Minari – Lee Isaac Chung sulla rincorsa al sogno americano

Eugenio Grenna

Aprile 23, 2021

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A24, Minari e il dibattito premi – Un film americano

Quello di Minari è un caso cinematografico particolarmente interessante.

Prodotto dalla Plan B Entertainment e distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi da A24 – casa di produzione e distribuzione newyorkese simbolo e garanzia del cinema indipendente – il quarto lungometraggio del regista Lee Isaac Chung è in tutto e per tutto un film americano.

Presentato al Sundance Film Festival, Minari vince il Gran premio della giuria Us Dramatic cominciando a fare un po’ di rumore nell’ambiente della critica americana e contribuendo a creare grande confusione rispetto alla leggibilità e prevedibilità della 93ª edizione dei premi Oscar, considerata fino a poco tempo prima totalmente a favore dell’ultimo ed elogiatissimo lungometraggio di Chloé Zhao, Nomadland.

Lee Isaac Chung con il suo film Minari racconta la rincorsa del sogno americano, tra drammatico realismo e poetico coming-of-age

Istantanee. Il regista e sceneggiatore Lee Isaac Chung sul set del suo film Minari.

Con grande sorpresa, Minari ottiene poi all’ultima edizione dei Golden Globe la statuetta per il miglior film straniero. Scelta controversa, poiché, come già detto, il quarto lungometraggio di Lee Isaac Chung è in tutto e per tutto un film americano. Dal regista, ai produttori, fino alle location e alla scelta così precisa e personale delle tematiche trattate, Minari è un film americano.

Altrettanto interessante è come riesca a porsi nel solco dei numerosi film distribuiti a cavallo tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 aventi a oggetto d’interesse il sogno americano, la famiglia nell’America di provincia e l’illusione dell’appartenenza a questa nazione tra ipocrisie e fallimenti. Tra questi si può menzionare il tanto chiacchierato (e disprezzato) Elegia Americana di Ron Howard.

La famiglia Yi nelle campagne dell’Arkansas

Minari comincia con un approdo fortemente simbolico, esemplificativo e per certi versi idilliaco. Quello della famiglia Yi in nuovo luogo di residenza e appartenenza, sulle note di una melodia nostalgica composta da Emile Mosseri, una ninna nanna dolente eppure vitale, che sembra ricordare l’ormai compianto Ennio Morricone.

Fin da subito si ha una presentazione netta di una famiglia che non è unita, all’opposto, esplicitamente divisa. Probabilmente a causa di ciò che è stato prima, o forse per ciò che sarà durante e dopo questo approdo improvviso e netto in una terra sconosciuta e complessa da affrontare, quella dell’Arkansas rurale.

Chung accompagna dunque lo spettatore tra sguardi, verità non dette e scontri emozionali che si legano ai temi del rapporto padre e figli, delle crisi coniugali e della volontà di avere di più. Senza dimenticare quelli dell’illusione e del crollo, cui segue inevitabilmente la rinascita.

Tutti temi che silenziosamente tornano man mano che la narrazione procede, prendendosi i giusti tempi, molto spesso lenti e riflessivi.

Lee Isaac Chung con il suo film Minari racconta la rincorsa del sogno americano, tra drammatico realismo e poetico coming-of-age

Padri e figli. Jacob (Steven Yeun) e David Yi (Alan Kim). Ritrovarsi nella natura.

Già a partire dalla sequenza d’apertura, quella dell’arrivo della famiglia Yi (traslitterazione fonetica corretta di Lee, il cognome del regista) alla fattoria e casa su ruote, il movimento della macchina da presa e la rappresentazione degli ambienti e dei personaggi, getta le fondamenta della pellicola nelle tipiche e specifiche modalità del cinema indipendente.

Come già detto, quella presentata da Chung inizialmente non è una famiglia unita.

Il giovane patriarca Jacob (Steven Yeun) guida la spedizione, al volante di un piccolo camion per traslochi. Alle sue spalle, la moglie Monica alla guida dell’auto familiare si fa invece carico dei due figli: David (Alan Kim), un bambino tenero e dispettoso affetto da una patologia cardiaca e Anne (Noel Kate Cho), una ragazza matura e ben più sveglia e razionale delle sue coetanee.

Madri e figlie. Monica (Han Ye-ri) e Anne (Noel Kate Cho). L’importanza dell’ascolto.

Le prime scene sono essenziali e fondamentali, in quanto sintesi dei toni e delle volontà di racconto cinematografico proprie di Minari.

Ci sono gli sguardi tra i membri della famiglia Yi, la messa a confronto tra l’ambiente naturale attuale e quello cittadino d’appartenenza.

Sia l’unione emozionale e sentimentale da costruire strada facendo, sia il superamento di una rottura evidente, gli interpreti comunicano molto poco verbalmente. Gli sguardi e i silenzi si ripetono e si legano decisamente alle ambientazioni solitarie e particolari del film.

Lee Isaac Chung con il suo film Minari racconta la rincorsa del sogno americano, tra drammatico realismo e poetico coming-of-age

La famiglia Yi. Autorealizzazione e rincorsa del sogno americano. La poetica dell’unione e del conflitto..

Ciò che è chiaramente percepibile è una grande sincerità da parte di Lee Chung. Attraverso la costruzione di dialoghi sempre credibili e azioni spontanee e importanti, rielabora la propria biografia di figlio di emigrati coreani negli anni ’80, la storia di un viaggio in cerca di maggior fortuna nei lontani Stati Uniti.

Non vi è alcuna satira, polemica o ironia rispetto alla distinzione netta tra l’aspettativa del sogno americano e la vita delle origini in Corea, proprio perché non è questa la direzione che il film è interessato a prendere.
Minari non è mai soltanto un racconto di illusioni e cadute, bensì un racconto ricco di prove di vita e di sforzi messi in atto pur di riuscire a superare al meglio quelle prove stesse. Nell’unione e nella vicinanza emozionale e sentimentale che è propria di una famiglia che ancora si vuol preservare intatta, sperando di non distruggersi mai.

From rags to stars – Un malinconico desiderio d’appartenenza

I due adulti della famiglia Yi (Jacob e Monica) sono due anime in conflitto, irrealizzate e per questo incapaci di gioire. Si tratta di uno scenario tipico per i personaggi del genere cinematografico d’appartenenza, From rags to stars, tipico del cinema americano.

Entrambi hanno un lavoro che non li gratifica affatto, ossia lo smistamento di pulcini all’interno di fabbriche urbane, in compagnia di altri lavoratori stranieri che operano in condizioni di chiaro sfruttamento. In un primo momento, i due sembrano rincorrere il tanto raccontato (dal cinema, dalla tv e dalla letteratura antica e moderna) American Dream.

Vivere cioè di quelle logiche a loro così distanti, di un lavoro appagante, in grado di sostenere economicamente un’intera famiglia in condizioni di benessere e felicità. Raggiungere l’acquisto di una normale abitazione, di un’auto familiare e così via.

Lee Isaac Chung con il suo film Minari racconta la rincorsa del sogno americano, tra drammatico realismo e poetico coming-of-age

Il desiderio d’appartenenza e il legame con la comunità. Restare o partire?

Ben presto però Chung rivela che questo non è affatto il film a cui è interessato.

Poiché la disgregazione della famiglia si presenta proprio nel momento in cui avviene la separazione tra l’inseguimento del sogno americano e l’inseguimento del sogno personale.

La tematica della rinascita assume dunque sempre più importanza.

Il riscatto di due individui che vorrebbero di più e che fanno di tutto per raggiungere questo obiettivo, in un racconto di incontro e scontro generazionale tra il tempo del passato e quello del futuro. Da un lato la folle nonna Soonja (interpretata da Yoon Yeo-jeong), Jacob e Monica, dall’altro i due figli Anne e David. Lee Chung elabora questo dialogo come il più classico dei coming-of-age movies, rendendolo personale e sincero e quindi fortemente poetico.

Lee Isaac Chung con il suo film Minari racconta la rincorsa del sogno americano, tra drammatico realismo e poetico coming-of-age

Scontro e incontro generazionale. Nonna e nipoti. Dialogo tra il tempo del passato e tempo del presente.

L’ambientazione gioiosa e idilliaca (ma non priva di complessità), fatta di suoni e colori tipici di quella parte d’America, viene posta come sfondo meraviglioso e di grande ispirazione per la bellezza altrettanto lucente e vitale della famiglia Yi, che si scontra con sé stessa, tra screzi, liti e crolli.

Così come tragedie umane vissute intimamente e silenziosamente e ancora una volta divisioni e cadute che non potranno che portare a un’unione definitiva, salda e immortale.

Minari è un film che racconta della possibilità di ricominciare la vita in un luogo sperduto dell’America profonda e dimenticata, nel desiderio d’appartenervi e stringere rapporti e legami con chi davvero viene da lì.

Tra classi sociali di lavoratori, derelitti che fanno fatica a tirare avanti quell’emarginazione che spesso conduce ad alcolismo, violenza e tossicodipendenza, non è mai davvero esente dalla possibilità di una rinascita, di una salvezza.

Lee Isaac Chung con il suo film Minari racconta la rincorsa del sogno americano, tra drammatico realismo e poetico coming-of-age

Minari e la forza della famiglia unita. Superamento della crisi e accettazione del caos.

Molto interessante e di indubbia carica emotiva e simbolica è poi il personaggio di Paul, interpretato da un Will Patton imbolsito, allucinato e tristemente sopra le righe.

Mai così forte, mai così sincero. Un vero derelitto che vive di fanatismo, pazzia e ricerca di salvezza dai peccati commessi nel passato e che sembra scaturire dall’immaginazione di autori quali Cormac McCarthy e Nick Cave.

Paul (Will Patton), il contadino predicatore che trascina la propria croce sulla strada. Tra Cormac McCarthy e Nick Cave.

Bellezza e sacrificio si tengono per mano, pur di giungere all’unione conclusiva e armoniosa di una famiglia che ha accettato di perdersi per poi ritrovarsi.

Chung scrive e dirige magistralmente una piccola perla toccante e commovente sulla rincorsa dei propri sogni, sul riscatto sociale, ma soprattutto sul viaggio della crescita che tutti noi siamo destinati a intraprendere.

Un viaggio molto spesso tortuoso, talvolta doloroso che può però condurre alla salvezza affettiva.

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