I vitelloni – Istantanea sull’insoddisfazione giovanile

Sabrina Pate

Dicembre 26, 2020

Resta Aggiornato

I “vitelloni” – un appellativo regionale che secondo la leggenda sarebbe rivolto allo stesso giovane Fellini – sono cinque giovani fannulloni della provincia romagnola che trascorrono le loro giornate bighellonando qua e là. Fellini mette sulla scena nel suo secondo film e mezzo – dopo Luci del varietà (1950), firmato con Alberto Lattuada, e Lo sceicco bianco (1952) – un ritratto veritiero, ma sempre filtrato tanto dalla sua esperienza personale quanto dal sogno e dall’immaginazione, degli usi e dei costumi dell’Italia degli anni Cinquanta, incarnati da questa piccola combriccola di giovani nullafacenti: Alberto (Sordi), Fausto (Fabrizi), Moraldo (Interlenghi), Leopoldo (Trieste) e Riccardo (Fellini), fratello dello stesso regista.

Lo stesso Alberto Sordi, d’altro canto, la cui presenza nel film fu per altro osteggiata dai distributori, incarna notoriamente i difetti e la cattiva coscienza degli italiani, un giudizio espresso emblematicamente nella celebre battuta di Nanni Moretti in Ecce bombo: «Te lo meriti Alberto Sordi!».

Presente infelice e speranza futura

In questo terzo capitolo del suo realismo di costume, Fellini ripercorre la sua adolescenza facendoci entrare nel suo mondo personale, filtrato dall’esperienza di questi cinque personaggi, ognuno con qualche sogno o speranza, ma bloccati nell’immobilismo della vita di provincia. Con tinte comiche, ma al tempo stesso malinconiche, quello che il regista riminese ci offre è esattamente un’istantanea dell’insoddisfazione giovanile che egli respirava nella società di quegli anni – non che adesso le cose siano poi così diverse – e che egli stesso aveva esperito in prima persona.

In I Vitelloni Federico Fellini ritrae la gioventù italiana nel dopoguerra tra speranze in un futuro migliore e un presente insoddisfacente.

Le strade deserte nel cuore della notte ne “I vitelloni”

Le strade vuote, le piazze deserte nel cuore della notte si inseriscono subitaneamente in una rappresentazione della vita di provincia come di un presente infelice e insoddisfacente, segnato per i giovani protagonisti tanto da svaghi frivoli quanto da ricorrenti complicazioni. Il presente si configura così come il luogo del non ancora, di una negatività a partire dalla quale sorge la tensione alla speranza, a un futuro idealizzato come compimento di una felicità tanto cercata e agognata.

Per Leopoldo sarà il desiderio di portare finalmente sulla scena la sua prima commedia, per Riccardo di far sentire la propria voce in contesti più acclamati di concorsi di bellezza provinciali, e così via, per tutti i membri di questo gruppo ristretto di personaggi.

La pellicola ripropone così un dualismo costante tra speranze infantili e frustrazioni tipiche degli esordi lavorativi e proprio su questo è possibile rintracciare un’analogia con quanto afferma Ernst Bloch nella sua opera monumentale, Il principio speranza, che il filosofo inizia a comporre proprio nel 1953.

Bloch, da filosofo marxista utopista, parla infatti di un presente vissuto come alienazione, estraniazione, oppressione, e per quanto la vita di questi personaggi che trascorrono le loro giornate tra bar e sale da biliardo, feste e spettacoli, sia apparentemente felice, sembra che non ci siano termini più adatti di quelli usati dal filosofo per descrivere questa insoddisfazione, questa disperazione più latente e tacita, ma non per questo meno densa, meno forte, che attanaglia le loro vite.

In I Vitelloni Federico Fellini ritrae la gioventù italiana nel dopoguerra tra speranze in un futuro migliore e un presente insoddisfacente.

I vitelloni guardano l’orizzonte interrogandosi su cosa riserverà loro il futuro

I cinque giovani perditempo aspirano a realizzare le loro speranze, sogni non più notturni, come quelli della psicanalisi, bensì diurni, a occhi aperti, come quelli di cui parla Bloch, proprio nella misura in cui non nascono dall’inconscio, ma piuttosto dall’amara consapevolezza di una insoddisfazione del tempo presente che si vorrebbe oltrepassare in una tensione al futuro, idolatrato come il luogo di un conseguimento definitivo di felicità e di realizzazione.

Speranza e responsabilità

Tuttavia, questa speranza che intesse le vite dei protagonisti rimanda come suo contraltare dialettico a una responsabilità mancata, aggirata. Sebbene, infatti, i cinque amici siano in qualche modo animati dalla speranza in un cambiamento, in una vita migliore, sembra che nessuno di essi, tranne forse Moraldo – come sembra suggerire la scena finale –, si adoperi concretamente per realizzare ciò a cui aspira, rimandando costantemente un impegno di responsabilità ai tempi futuri.

In I Vitelloni Federico Fellini ritrae la gioventù italiana nel dopoguerra tra speranze in un futuro migliore e un presente insoddisfacente.

Fausto ne “I vitelloni”

C’è chi come Fausto è chiamato a diventare adulto e responsabile dal momento che la fidanzata Sandra, sorella di Moraldo, rimane incinta. Tuttavia, egli piuttosto che stare vicino alla giovane e ingenua amante tenta di fuggire ed è il padre Francesco a dover intervenire per impedire che eluda le proprie responsabilità.

Francesco: «Sei un vigliacco!».

Tuttavia, né il matrimonio né la paternità riescono a distogliere Fausto dal suo incorreggibile dongiovannismo, al punto che non si fa scrupoli a fare piedino a un’altra donna mentre si trova al cinema con la moglie, per poi passare una notte di passioni con una ballerina sotto gli occhi giudicanti dello stesso Moraldo, il quale incarna la coscienza morale della pellicola.

Emblematica è la figura di Alberto: ozioso e mammone, è, difatti, ancora pienamente dipendente dalla madre e dalla sorella, la quale lavora giorno e notte per conseguire una propria indipendenza economica e nonostante ciò non riesce a negare al fratello le 500 lire che gli servono per scommettere sulle corse dei cavalli.

In I Vitelloni Federico Fellini ritrae la gioventù italiana nel dopoguerra tra speranze in un futuro migliore e un presente insoddisfacente.

Leopoldo scrive la sua commedia ne “I vitelloni”

Allo stesso modo, Leopoldo che aspira a diventare un commediografo sfiora, in quello che potrebbe sembrare un sogno o forse un incubo, la possibilità concreta di mettere in scena una sua commedia insieme a un attore di teatro da lui molto stimato, ma si lascia sopraffare dalla paura e fugge nelle mura sicure di casa sua.

Speranza e azione

Ci si potrebbe chiedere, dunque, se la speranza, che anima indiscutibilmente tutti questi giovani personaggi affamati della vita, spinga all’azione o se piuttosto la blocchi, come sembrerebbe in effetti suggerire il fatto che per la maggior parte dei vitelloni le speranze in un cambiamento non si traducono concretamente, ma sembrano piuttosto venire smentite e disilluse.

A tal proposito è interessante notare come il celeberrimo filosofo Jean-Paul Sartre nella sua elaborazione di un esistenzialismo umanistico proponga un tipo d’uomo finalmente creatore di se stesso, un uomo che «non esiste che nella misura in cui si realizza», connotato dallo slancio all’acquisizione di una responsabilità che dovrebbe essere condiviso in qualche misura anche dai nostri vitelloni, nel passaggio cruciale e decisivo dall’adolescenza alla vita adulta. Tuttavia, a parere del filosofo, questo può avvenire solo a patto che si abbandoni la speranza.

La speranza per Sartre, infatti, costituisce un freno dell’azione nella misura in cui l’uomo che confida in Dio, nel partito politico, nell’ideologia non prenderà mai sul serio i propri progetti in quanto si aspetterà che questi vengano messi in atto da qualcosa di superiore, in senso orizzontale o verticale.

Affinché i nostri progetti si realizzino concretamente, dunque, il nostro agire deve divenire un agire senza speranza e caricarsi così di responsabilità. Solo in tal modo l’uomo diventerà concretamente creatore di se stesso e artefice del proprio destino.

«Prima io mi devo impegnare, poi devo operare secondo la vecchia formula: “Non c’è bisogno di sperare per agire”. Questo non vuol dire che io non debba appartenere ad un partito, ma che sarò senza illusioni e che farò ciò che posso».

(Jean-Paul Sartre, “L’esistenzialismo è un umanismo”)

In questa prospettiva, dunque, potremmo desumere che il motivo per il quale quasi tutti i membri del gruppo rimangono vittime dell’immobilismo della vita di provincia, e non riescono a conseguire ciò che desiderano, stia esattamente nel fatto che piuttosto che adoperarsi per realizzare concretamente ciò a cui aspirano e divenire responsabili, si cullano nel cielo sereno di speranze costantemente differite nella loro realizzazione.

In I Vitelloni Federico Fellini ritrae la gioventù italiana nel dopoguerra tra speranze in un futuro migliore e un presente insoddisfacente.

I vitelloni al bar

Si potrebbe però pensare, al contrario, che la mancanza di cambiamento, di realizzazione di ciò in cui i cinque giovani confidano, non sia tanto dovuta al fatto che la speranza limiti l’azione, quanto piuttosto al fatto che non abbiano sperato abbastanza. Questa è, per certi versi, la prospettiva elaborata contro Sartre da un filosofo personalista, Emmanuel Mounier, nella sua Introduzione alle filosofie dell’esistenza (1947). Egli sosteneva infatti che la speranza spingesse all’azione e che rispondesse al doppio rischio che deriva dalla cognizione del carattere finito della nostra esistenza.

La consapevolezza dell’uomo di essere finito può spingere, infatti, per Mounier, da una parte alla rinuncia all’agire, che deriva dalla constatazione che è tutto inutile, che non ne vale più la pena, o dall’altra al rischio contrario del delirio dell’azione, di una azione scomposta, di un provare e riprovare all’infinito perché tanto non c’è alcuna alternativa.

Sembra, dunque, che i personaggi cadano in questo limbo, in questa contraddizione irresolubile a meno che non ci si aggrappi a una speranza più forte, più tenace. Il loro agire procede senza una meta ben precisa, è delirante: costoro compiono dei tentativi di immettersi nel mondo del lavoro, come Fausto che viene costretto dal suocero a lavorare in una bottega di cimeli religiosi o Leopoldo che si decide a far leggere la sua commedia a un famoso attore di teatro, che vengono tuttavia costantemente disillusi, vengono accompagnati da umiliazioni e difficoltà persistenti e snervanti, rimandando così non solo la speranza, ma anche la responsabilità a un orizzonte indefinito e evanescente di realizzazione.

Un agire responsabile, dunque, sembra avere bisogno di un po’ di speranza che dia fiato all’azione, che non spinga alla rassegnazione su un presente infelice e insoddisfacente, e che dia una direzione a questo agire, non più scomposto, ma rivolto al conseguimento di ciò che si desidera.

Moraldo speranzoso si decide a partire ne “I vitelloni”

Proprio questa sembra essere la prospettiva suggellata nel personaggio di Moraldo, il più giovane dei cinque e forse proprio per questo non ancora abbandonato a un cinismo senza speranza, che un giorno, senza dire niente a nessuno, sale su un treno diretto non si sa dove, forse a Roma, presentandosi così quale alter-ego del regista che aveva abbandonato la vita di provincia per cercare fortuna altrove.

Guido: «Moraldo? Dove vai? Parti?».

Moraldo: «Guido? Sì, parto».

Guido: «E dove vai?».

Moraldo: «Non lo so, parto, non lo so».

Guido: «Ma che cosa vai a fare allora?».

Moraldo: «Non lo so. Devo partire, vado via».

Guido: «Ma non stavi bene qua? Ciao Moraldo, ciao! Addio!».

Moraldo: «Addio, Guido».

Guido guarda Moraldo andare via in I Vitelloni

I cinque vitelloni tra feste e spettacoli, inesorabilmente seguiti da albe tristi e illusioni infrante, incarnano così quei giovani che rientrano nella classe borghese italiana degli anni del dopoguerra. Da una parte sono apparentemente inconsapevoli, in queste brevi pause dalla noia, dall’indifferenza quotidiana, della loro disperazione, della loro insoddisfazione, ma questi aneliti continui a un cambiamento, a qualcosa che irrompa nella monotonia della routine e stravolga la loro esistenza manifesta inequivocabilmente il residuo di una speranza che risorge costantemente dalle sue ceneri, dalle sue smentite, e che può spingere tanto all’azione quanto alla responsabilità.

Fellini, così, ne I vitelloni (1953), ripercorrendo la sua adolescenza riminese si avvicina ai protagonisti con uno sguardo compassionevole, come se si considerasse in fondo anche lui un membro di questa combriccola sgangherata che fornisce a noi spettatori il dipinto di una realtà storica, ma al tempo stesso sovratemporale, universale, in cui sembra che chiunque si possa rispecchiare proprio perché rappresentativa di una condizione che ciascuno di noi può sperimentare almeno una volta nella vita. 

Leggi anche: I Vitelloni, ovvero la Genealogia di un Genio

Autore

Correlati
Share This