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Fear Street – Leigh Janiak e tre decenni di cinema horror

Netflix e R.L. Stine

A seguito di una lunga trattativa tra Chernin Entertainment e 20th Century Studios, Netflix è riuscita ad aggiudicarsi la trilogia horror di Fear Street, diretta dalla giovane regista Leigh Janiak – già conosciuta nel circuito indipendente per il suo esordio Honeymoon – e scritta in collaborazione con Phil Graziadei e Kyle Killen.

Fear Street si propone come un libero adattamento della fortunatissima e decisamente ampia serie letteraria scritta dal prolifico autore R.L. Stine.
Un nome noto soprattutto per la serie televisiva tratta dai suoi racconti e romanzi brevi – qualcuno perfino a episodi – Piccoli brividi, trasmessa globalmente dal 1995 al 1998.

Leigh Janiak con Fear Street riflette sull'estetica e i miti del cinema horror americano anni '70,'80 e '90 passando per R.L.S Stine.
R.L. Stine – Il padre della letteratura horror per ragazzi

Piccoli Brividi altro non era che un modello televisivo horror creato e progettato su misura rispetto al suo target di riferimento, ossia i ragazzi più giovani.

Un esperimento estremamente riuscito, alla pari dell’omonima serie letteraria dello stesso R.L. Stine, tutt’oggi considerata tra le serie per ragazzi più vendute, lette e conosciute di sempre.

La serie sorprese allora critici, studiosi e appassionati dell’horror per la profonda inquietudine e l’intelligenza – tanto tematica quanto narrativa – che riuscì nonostante tutto ad essere adeguata all’audience di riferimento e allo stesso tempo fortemente allusiva e decisamente matura, sfrontata e scorretta nel sottotesto.

Leigh Janiak con Fear Street riflette sull'estetica e i miti del cinema horror americano anni '70,'80 e '90 passando per R.L.S Stine.
Piccoli Brividi – Titoli di testa

La stessa riflessione potrebbe adattarsi alla serie televisiva, chiaramente infantile e adolescenziale, talvolta raffazzonata e apparentemente indecisa rispetto al nucleo narrativo da indagare ma non per questo priva di momenti di indiscutibile forza e coraggio, tra cui l’episodio La maschera maledetta, senza dubbio uno dei passaggi più inquietanti e angoscianti dell’intera trasposizione seriale di R.L. Stine, così come della storia della televisione dal 1990 a oggi.

Leigh Janiak e l’operazione nostalgia

Leigh Janiak dopo più di vent’anni torna a rispolverare quel materiale, filtrato questa volta dalla lente dell’operazione nostalgia. Il progetto rientra quindi in una serie di recenti prodotti di massa, per certi versi già cult: Super 8, Stranger Things, It, Scary Stories to tell in the dark, I am not okay with this e via dicendo.

La lente della Janiak e dei suoi due sceneggiatori, proprio perché centrata sull’operazione nostalgia, non lascia nulla al caso. La volontà di ritornare a modelli narrativi, scenici e tematici del passato, con l’uso degli stessi stilemi, espedienti ed estetiche è palpabile. La pellicola rovinata, il suono graffiato prodotto dal giradischi e altre tecniche portano quella sregolatezza, sfrontatezza e divertimento violento e pulp così tipico di quei modelli narrativi, che negli anni hanno lasciato spazio ad un’idea diametralmente opposta.

Ecco dunque l’ideale dal quale scaturisce questa interessante trilogia ora internazionalmente distribuita da Netflix, i cui tre capitoli sono stati rilasciati sulla piattaforma a due settimane di distanza l’uno dall’altro, proprio per legarsi ancora una volta a quel modello di formato televisivo alla The Twilight Zone o al già citato Piccoli brividi di R.L. Stine, dell’episodio successivo da attendere che potrebbe raccontare tanto il dopo, quanto il prima del contenuto che il pubblico ha già visto e amato senza annoiare o banalizzare mai la narrazione.

Leigh Janiak con Fear Street riflette sull'estetica e i miti del cinema horror americano anni '70,'80 e '90 passando per R.L.S Stine.
La maschera maledetta, l’episodio realmente disturbante di Piccoli Brividi

Janiak, Graziadei e Killen partono da queste basi proponendo sì un modello di cinema e ancor prima racconto horror giovane (il target resta quello, anche se leggermente più adulto), ma ancor prima dell’horror. Il nucleo della trilogia è chiaramente lo stesso della serie Netflix ormai cult, Stranger Things, esempio lampante dell’operazione nostalgia.

Un’operazione a 360 gradi che non guarda soltanto alle principali tracce tematiche dell’horror del passato e dunque ai vari sottogeneri e conseguenti derivazioni, ma anche alle sue differenti estetiche, stilemi, scritture, caratterizzazioni e ispirazioni.

La trilogia di Fear Street lavora infatti proprio su questo, presentandosi come un vero e proprio studio sull’horror, messo in scena e sorretto dalla moderna macchina produttiva dalla sempre più libera, coraggiosa e variegata piattaforma di Netflix.

Leigh Janiak con Fear Street riflette sull'estetica e i miti del cinema horror americano anni '70,'80 e '90 passando per R.L.S Stine.
Stranger Things, al centro dell’operazione nostalgia a cui Fear Street fa riferimento

Fear Street Parte 1: 1994 – Mitologia di un male atavico, omosessualità e body horror

Così com’è sempre stato per il cinema horror americano degli anni ’70, ’80 e ’90, soprattutto rispetto allo slasher, anche Fear Street 1994 trova la sua collocazione geografica non in un contesto urbano caotico, sovrappopolato e vivace, bensì in una spenta, desolata e anonima cittadina di provincia americana chiamata Shadyside, in Ohio.

Un’ambientazione che si fa già citazionista delle varie Haddonfield, Illinois (Halloween Saga), Woodsboro, California (Scream Saga), Hardwick, New Jersey (Crystal Lake Camp, Venerdì 13 Saga) o ancora del Maine apparentemente idilliaco ma di fatto tremendamente oscuro di titoli cult come Carrie, It o Mucchio d’ossa.

Leigh Janiak dunque raccoglie un’eredità cinematografica e letteraria molto ampia che ruota attorno all’horror ma anche allo sci-fi. La trilogia diventa un’immensa riflessione, un vero e proprio universo potenzialmente infinito di racconti, vicende e sviluppi, pur sempre legato alle basi del cinema, della televisione e dei racconti brevi di genere horror/sci-fi distribuiti tra i primi anni ’80 e la fine degli anni ’90.

Un “nuovo” universo narrativo che trova linfa vitale nutrendosi del precedente.

Halloween (1978). John Carpenter e la pietra miliare dello slasher cinematografico

La prima parte della trilogia Netflix della Janiak – che come noto copre tre archi temporali differenti – parte proprio da qui, dal gioco metatestuale che è poi punto di partenza della stessa materia del film.

Non è un caso che 1994 cominci tra gli scaffali (inquadrati rapidamente) e gli interni illuminati da luci al neon e gusto vintage di una videoteca decorata da alcune copie di romanzi fortemente simbolici e protagonisti reali di quel periodo storico e di quella generazione. Figurano Le notti di Salem e Insomnia di Stephen King, oltre a diversi volumi della serie letteraria Fear Street (The Wrong Number, The Surprise Party) firmati da Robert Lawrence (R.L. Stine).

Come se non bastasse, Leigh Janiak offre il ruolo della cassiera a Maya Hawke, giovane interprete figlia d’arte sempre più sulla cresta dell’onda in seguito alla sua partecipazione alla terza stagione di Stranger Things nei panni di Robin Buckley, l’attraente gelataia dello Starcourt Mall di Hawkins.

Insomma ciò che qui accade è la nascita di un legame tra testi similari che non ha funzione narrativa, ma soltanto di divertissement e citazione.

Maya Hawke e il legame metatestuale tra Fear Street e Stranger Things

Shadyside però non è tanto ridente e sonnolenta, all’opposto è un luogo che ha di fatto partorito un male invisibile (il rimando alla “pazzia di Dark Score Lake” è piuttosto evidente), tanto da risultare invincibile.

Proprio per questo chi vive a Shadyside teme e convive naturalmente con quel male invisibile e per certi versi eterno che ha seminato nel corso degli anni una buona dose di morte e terrore senza compiere alcun gesto per tentare di indagarlo o sfidarlo.

Alcuni dei coprotagonisti di Fear Street Parte 1: 1994 discutono la natura della città di Shadyside

Così com’è stato per Venerdì 13 e il mito di Jason Voorhees, ma anche per Halloween e la costruzione dell’intero immaginario “Michael Myers”, Janiak, Graziadei e Killen lavorano con grande intelligenza sulla mitologia di Shadyside e del suo male nascosto che sopravvive nei secoli esplodendo inaspettatamente per poi tornare a celarsi nelle profondità e oscurità di quel luogo soltanto in apparenza idilliaco.

Una mitologia che viene veicolata in più modi, a partire dagli articoli di giornale che accompagnano titoli di testa e titoli di coda di tutti e tre i film, o ancora attraverso il dialogo e il racconto tramandato dalle persone del posto, dunque l’importanza del fatto storico e della cronaca.

Dei tre film 1994 è probabilmente il meno riuscito a causa della sua natura fortemente introduttiva e per certi versi indecisa rispetto alla direzione da prendere, così come la sua superficiale e appena elaborata estetica di riferimento agli anni ’90.

Slasher. Coltelli, sangue e tensione violenta. Quando la sequenza d’apertura annuncia le regole di un modello cinematografico

Concentrandosi sulla sola sceneggiatura infatti è evidente una costante sovrapposizione – con conseguente conflitto – di registri differenti che a lungo andare rischiano di rovinare o mutare all’eccesso la volontà originaria del film.

Un po’ teen movie, un po’ dramma e un po’ horror fumettistico che gioca con le citazioni e i topos del cinema slasher (su tutti Scream saga) senza però trovare il coraggio di andare fino in fondo e dunque alla rincorsa di quel divertimento e intrattenimento che era poi tipico di quel cinema (americano e non) dalla seconda metà degli anni ’70 alla fine dei ’90.

1994 è in definitiva un film goffo ma non per questo privo di interesse sul valore della famiglia, dell’amicizia e sull’amore giovane che tutto può e nulla teme, nemmeno il male puro incarnato. Anche a discapito della paura e della tensione.

Scream (1996). Wes Craven e l’horror cult metacinematografico

Le tematiche dello slasher classico – già presenti in buona dose in quegli anni – vengono riaggiornate per adattarsi quanto più possibile all’oggi, all’attuale contesto sociale e politico.

Si parla infatti tra le molte tracce di dialogo e narrazione di argomenti importanti e attuali oggi più che mai quali l’omosessualità e la discriminazione razziale.

Due argomenti trattati da Janiak e Graziadei in modo sorprendentemente intelligente, tra ironia buffa e affondi da dramma psicologico puro che non stonano affatto con la materia e il contenuto del film, arricchendolo anzi.

Rappresenta invece una grande nota di merito il lavoro compiuto sul body horror e sulla violenza efferata, eccessiva e pop inquadrata senza alcun timore dalla giovane regista.

1994 diverte ma non sorprende, introducendo un nuovo universo cinematografico horror potenzialmente interessante.

Fear Street Parte 2: 1978 – Venerdì 13, Stephen King e i “Camping Movies”

Fear Street Parte 2: 1978. Camping Movies e Violenza efferata

La seconda parte della trilogia invece va a segno, ergendosi a capitolo più memorabile e riuscito della serie anche per via della sua struttura “macchina del tempo” e ancora una volta operazione nostalgia.

Il film va infatti a ritroso, trasportando lo spettatore in un passato poco remoto e cercando una spiegazione per quel male incarnato – e di cui abbiamo conosciuto l’opera – nel film precedente.

1978 è per certi versi un’indagine sulle origini del male, senza tuttavia ricoprire questo ruolo per davvero. Essendo il secondo capitolo, si accontenta di aggiungere un altro capitolo all’intera vicenda, conclusa poi idealmente dal terzo e – per ora – definitivo capitolo della serie cinematografica Fear Street.

Camp Nightwing e Crystal Lake Camp. Citazionismo e divertissement

Senza dubbio questo film è in tutto e per tutto il modello più riuscito di cinema slasher e splatter nel segmento dei Camping Movies, ossia ambientati interamente all’interno di un qualsiasi campeggio estivo, dunque privi d’interesse rispetto al contesto urbano.

Come precedentemente reso evidente da 1994, 1978 prosegue il gioco citazionista e divertito dei topos del genere, filtrati dalla lente e dalle sensibilità odierne.

Si tratta di un lavoro che rischia di smitizzare l’epica del cinema e della letteratura degli anni ’70-’80, e invece riesce a destreggiarsi sorprendentemente bene tra il grottesco più estremo e la parodia più consapevole, toni già presenti in grandi classici come il già citato Venerdì 13 o il meno conosciuto The Burning.

Venerdì 13 (2009). Il male è ovunque, così come la morte

La ricostruzione storica pur non essendo granché centrata e curata riesce nell’intento e l’atmosfera tipicamente estiva di fine anni ’70 viene creata attraverso la ricchissima colonna sonora, che raccoglie Greatest Hits degli autori e generi più disparati. Il jukebox sgarrupato della Janiak spara costantemente musica a tutto volume, vietando di fatto l’interruzione delle danze.

In questo caso potremmo definirle Danse Macabre, trovando in una lunghissima sequenza ambientata nei sotterranei delle latrine una entusiastica e per certi versi sentimentale lettera d’amore nei confronti della prosa e della mitologia del male costruita nel corso degli anni dalla mente creativa di Stephen King.

Leigh Janiak con Fear Street riflette sull'estetica e i miti del cinema horror americano anni '70,'80 e '90 passando per R.L.S Stine.
Stephen King – Celebre quarta di copertina di “On Writing”

Il cast differisce da 1994 e al centro delle vicende emerge un nuovo personaggio assolutamente misterioso e efficace: Ziggy Bergman, interpretata da Sadie Sink e introdotta solo nel finale del primo capitolo, attraverso la polaroid che precede i titoli di coda.Q

Questa scelta permette un’ulteriore semplificazione della struttura del film, attraverso un flashback ininterrotto che descrive gli eventi di una drammatica notte d’estate. Un unico assassino, armato d’ascia, contro una decina di ragazzi all’interno di una colonia estiva. Il rimando al Crystal Lake Camp è esplicito, pur mantenendo il legame con la cittadina di Shadyside al centro della trilogia.

L’amore giovane che nasce nella notte del terrore. Nick Goode (Ted Sutherland) e Ziggy Berman (Sadie Sink)

Ciò che rende 1978 il capitolo migliore è l’assenza di intrecci inutilmente complessi, o lunghe spiegazioni per certi versi paradossali e mai granché interessanti, difetto che penalizza buona parte del primo film.

Il gusto della mattanza poi è ancora più cinico, spietato e incattivito di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. I tempi e la messa in scena della violenza funzionano quasi alla perfezione, divertendo per il gusto efferato e lo humor nerissimo. Questi elementi trovano il loro apice nella sadica morte di un tenero bambino sovrappeso, all’interno di un capanno attrezzi in piena notte.

Il male immortale di Fear Street. Killer mascherati e citazionismo cinematografico

Il cast di giovanissimi capitanato da Sadie Sink (un’altra interprete che rafforza il legame metatestuale tra Fear Street e Stranger Things) non brilla di freschezza e solidità, ma risulta funzionale e credibile rispetto alle necessità e alla narrativa del film.

I livelli del primo capitolo sono superati di gran lunga, ma qualcosa ancora stride, pur facendo parte di un ottimo film divertente, scorretto e violento al punto giusto che difficilmente avremmo visto senza la libertà creativa e distributiva di Netflix.

Fear Street Parte 3: 1666 – Folk Horror e Dramma Sentimentale

Fear Street Parte 3: 1666. Folk Horror e Dramma sentimentale

La conclusione – soltanto temporanea della trilogia Fear Street – non sorprende, risultando anzi piuttosto convenzionale e “già vista”, nonostante i molti tentativi per proporre materiale nuovo, originale e coraggioso.

Ciò che probabilmente impedisce la riuscita di questo terzo tentativo è il target di riferimento, giovane o adolescenziale.

Non è abbastanza infatti il divieto ai 14 ottenuto dalla trilogia di Legih Janiak prima di affidare a Netflix il resto dell’operazione e trattativa.

Un divieto maggiore avrebbe giovato all’intera trilogia, particolarmente al terzo capitolo, 1666. Gli intrecci e le vicende si snodano in un passato decisamente più remoto rispetto ai due film precedenti, dai quali comunque eredita la tematica onnipresente dell’omosessualità, con conseguente lato erotico, seppur accennato e celato.

Il difetto dell’erotismo celato diventa tale nel momento in cui la sceneggiatura grida a più voci rispetto ad una strada da prendere e la regia, sorda di fronte a tutto ciò, ne prende una opposta e contraria. Si può presagire che qualcosa sia stato volontariamente suggerito e subito dopo omesso, un po’ per mancanza di coraggio, un po’ per questioni di pubblico.

Sull’impossibilità di vivere un amore. Temere di essere di sé stessi

Tuttavia, il terzo film della Janiak non è comunque privo di momenti interessanti.

Il lavoro sul body horror è ancora una volta curato, anche se ridotto davvero al minimo rispetto ai due precedenti capitoli. La messa in scena emerge con l’intelligenza tipica dei folk horror, dove la paura e il terrore si muovono silenziosamente per gran parte del film, quasi invisibili, fino alla loro esplosione catartica nel finale.

Ne è un esempio lampante la scena del pastore barricato all’interno della vecchia chiesa, ormai in preda alla follia (e forse ad una maledizione) in compagnia dei bambini del villaggio.

Tensione, splatter e body horror si incontrano in un momento che impreziosisce l’intero film.

Frame da una sequenza realmente horror. La paura e la religione

Escluse le considerazioni rispetto alla messa in scena dell’horror, 1666 crolla nel tentativo iperbolico e goffo di far quadrare i conti, dando una soluzione sommaria e assolutamente non conclusiva – nonostante voglia esserlo – alla moltitudine di intrecci creata dai due film precedenti.

L’intrattenimento è comunque sufficiente a garantire l’attenzione anche per tutta la durata di 1666, una visione godibile anche se non totalmente riuscita, colma di quel gusto da popcorn movie tipico di molto teen horror moderno che riflette sulla rilettura delle estetiche del genere senza di fatto rivoluzionarle.

Leigh Janiak con Fear Street riflette sull'estetica e i miti del cinema horror americano anni '70,'80 e '90 passando per R.L.S Stine.
Credenze popolari, diversità e bigottismo

Certo è che l’intera trilogia non funziona mai davvero rispetto all’elemento di narrazione basilare della soluzione agli intrecci.

Nemmeno uno dei tre film si dimostra infatti abile nel districare i nodi attraverso la sola potenza dell’immagine, scegliendo dunque di affidare il fardello alle parole. Il discorso quindi suona e appare sempre appesantito, troppo appesantito  o prolisso, paradossalo e qualche volta perfino grossolano.
Ciononostante, il divertimento è assicurato, ed ad Halloween non si può cercare di meglio.

Leggi anche – Lo slasher – Storia di un genere fatto di coltelli e sangue

Eugenio Grenna
"Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. " Martin Scorsese

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