta mutazione e armonia con l’arrivo della terza figura.

Il cinema di Bertolucci, d’altronde, ha sempre ragionato attorno all’imprevisto che, presentandosi improvvisamente, può generare caos, violenza, inizio e fine.

Per quanto riguarda The Dreamers, ciò che la terza figura (Matthew) porta nell’appartamento è anche il caso: quello del fuoco e del momento che nasce al di fuori del copione, dando avvio a una forma di vita reale, e non più fittizia, di questo rapporto magico e, per certi versi, illecito tra i ragazzi.

Il fuoco e i capelli di Isabelle richiamano quell’idea di cinema tanto cara a Bertolucci: l’idea della porta aperta di Jean Renoir e del rifiuto totale del reality show.

In conclusione, come Bertolucci stesso consigliava, è bene approcciarsi a questo film tenendo sempre a mente il suo titolo. I suoi ragazzi sono veri e propri sognatori, che fanno del sogno un’ultima forma di anarchia.

Sono terribilmente affamati di vita, erotismo e cambiamento e vivono nell’ebrezza di un idillio celato, scomodo perché così vicino alla morte. Un racconto di formazione estremamente doloroso, poetico e sentito sulla cinefilia, su un momento specifico della giovinezza e, poi, sulla rivolta, individuale e collettiva, nei confronti di una grande illusione.

Così come Bertolucci si concentra sullo sguardo meravigliato e pieno di speranze di Matthew nella scena d’apertura, lo stesso avviene nella scena conclusiva, in cui lo sguardo di Matthew viene privato di qualsiasi speranza e della volontà di reagire e unirsi alla rivolta violenta della folla. Ed è la fine, e forse l’inizio di una nuova ricerca individuale.

Leggi anche: Sul significato di The Dreamers – Fuori la Vita, dentro l’Arte

Autore

  • Eugenio Grenna

    "Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. "
    Martin Scorsese

Share This