Fino all’ultimo respiro – Per una Rivoluzione del cinema francese

Luca Mancini

Aprile 10, 2020

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Poche cose nella storia del cinema sono paragonabili, per potenza innovatrice, a Fino all’ultimo respiro, lo sbeffeggiante esordio di Jean-Luc Godard con un lungometraggio. Il suo primo film infatti si pone come cesura fondamentale all’interno di una scena che prediligeva i toni moralizzanti del documentario, nella pretesa di rifondare l’identità francese dopo i traumi della guerra fredda e della guerra d’Algeria.

Siamo agli inizi del cinema moderno: in quel periodo l’Europa veniva scossa dal neorealismo italiano, che aveva aperto la strada dell’autorialità e della reinterpretazione delle regole filmiche tradizionali, e mentre in Italia questa nuova scuola di registi raccoglieva le macerie della seconda guerra mondiale trasformandole in nuove architetture su pellicola, in Francia un gruppo di giovani critici prendeva coraggio e fondava quello che sarebbe stato il presupposto teorico della pratica futura.

I Cahiers du Cinéma furono il luogo prediletto per i futuri protagonisti della Nouvelle Vague per porre le basi di un nuovo cinema, lontano dai paradigmi del cinema francese contemporaneo. Sulle pagine dei Cahiers, gran parte dei protagonisti della Nouvelle Vague parlano per la prima volta di concetti importanti come ‘la politica degli autori’ e il cosiddetto ‘stile’, riconoscendo un ruolo importante nella produzione filmica all’inventività del regista e dello sceneggiatore, non più semplici funzionari al servizio della produzione ma liberi artisti in grado di creare dal nulla qualcosa di nuovo.

La parola d’ordine era innovazione, e i postulati teorici divennero pratici ben presto, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, fino ad arrivare a quello che viene comunemente segnalato come l’anno della svolta: il 1960. In quest’anno uscirono tre dei più importanti film della Nouvelle Vague, che proseguirono sul sentiero tracciato dal successo de I 400 Colpi di Truffaut.

Fra questi tre film quello che più violentemente decise di rompere le regole formali del cinema contemporaneo fu Fino all’ultimo respiro di Godard.

Fino all'ultimo respiro

Fino all’ultimo respiro

Il primo lungometraggio del regista francese fu una vera e propria rivoluzione, a prescindere dalle varie analisi critiche. Sebbene infatti non tutte le analisi sono concordi sul valore artistico della pellicola, anche il più arcigno dei critici deve riconoscere la potenza destrutturante della messa in scena adottata da Godard. L’opera introduce per la prima volta nella storia del cinema quelli che passarono poi alla storia come jump-cut, ovvero un’operazione di montaggio che consiste nel lavorare per ellissi, omettendo parti della sequenza al fine di spezzare la coerenza visiva (e narrativa) del testo filmico.

Quello che interessava a Godard in Fino all’ultimo respiro era proprio allontanarsi il più possibile da quello stile documentaristico predominante nei film dell’epoca, e farlo attraverso la rottura delle principali regole narrative, fu una scelta coraggiosa e allo stesso tempo vincente.

Già nella prima sequenza la pellicola mette in gioco un discorso complesso e frenetico: il protagonista, su un’auto rubata, viene inseguito da due poliziotti a causa della velocità di guida, e ne uccide uno per non essere scoperto.

Quello che potrebbe essere semplicemente l’incipit di un film noir classico, viene tuttavia rappresentato in un modo nuovo, attraverso i summenzionati jump-cut che rompono la continuità del testo, ma anche utilizzando una regia molto movimentata che rifiuta categoricamente le classiche riprese in retro-proiezione. La telecamera è posta nella macchina, al fianco del guidatore/protagonista Jean-Paul Belmondo, che si rivolge addirittura direttamente alla macchina da presa, e di conseguenza, allo spettatore interrompendo la classica illusione di finzione.

In Fino all’ultimo respiro la volontà di muoversi in una direzione che sia veramente realistica, e non frutto di una ricerca forzata e artificiosa del realismo ad ogni costo, arriva a sfondare il muro che divide lo spettatore dalla pellicola, e in questo senso va letto anche l’uso di una luce naturale, inespressiva. Il realismo decantato sulle pagine dei Cahiers e trasformato in forma filmica da Godard, presuppone allora il completo superamento della falsità cinematografica.

Nel momento in cui il regista decide di muoversi liberamente, senza l’ausilio degli artifici con cui il cinema aveva lavorato fino a quel momento, arrivando persino a far parlare i personaggi con lo spettatore, ecco che cala il sipario di una recita che le pellicole del periodo andavano sostenendo ormai da troppo tempo.

Il cinema è finzione ed è bene che lo spettatore ne sia consapevole, e questa è la più grande verità che Godard potesse rivelare, è questa la rivoluzione del cinema moderno.

fino all ultimo respiro

È proprio questa liberazione dal passato a permettere l’indipendenza, etica ed economica, di Godard. Non va dimenticato infatti che Fino all’ultimo respiro, come parecchi film della Nouvelle Vague, venne girato con un budget molto limitato. Ancora una volta, come del resto avvenne ai tempi del neorealismo, basso budget significò grande libertà. Essa tuttavia non riguardava solamente il discorso legato alla messa in scena e al montaggio, ma anche quello relativo all’utilizzo della sceneggiatura.

Il soggetto del film, elaborato da Trauffaut, viene trattato in maniera molto singolare. La storia è chiaramente riconducibile al filone del noir e del crime movie, tuttavia largo spazio è dedicato all’introspezione dei due personaggi, impegnati in una complicata e atipica storia d’amore.

Da una parte il criminale Michel, egoista, ingannatore, seduttore; dall’altro l’innocente e seducente Patricia, una ragazza americana che sogna l’indipendenza ed è alla continua ricerca del suo posto nel mondo. Nel film di Godard, la relazione fra i due diventa occasione per riflettere su se stessi specchiandosi nell’altro.

In questo senso va interpretato l’ampio spazio dedicato in  Fino all’ultimo respiro alle sequenze in cui i due personaggi semplicemente parlano.

Uno squilibrio che toglie peso alle scene di violenza, più prettamente legate al genere di riferimento, per istituire un linguaggio che va oltre la tradizione, alla ricerca di una nuova strada interiore: per questo è fondamentale la lunga scena ambientata nell’hotel in cui alloggia Patricia, la più lunga dell’intero film. In essa i due parlano liberamente, mentre Godard si muove all’interno della stanza in una traiettoria indefinita che segue il filo dei pensieri dei due amanti.

Non c’è un filo che lega i discorsi dei personaggi, se non un principio vago di libera associazione. Siamo lontani dalle rigide sceneggiature della classicità: il copione, se ce n’è uno, serve come trampolino per librarsi in aria attraverso un’improvvisazione naturalistica degli attori. Coerentemente con le riflessioni sull’autorialità infatti, largo spazio viene concesso all’inventività delle figure artistiche tra cui spicca quella del regista. Non è un mistero che Godard non avesse un piano preciso: effettuò le riprese in base alle sensazioni della giornata.

fino all ultimo respiro

La fortuna di Fino all’ultimo respiro, e della Nouvelle Vague in generale, fu quella di trasportare in forma visiva i presupposti dei Cahiers du Cinéma, e di situarsi in un contesto storico molto favorevole alla nascita di un nuovo cinema francese.

L’identità del paese infatti, lungamente ricercata senza grande successo dalla scena documentaristica del periodo, potè così trovare sbocco nei propositi di cambiamento espressi dai giovani autori provenienti dai Cahiers. Non è un caso che nel film di Godard si faccia più volte riferimento alla cultura francese, confrontata dal protagonista, con intenti dispregiativi, ad altre culture ritenute migliori per vari motivi.

L’affermazione di un cinema profondamente francese divenne quindi, grazie alla Nouvelle Vague, un nuovo ed efficace metodo per costruire l’identità di un paese confuso, diviso e antiquato, che trovò nuovi modi per rappresentarsi. La frenesia della vita mondana del periodo, le condizioni delle classi disagiate, i problemi dei giovani francesi, la Nouvelle Vague diede una nuova voce a tutti. Il film di Godard poi, più di altri, venne accolto come un’innovazione per il suo modo di raccontare in maniera fresca una storia che sapeva di stantio.

La pellicola ha aperto la strada alle successive sperimentazioni in campo cinematografico e non solo, costruendo le basi per una necessaria reinterpretazione del cinema e dell’identità francese, a cui stava stretto il cinema tradizionale. Come ripete più volte nel corso del film il protagonista Michel Poiccard, impavido criminale in fuga dalla giustizia e anche (simbolicamente) dal proprio passato, avere paura è la cosa peggiore che possa fare un essere umano, ma se di paura di parla, allora Fino all’ultimo respiro si situa nella direzione opposta, quella di chi ha avuto il coraggio di cambiare per sempre la storia del cinema.

 

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