Novecento – L’ultimo atto di un film immenso

Francesco Gamberini

Aprile 27, 2018

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Attraverso la tecnica dell’affresco storico, Bertolucci racconta la lotta di classe tra contadini e padroni, individuando nei due protagonisti i poli simbolici su cui poggia la narrazione. Il regista italiano realizza un’opera che trova nell’Emilia e nel Novecento un mondo perduto che oggi non esiste più, in cui può nascere un’idea di un cinema omaggio alla terra e al passato.

Novecento ha inizio nel 1901, anno della morte di Verdi, in una grande azienda agricola emiliana. Qui nascono due bambini: Alfredo (Robert De Niro), figlio di ricchi proprietari terrieri, e Olmo (Gérard Depardieu), figlio di umili contadini. Nonostante la disparità sociale, i due diventano amici.

Attraverso le loro vicende personali si dispiegano davanti ai nostri occhi cinquant’anni di storia italiana: le lotte socialiste dei contadini, lo scoppio della Grande guerra, la nascita del fascismo e la sua ascesa al potere, la Seconda Guerra Mondiale, la caduta del fascismo e, infine, la feroce guerra civile. Il film finisce poi il 25 aprile 1945, giorno della liberazione.

Novecento
Alfredo (Robert de Niro) e Olmo (Gérard Depardieu)

L’elemento della morte di Verdi ci fa capire fin da subito il respiro lirico di Novecento: infatti, come un melodramma è concepito in due atti. Nell’Atto primo assistiamo al getto delle basi della narrazione, mentre nel secondo assistiamo al climax della tensione emotiva e alla sua definitiva dissoluzione. La colonna sonora di Ennio Morricone, che ricorda il tono e l’andamento del melodramma verdiano, sottolinea i passaggi più drammatici della sceneggiatura, riuscendo ancora di più a ricreare l’atmosfera, ora cruenta ora sognante, del primo Novecento.

Tuttavia, nonostante il film abbia la portata di una grande opera teatrale, l’andamento è scandito dal ciclo delle stagioni, come il lavoro dei contadini.

Così l’estate simboleggia l’infanzia. I protagonisti poi crescono ed è autunno. L’inverno coincide con l’avvento del fascismo e il film si fa più dark con i personaggi di Attila e Regina, due veri mostri. Con l’arrivo della primavera, infine, i due protagonisti si riavvicinano a fine guerra e l’Italia viene liberata.

La fotografia ritrae con una cura maniacale il mondo contadino del primo Novecento. Attraverso uno studio artistico molto approfondito, essa traspone sullo schermo una serie di influenze pittoriche ottocentesche che vanno dal realismo di Miller e Courbet alla pittura italiana di Lega, Fattori e Pelizza da Volpedo.

Novecento
Ritratto emblematico del contadino novecentesco

«Quando ho concepito il film pensavo sarebbe stato un ponte tra Unione Sovietica e Stati Uniti.[…] Pensavo di poter fare ciò che volevo io, pensavo che il cinema potesse cambiare il mondo».

(Bernardo Bertolucci)

L’impresa di Bertolucci sembra ancora oggi al limite dell’impossibile. Chi oserebbe mai raccontare cinquant’anni di storia italiana vista con gli occhi di due uomini legati da un rapporto di amore-odio?. Per molti si tratta di un progetto folle, per il regista una sfida possibile. Stimolato dagli ideali di Berlinguer e dal fervore del compromesso storico, egli decide di realizzare un film storico e ideologico che possa conciliare il cinema di propaganda sovietico con quello classico hollywoodiano.

Il risultato è Novecento: un’opera che inneggia alla lotta di classe e alla rivoluzione, secondo il modello di Ejzenstejn, ma che di fatto nasce proprio dal modo di produzione del cinema capitalista di Griffith. Il regista, sempre fedele al suo stile, qui più che mai, riesce a fondere completamente le due matrici della sua poetica: il respiro epico e l’anima intimista.

Così facendo, Bertolucci omaggia sia Godard, con l’ideale politico, che Visconti, con la ricostruzione storica e l’atmosfera decadente. Tuttavia, ciò che Bertolucci vuole davvero è dialogare col suo amico e maestro di sempre: Pier Paolo Pasolini.

«Pier Paolo con i suoi saggi raccontava la trasformazione sociologica e culturale dell’Italia, da paese contadino a consumistico. Volevo mostrargli che quell’innocenza contadina che lui riteneva sparita c’era ancora. Che i contadini emiliani erano riusciti a preservare, grazie al socialismo, la loro identità culturale. E poi volevo raccontare la grande utopia, la rivoluzione contadina».

(Bernardo Bertolucci)

Novecento
La Rivoluzione Contadina

Come Pasolini, Bertolucci si concentra sull’antropologia dell’individuo e sul suo relazionarsi ai mutamenti politico-sociali. Bertolucci cerca di cogliere la violenza e la naturalezza che portano l’uomo a inserirsi nella storia e a compiere le azioni, anche brutali, che vengono a formare il processo storico. Novecento è chiaramente un film politico e sociale, intriso di una forte vena marxista. Tuttavia, per quanto sia accurato nella ricostruzione storica e sincero nel messaggio, risulta comunque parecchio manicheo.

Nel delineare i due schieramenti, infatti, i contadini comunisti appaiono sempre come degli eroi pieni di nobili ideali, mentre i fascisti sembrano tutti sadici aguzzini senza scrupoli. Sicuramente di parte, Novecento rimane comunque un’opera utopica dal forte valore storico che oggi più che mai deve essere riscoperta.

 

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